Khorne

Anime Reviews

Ima, Soko ni Iru Boku 4 Ottobre 2009

Archiviato in: Anime International Company, Inc. — khorn3 @ 06:15
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…In alcune serie, la luce alla fine del tunnel semplicemente non c’è.

Ima, Soko ni Iru Boku

Shu è un ragazzo qualsiasi, che ha avuto una giornataccia perdendo malamente un incontro di kendo e vedendo la ragazza dei suoi sogni andare via con un altro. Tornando a casa vede, sul comignolo di una fabbrica abbandonata, una ragazza seduta che fissa il tramonto: decide pertanto di andare a farle compagnia.
D’improvviso, tuttavia, dal nulla compaiono delle specie di dragoni metallici che tentano di rapire la poveretta, che si chiama Lala Ru; Shu decide di tentare di proteggerla, con l’esito di venir teletrasportato insieme a tutti quanti i presenti in un mondo alternativo, dall’aspetto postapocalittico! Egli viene gettato in prigione ed in seguito arruolato come soldato nell’esercito del perfido e psicopatico re Hamdo, che punisce ogni minimo sgarro con la morte.
Riuscirà Shu a salvare Lala Ru dalle grinfie del malefico regnante? Ma chi è in realtà la misteriosa ragazza? E come si potrà fare a fermare la follìa distruttrice che sta falcidiando l’intero pianeta?

Nei primi minuti la serie pare una delle tante sulla crescita di un ragazzo, ma rapidamente si capisce che il tono è totalmente diverso: è infatti uno degli anime con meno speranza e positività che mi sia capitato di vedere, paragonabile probabilmente solo a Grave of the Fireflies (che tratta anche argomenti simili).
Si assiste infatti ad una micidiale guerra, che però si differenzia da molte altre che vengono rappresentate solitamente: in questo caso è una guerra di pezzenti che uccidono altri pezzenti con la speranza che prima o poi il tutto finisca. Una guerra tra poveri e tra disperati, comandati da qualcuno che si disinteressa totalmente alle loro vite.
Non viene rispettato alcun diritto umano, non c’è pietà, non c’è salvezza: per rifornire i ranghi che si assottigliano a seguito delle battaglie i soldati sono obbligati a razziare altri villaggi, uccidere gli uomini (potrebbero ribellarsi) e prendere bambini, ragazzi e donne. I giovani diventeranno nuovi soldati-bambino, e le donne verranno ingravidate per fornire -sul lungo periodo- ulteriori truppe: in seguito, i nuovi rapiti andranno a razziare un altro villaggio e via dicendo, in un infinito vortice di oppressione e violenza.
Se tutto ciò sembra fin troppo orribile, si può tuttavia pensare che è ciò che accade anche al giorno d’oggi in alcune guerre tra le popolazioni più povere del pianeta: il fatto che nessuno ne parli mai non nasconde il problema, che questo anime porta alla luce in maniera abbastanza diretta.

Andando nello specifico della storia, si può dire che la trama non è particolarmente complessa ma funziona e porta a comprendere bene l’entità della disperazione che colpisce i vari personaggi che si muovono all’interno delle puntate.
I due protagonisti, ironicamente, sono quelli che hanno meno sviluppo e i cui personaggi sono meno interessanti: Shu è il solito fastidioso protagonista che rimane positivo nonostante le incredibili nefandezze che accadon attorno a lui, e Lala Ru è semplicemente un personaggio muto e immobile, che serve solo ad avere un obiettivo su cui Hamdo si focalizza, e permette lo svolgimento della trama.
I coprotagonisti, invece, portano alla luce interessanti aspetti: praticamente chiunque ha una storia tragica alle spalle, e i diversi modidi relazionarsi con le perdite e gli abusi subiti sono ben realizzati.

Nella prima parte della storia si assiste alla vita di Shu e di coloro che sono attorno a lui nella fortezza di Hamdo, Hellywood: è secondo me la parte più interessante poiché in molte diverse maniere si vede come ognuno tenti di aggrapparsi alle poche speranze residue, e come provi a vivere senza pensare agli orrori che vengono giornalmente commessi.
Nella seconda metà della serie, con l’uscita di Shu e Lala Ru dalla fortezza, ci sono un paio di puntate un po’ sotto tono: tutta la serie ha un passo relativamente lento (senza tuttavia arrivare al punto di diventare noioso), e con l’entrata in scena della cittadina di Zari Bars ogni tanto alcune scene vengono un po’ troppo dilungate. I problemi cambiano, risultando secondo me un po’ meno interessanti di quelli inizialmente affrontati, ma probabilmente ciò accade perché il concetto di “violenza vs pace” è trattato in molti altri lavori, e pertanto colpisce di meno.

Il disegno non è niente di eccezionale: l’anime risale a dieci anni fa, ma in effetti ci sono altri lavori degli stessi anni con uno stile molto migliore. Anche le musiche non mi hanno particolarmente colpito, con opening ed ending carine ma che mal si adattano all’ambiente cupo e senza speranza che la serie trasmette.

