Michiko to Hatchin

La storia di un viaggo nel Sudamerica, alla ricerca di un uomo introvabile.

Michiko to Hatchin

Michiko Malandro è una detenuta di un carcere di massima sicurezza, a causa dei suoi mille guai con la legge. Hana Morenos è una bambina orfana adottata dalla famiglia di un prete, che la tratta peggio di un cane: è lo zerbino di casa, e non può permettersi di dire nulla.
Michiko riesce ad evadere dalla prigione per mantenere una promessa fatta al padre di Hana, del quale lei fu innamorata: proteggere la figlia ad ogni costo. Lei non crede tuttavia che Hiroshi Morenos sia morto come hanno annunciato i giornali: una volta recuperata Hana (ribattezzata Hatchin), le due partono alla ricerca di tracce che portino all’attuale locazione di Hiroshi.

La prima cosa che colpisce, sin dai primissimi minuti, è l’ambientazione: è raro che un anime sia ambientato fuori dal Giappone, e ancora più raro è che sia ambientato in un paese immaginario che rispecchia in tutto e per tutto il Brasile o i paesi adiacenti. L’ambientazione è fatta benissimo, e gli autori hanno accuratamente ricreato un ambiente credibile: le insegne sono tutte in spagnolo, la colonna sonora (di cui parlerò più avanti) è cantata nelle lingue del luogo e ne segue lo stile, e via dicendo. Ci sono inoltre alcuni tratti superlativi, che creano un mix unico: ad esempio la Vespa sovradimensionata e sovralimentata di Michiko, oppure la capigliatura immensa di Atsuko, o ancora il fatto che le auto della polizia sono dei maggiolini.

Dopo aver espresso la soddisfazione per l’ambiente in cui Michiko to Hatchin è ambientato, passiamo alla trama: qui alcuni problemi iniziano a farsi notare. Si capisce sin da subito che è una serie “on the road”, con un viaggio che dura per tutte le ventidue puntate. Si deve tuttavia purtroppo constatare che questa serie è vittima della stessa pecca che toccava Samurai Champloo (creato dalla stessa casa produttrice, e si nota parecchio): un inizio al fulmicotone, dei personaggi carismatici, un’idea originale, un’ambientazione con possibilità infinite… e poi per tutta la serie non succede nulla di particolare. Qui è la stessa cosa: dopo il primo paio di puntate si fa la conoscenza con i vari personaggi ed essi sono ben realizzati, ma poi le vicende che capitano durante il viaggio non portano alcun effettivo cambiamento alla trama, che per tutto il tempo rimane unicamente “trova Hiroshi”, con le due poveracce che viaggiano verso nonsisacosa.
Il finale, inoltre, è stato per me molto deludente: non dico che non me l’aspettassi, ma dopo 22 puntate di inseguimento si poteva sperare in qualcosa di più.

I protagonisti, in un anime di questo genere, sono il punto focale della situazione: essendo sempre in viaggio pochi elementi esterni possono esser mantenuti lungo la serie, e quasi tutto il tempo ci si ritrova a guardare Michiko e Hatchin. Inizialmente il loro rapporto è estremamente conflittuale, anche perché hanno due caratteri diametralmente opposti, ma alla fine (come prevedibile) si sviluppa un sentimento molto simile a quello madre-figlia. Il percorso per arrivarci, tuttavia, non è molto chiaro: non c’è mai alcun vero sviluppo tra di loro, che quando sono a contatto irrimediabilmente litigano ma che quando son lontane si cercano. Questo è uguale all’inizio della serie come alla fine, inficiando pertanto tutto un possibile discorso di sviluppo personale, che c’è ma è molto minore di quanto avrebbe potuto essere. Bisogna però dire che quando si trovano ad avere a che fare con le loro specialità (Combattimento ed intimidazione quelle di Michiko, diplomazia e cucina quelle di Hatchin), sono un piacere da vedere in azione.

I co-protagonisti (Satoshi, Atsuko e via dicendo) agiscono in maniera abbastanza erratica ed incomprensibile: la poliziotta si mette ad aiutare Michiko dopo aver passato anni a ridere di lei in cella, per poi metterle i bastoni tra le ruote ed in seguito aiutarla di nuovo; Satoshi vuole uccidere tutti, poi li vuole aiutare, poi li vuole ri-uccidere,… questi continui cambi di logica lasciano spiazzati, e non si riesce mai bene a capire che cosa pensano i personaggi.

La serie, oltre che essere di viaggio, è abbastanza incentrata sull’azione: questa è di ottimo livello, i combattimenti sono fatti molto bene e sono piacevoli da guardare: ne avrei addirittura preferito un maggior numero, perché quando Michiko si mette a menare non c’è speranza per nessuno!

Il disegno è particolare, e per i miei gusti molto piacevole: come detto, l’animazione è brillante (d’altra parte, già nel 2004 con Samurai Champloo i personaggi erano animati benissimo).
Le musiche sono un grande punto a favore di questo anime, dato il grande lavoro di adattamento all’ambientazione di cui parlavo prima. Musiche molto strane per un anime, ma fors’anche per questo molto belle. L’unica canzone un po’ fuori dal contesto è l’ending, ma è perdonabilissimo.

Insomma, alla fine del viaggio cosa rimane? Ottima domanda. Rimane secondo me una serie dalla buona idea, con degli sprazzi molto piacevoli (alcuni rari scambi di frasi tra Michiko e Hatchin sono soprendentemente azzeccati), ma che avrebbe potuto diventare molto meglio se si fosse lavorato di più su trama e personaggi. Rimane comunque piacevole da guardare ed i 23 minuti di durata delle puntate volano con velocità.

Voto. 7. Piacevole, ma poco più. Per una serie che parla di un viaggio, El Cazador de la Bruja è sicuramente meglio riuscito.

Consigliato a: chi ama i road-movie; chi apprezza le protagoniste che sanno farsi rispettare; chi vuol vedere un personaggio in un anime che non sa il giapponese, e si perde nel quartiere giapponese di una città.

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