Major S1

…La prima stagione di un lungo anime sul baseball:

Major S1


Honda Goro è un bambino di cinque anni, che ama il baseball; tale passione gli è stata passata da suo padre Shigeharu, che è un giocatore professionista. Purtroppo dei problemi di salute obbligano Shigeharu a cambiare ruolo all’interno nella squadra, e a “ricominciare da zero”: nel frattempo, Goro cresce e si interessa sempre più al magico mondo dello sport. Nel contempo, tuttavia, un grave lutto colpisce la famiglia: la moglie di Shigeharu muore improvvisamente, e lascia i due sportivi in un grave abisso di tristezza: in che modo padre e figlio prenderanno in mano la propria vita, in continua evoluzione? Cosa si può fare, quando il destino si accanisce? In che modo superare le difficoltà, spesso ingiuste, che la vita ci pone davanti?

Essendo un anime focalizzato in massima parte sul baseball, la trama è ovviamente scheletrica. Questo non faccia tuttavia pensare che la prima stagione di Major sia una serie che fa vedere solo una sfilza di partite: c’è molto di più che orbita attorno ai protagonisti.
Nel primo terzo della serie, il focus principale è su come Shigeharu prenda in mano la propria vita, in vari aspetti: dall’elaborazione del dolore per la perdita della moglie alla costruzione di una nuova vita; dal sentimento di fallimento per non poter più essere un lanciatore al desiderio di riscatto nel suo nuovo ruolo, con le conseguenti sfide che lo vedono sempre più vicino ai fasti di un tempo.
In tale periodo, Honda è troppo giovane per poter giocare vere partite ma mostra parte del suo potenziale, sebbene spesso sia da solo: il suo ruolo deve tuttavia ancora definirsi.
Dopo eventi (assolutamente imprevedibili, ed emotivamente molto importanti) che colpiscono il duo, la storia infatti fa un balzo di circa tre anni e ci si ritrova con Goro che arriva a nove anni e può finalmente partecipare ai tornei giovanili: si ritrova tuttavia a giocare in una squadra totalmente allo sbando, con mancanza di giocatori e zero talento.
Starà pertanto a lui di rianimare la pseudo-defunta squadra dei Dolphins, trovare i giocatori che mancano e iniziare una vera rivoluzione all’interno di tale gruppo: questo viene fatto con una notevole forza di volontà e, talvolta, con il supporto di alcuni personaggi marginali che gli danno una mano. Chiaramente il tutto è un tantinello tirato per i capelli (totali brocchi che imparano a giocare in maniera perlomeno decente in un paio di mesi, sforzi che superano ogni logica e via dicendo), ma in fin dei conti negli anime sportivi si può perdonare un po’ di fantasia finché rimane nei limiti dell’accettabilità.

Un elemento che in più parti della serie viene ricordato, e che sembra essere il messaggio “nascosto” più importante di Major, è l’elaborazione della perdita di qualcuno di importante. In varie occasioni diversi personaggi sono confrontati con l’improvvisa scomparsa di una persona amata, da diversi punti di vista: quello del figlio, quello del marito, quello del “nuovo subentrante” all’interno della famiglia, quello dell’amico e via dicendo. In questo è stato fatto un lavoro a mio parere molto accurato, bilanciando bene dolore, rimpianto, sensi di colpa, speranza nel futuro e accettazione. Negli anime di basso livello, i personaggi piangono come femminucce fino a quando arriva qualcuno con un discorso illuminante, in cui essi capiscono tutto e poi diventano più forti: in questo caso, invece, il processo di superamento del lutto è un lavoro importante e lento, che lascia cicatrici ma anche esperienze che aiutano ad andare avanti. Il fatto che la solitudine e il rimorso tocchino tutti e non solo il protagonista della serie è un lato decisamente positivo, e aggiunge realismo al tutto.

