Lupin III: The Castle of Cagliostro

…Beh, che presentazione ha bisogno Lupin?

Lupin III: The Castle of Cagliostro


Chiunque sia nato negli anni ’80 e ’90 in Italia sicuramente conosce la serie di Lupin III. Per i pochi che negli ultimi vent’anni hanno abitato sulla luna, penso sia sufficiente sapere che il succitato è nipote del mitico Lupin, ladro gentiluomo, da cui ha ereditato anche genio criminale, cortesia e galanteria con il gentil sesso. Con i suoi degni compari Jigen e Goemon mette a segno i colpi più impossibili, sempre inseguito dall’ispettore dell’Interpol Zenigata.
Dette tali ovvietà, passiamo al presente OVA: questa volta Lupin ha a che fare con la piccola nazione di Cagliostro, uno stato indipendente che nasconde ingenti ricchezze e dove si narra che vengano prodotte banconote false migliori delle originali.
Per mettere le mani su un tesoro nascosto, il conte di Cagliostro ha arrangiato un matrimonio, che gli permetterà alfine di sbloccare la chiave per tali averi: inutile dire che Lupin è decisamente poco d’accordo! Riuscirà però a salvare la poverina dal suo triste destino? E provvederà anche a portarsi a casa qualche… regalino?

Ordunque, si potrebbe bollare il tutto come “il solito Lupin”. Questo sarebbe però ingiusto nei confronti di questo OVA, che è stato creato trent’anni fa da coloro che poi avrebbero fondato lo Studio Ghibli (e fa un effetto molto strano vedere il viso di Lupin a cui tutti siamo abituati circondato da facce che ricordano Nausicäa o The Wings of Honneamise): infatti qui si tratta di uno dei migliori Lupin che mi sia capitato di vedere – sebbene io abbia apprezzato a suo tempo la lunga serie trasmessa in TV, ma non ne sia esattamente un fanatico.
In questo anime abbiamo tutti gli elementi che hanno reso grande il nostro eroe: i due compagni di viaggio, con ruoli marginali ma che comunque aggiungono vita; Fujiko, che come sempre non si capisce da che parte sta (e che dice con chiare lettere il suo rapporto con Lupin); Zenigata, che manifesta appieno il rapporto di odio/stima che c’è tra lui e i vari fuorilegge con cui ha a che fare.
A questo aggiungiamo una storia semplice ma intrigante e otteniamo un prodotto di tutto rispetto (se si è disposti ad accettare arrampicate impossibili e marchingegni fantasioli – ma in fin dei conti lui è come lo 007 del crimine).

Sui personaggi c’è davvero poco da dire che già non sia universalmente risaputo: un commento può esser fatto sui personaggi esterni al gruppo di protagonisti: in questo caso la mano del futuro Studio Ghibli si vede tantissimo, e anche il modo di comportarsi e le varie personalità si sviluppano in base a ciò che in seguito si sarebbe potuto riconoscere come lo stile che contraddistingue tale casa produttrice.

Il disegno, per l’infinita quantità di tempo passata da allora, è davvero di ottima qualità: è chiaro che qualche segno degli anni lo mostra qui e là, ma in ogni caso è gobidilissimo e piacevole (soprattutto a causa del curioso mix Lupin/Ghibli di cui ho parlato sopra).
L’audio non è invasivo ma abbastanza piacevole.

Insomma, vale la pena vedere l’ennesima avventura del Re del Furto? Se si cerca una trama complessa, no. Se si cercano idee originali e inedite, ovviamente no. Se però si vuole un po’ di quel buon Lupin che tanto ci ha appassionato da bambini, e che in questa versione si ripresenta meglio disegnato e più curato, allora sicuramente la visione vale l’ora e mezzo di tempo che occupa.

Voto: 8. Per chi ha amato Lupin questo voto può andare molto più in alto.

Consigliato a: chi ritiene che i vecchi lavori possano offrire comunque una ventata di freschezza; chi di Lupin, Goemon, Jigen, Fujiko e Zazà non ne ha mai abbastanza; chi vuol vedere Lupin senza giacca rosa.

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