Insomma: Ima, Soko ni Iru Bok (anche chiamato Now and Then, Here and There) è secondo me un ottimo lavoro che tratta argomenti che difficilmente si incontrano altrove, e che magari può anche far riflettere qualcuno su quanto l’essere umano può diventare crudele nelle dovute circostanze. Ci sono alcuni difetti (personaggi non eccezionali, storia un po’ lenta, finale deboluccio), ma rimane comunque una serie che vale la pena di vedere se si riesce a sopportare di guardare tredici puntate senza mai sorridere nemmeno una volta.

Voto: 8,5. Insolita serie che mi ha spiazzato, e che in alcuni punti mi ha davvero colpito.

Consigliato a: chi pensa che la guerra sia cosa buona e giusta; chi desidera un po’ di tristezza e tragedia proiettata sullo schermo; chi vuol vedere quanto a lungo un bastone di legno può durare in una serie.

 

Grave of the Fireflies 20 Settembre 2009

Archiviato in: Studio Ghibli — khorn3 @ 10:47
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…Il più triste dei lavori dello Studio Ghibli, sugli orrori della guerra.

Grave of the Fireflies

Ci troviamo nei primi mesi del 1945: la guerra in Giappone è oramai nella sua fase più tragica, con bombardamenti da parte degli americani che giornalmente decimano la popolazione. Seita è un ragazzino, che vive con la sorellina Setsuko e la madre: il padre è arruolato in marina, a combattere il nemico. Tra corse verso i rifugi e allarmi aerei, la vita sembra scorrere in maniera quasi normale, fino a quando un malaugurato giorno la madre muore in un bombardamento aereo, che distrugge nel contempo la casa dove avevano abitato sinora.
Inizia da lì il disperato viaggio dei due protagonisti, catapultati in un terribile mondo di privazioni, fame, malattie e stenti. Come riusciranno ad arrangiarsi per campare il più possibile?

L’anime inizia in maniera abbastanza insolita: nei primi 30 secondi di proiezione, si scopre che il protagonista muore di fame e di stenti, tra l’indifferenza della gente in una stazione, il 21 settembre 1945. Si capisce pertanto sin da subito che non ci sarà un lieto fine, e l’unica domanda che accompagna l’intero film è “come, e perché?”
Si torna quindi indietro di qualche mese, fino a quando non capita il sopraccitato bombardamento che catapulta Seita e Setsuko all’inferno; man mano che il film prosegue, la disperazione si fa via via sempre più strada nei cuori dei due poveri ragazzini che le tentano tutte per sopravvivere, ma le cui speranze diventano sempre più flebili.

Essendo principalmente Seita quello che agisce durante tutto il film, il suo personaggio è notevolmente sviluppato. Il suo comportamento è logico e ci si trova a pensare che non avrebbe potuto fare altrimenti in molti casi, considerando anche che ad un’età stimabile di 12-13 anni si ritrova a dover badare alla sorellina, inventarsi sistemi per trovare cibo quando un’intera nazione sta morendo di fame e combattere contro i problemi che continuano ad accumularsi a causa della loro situazione assolutamente precaria.

Va detto inoltre che un lavoro come questo è estremamente raro: i giapponesi evitano il più possibile di parlare della seconda guerra mondiale ancora oggi, dato che è una ferita che non si è mai completamente chiusa. È facile capire che nel 1988, quando Grave of the Fireflies venne creato, la resistenza fosse ancora maggiore: al coraggio dello Studio Ghibli va un ulteriore plauso.
Questo è infatti un ottimo lavoro per rendere con chiarezza l’idea di quanto possa essere orribile la guerra: è facile pensare a bombardamenti, scontri a fuoco, morti e feriti. Raramente però si pensa agli effetti a medio-lungo termine che eventi del genere mettono in moto, e che spesso sono ancora più terribili dei morti di guerra “diretti”. Per tali motivi in alcuni passaggi è anche abbastanza crudo (sebbene non si vedano sbudellamenti veri e propri), come è giusto che sia.

La grafica dimostra qualche annetto, come è giusto che sia, ma risulta comunque piacevole ed interessante da guardare. L’audio aiuta bene a convogliare il senso di disperazione e di tragedia che permea tutto questo lavoro, e pertanto è decisamente apprezzabile.

Insomma, Grave of the Fireflies è un lavoro abbastanza inusuale per lo Studio Ghibli, che in quasi tutti gli altri lavori ha puntato verso la speranza: in questo caso ci si inabissa unicamente in un dolore che diventa sempre più immenso, fino a diventare insopportabile.

Voto: 9. Colpisce diretto allo stomaco, come un lavoro di questo genere dovrebbe fare.

Consigliato a: chi vuole vedere qualcosa di triste; chi si vuol rendere conto di come si faceva, in una nazione civilizzata come il Giappone, a morire di fame per le strade; chi pensa che la guerra sia una cosa bella, solo perché non l’ha mai vista in casa propria.

 

Project ICE 10 Settembre 2009

Archiviato in: PPM — khorn3 @ 10:23
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…Lo sterminio degli uomini, la guerra civile, la fine del mondo. E poi cos’altro?