In una simile serie due cose sono vitali, ed una di esse è una buona caratterizzazione dei personaggi: in Major si può dire che questo punto è in buona parte soddisfatto.
Come già detto, Shigeharu si ritrova a dover ricostruire la sua vita da zero, vedovo e padre di un bambino di pochi anni, con un futuro incerto: è una situazione estremamente difficile, eppure non si lascia quasi mai scoraggiare dalla durezza della vita. Ricorda parecchio il padre che si trova in Totoro, che ha vari problemi ma che ha sempre un angolo di cuore e un attimo di tempo per chi ha bisogno, e per la famiglia. È un personaggio che stimo estremamente, e in questo caso è ottimamente realizzato.
Goro da bambino è… beh, un bambino, e quindi non ci si aspetta granché da lui. Nella seconda parte della serie, quando cresce, risulta forse un tantinello limitato dal suo pensare: per lui (come per molti protagonisti di anime sugli sport) con la forza di volontà tutto è affrontabile, la sconfitta non è una possibilità, l’unico modo per affrontare una difficoltà è balzarci in mezzo e dilaniarla. Tutto ciò è chiaramente necessario per rendere interessante la serie, ma quando viene continuamente ricordato risulta forse un pochino fastidioso: non che Goro risulti antipatico, assolutamente: qui e là, però, potrebbe essere un filino meno impulsivo.
I coprotagonisti sono moderatamente marginali: hanno generalmente un’introduzione abbastanza lunga, ed in seguito sono elementi che Goro gestisce per portare avanti le partite. Sono elementi abbastanza semplici, sebbene alcuni risultino abbastanza piacevoli: di buona parte della squadra, tuttavia, si ricorda a fatica il nome.

Il secondo punto che è necessario per fare un buon anime sportivo sono gli incontri: anche qui, il lavoro non è perfetto ma ben realizzato.
Ci sono parecchie partite (4 o 5, in 26 puntate), ed una cosa estremamente positiva è che non sono troppo lunghe: si evita lo stillicidio di secondi che si trova ad esempio nelle ultime puntate di Slam Dunk, dove il tempo non passa più.
Dal punto di vista degli avversari, si è ottimamente forniti: in maniera simile ad Holly e Benji (Captain Tsubasa) ogni squadra ha il “super-elemento” che la rende teoricamente imbattibile, e la raffazzonata squadra protagonista deve trovare il modo di scardinare tale punto fermo, generalmente essendo in una posizione di inferiorità di punteggio, per poi arrivare ad una rimonta e alla finale vittoria.
Questo viene fatto principalmente con la mera forza di volontà, con i classici flashback di personaggi che si son sacrificati per questo o quell’obiettivo: a titolo personale tale stratagemma è usato in maniera un po’ troppo massiccia, e toglie un po’ il gusto della vittoria del mgliore, ma in caso contrario probabilmente sarebbe stato un anime su una serie di sconfitte plateali e non sarebbe stato troppo interessante.
Una nota di moderato biasimo viene invece dal fatto che nelle partite si parte dal principio che lo spettatore conosca una buona dose di regole e di terminologia tecnica, senza la quale il tutto risulta assolutamente guardabile ma molto meno godibile: per chi volesse erudirsi prima senza doversi leggere il regolamento del baseball consiglio di guardare la serie One Outs, che parla dello stesso sport ma che spiega in maniera molto più dettagliata parecchie regole.

Il disegno è gradevole, ma assolutamente nulla di speciale: l’audio è anche simpatico, senza eccellere in alcun particolare.

Insomma, la prima serie di Major è sicuramente un buon lavoro, che a mio parere risulta però orientata verso un pubblico abbastanza giovanile (12-15 anni): anche ad età maggiori è assolutamente godibile, ma il ricorso sistematico al “ce la faccio perché ci credo” può forse togliere un po’ di gusto alle partite. Rimane comunque una serie che fa chiedere di più… e in questo caso di più ce n’è, dato che ci sono almeno altre cinque serie successive!

Voto: 8,5. Se piacciono gli anime sportivi e se non ci si offende quando il cuore supera la logica, il voto può anche esser considerato più alto.

Consigliato a: chi ama il baseball; chi vuol conoscere uno dei padri più notevoli che ci sia all’interno di un anime; chi si diverte a vedere un bimbetto di pochi anni tirare cannonate come se fosse un professionista.

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