Project ICE

Ci troviamo nel 2012. Qualche tempo fa la MIR, cadendo sulla terra, ha liberato un micidiale virus che ha portato alla morte dell’intero genere umano di sesso maschile (???).
Questo ha chiaramente creato infiniti problemi, dalla politica alla produzione di beni, ma soprattutto nell’ottica della riproduzione della specie: con sole donne, la generazione attuale rischia di essere l’ultima!
Ci sono fazioni che si rassegnano al loro destino e credono che morire sia opera del fato, ed altra gente che tenta di combattere con tutte le forze tale apparentemente inevitabile fine.
Hitomi è la leader di un gruppo di Guardiane, una truppa specializzata nel combattere il bioterrorismo che sta minando le poche sacche di civiltà ancora presenti sul pianeta: si imbatte pertanto negli ICE, corpi di donna che sono come congelati, e che -se toccati- reagiscono tramutandosi in esseri pericolosissimi. Ma cosa sono questi ICE? A chi è dovuta la loro reazione? Possono portare ad una rinascita del genere umano, oppure ne determineranno la distruzione?

Inizierei a commentare la “trama”. Quanto detto qui sopra è più o meno tutto ciò che di intelleggibile esiste in Project ICE: il resto è una marmaglia di avvenimenti TOTALMENTE casuali. Una sequenza di eventi assolutamente insensata, cambi di fronte senza spiegazioni, uccisioni di personaggi assolutamente immotivate, nuovi nemici senza alcun preavviso e quant’altro non sono che la punta dell’ICEberg (haha, battutone). Mi mancano le parole per descrivere il totale minestrone che è stato creato: è come se avessero preso una serie da 26 puntate, l’avessero compressa in 3 OVA e poi gli avessero dato una bella frullata. Non credo ci siano altre spiegazioni, dato che non esiste nemmeno la scusa del “è stato tratto da un manga, hanno dovuto pressare tutto”, dato che questo lavoro nasce a tavolino e non da un’altra opera già esistente.

I personaggi, in virtù di quanto detto poco fa, non hanno nessuna credibilità: la protagonista cambia comportamento tanto per divertimento, una bambina che cerca tutta preoccupata la sorella non perde tempo, una volta che la vede mentre sta parlando con qualcun’altra, ed imbraccia un bazooka per eliminarle entrambe… per poi sfogarsi spaccando di mazzate la suddetta sorella, e poi tornando amiche come prima. Entrambe le fazioni agiscono senza nessuna motivazione apparente: coloro che voglion lasciarsi morire vaneggiano giustificazioni dovute agli esperimenti che gli uomini hanno eseguito anni fa che hanno dato nascita a persone decisamente infelici, e quindi “la scienza non può fare niente per noi quindi moriremo tutti”. Coloro che propengono alla vita sembrano più ragionevoli (vivere è sempre un’ottima motivazione per far qualcosa), ma i mezzi utilizzati sono semplicemente illogici.
Gli stessi ICE rimangono senza logica: si capisce quale sia la loro funzione teorica, ma il funzionamento effettivo rimane misterioso, e la loro forma e applicazione non hanno alcun senso.

Hmm… ma ci sarà qualcosa di buono, allora! I combattimenti? In fin dei conti, nei primi dieci minuti di proiezione si vedono un bel po’ di sbudellamenti assortiti: peccato che la cosa finisca lì, e che le successive gocce di sangue vengano soltanto versate, in maniera decisamente poco sensazionale, nel finale.
Potremmo allora andare a cercare nel fanservice, dato che il mondo è di sole donne: purtroppo anche qui caschiamo male, perché a parte un paio di decisamente poco attizzanti scene di tette al vento qui e là (ovviamente senza motivo, non credo sia necessario specificarlo) non c’è null’altro.

Magari la grafica? Per essere del 2007, il disegno è un tantinello scarseggiante ma non pessimissimo: ciò che è inaccettabile è la CG, che è a livelli di orrore senza precedenti.
Eventualmente il comparto audio… mica tanto. Le musiche sono quasi assenti (e questo ci può anche stare, per dare il tono cupo e angosciante che si desidera), e le seyuu che hanno doppiato i personaggi sono davvero pessime. Incuriosito da tale insolito fatto ho controllato: parte delle doppiatrici appartiene al gruppo idol AKB48! Questo spiega molte cose…

In definitiva, tempo che di Project ICE non ci sia da salvare davvero nulla. Qui e lì c’è qualche minuto apprezzabile, ma non ce ne si fa nulla senza qualcosa che sorregga tali minuscole parti: probabilmente la sola cosa decente è il fatto che duri davvero poco, e con meno di due ore la sofferenza sia finita.

Voto: 4. Tenetevene lontani, se potete.

Consigliato a: chi ha il gusto dell’orrido; chi non si offende se un anime non ha nessuna logica; chi vuol vedere un fucile caricato a mini-bombe nucleari.

 

Gilgamesh 8 Settembre 2009

Archiviato in: Group TAC Co., Ltd. — khorn3 @ 10:24
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…Un futuro apocalittico di superpoteri e angoscia.

Gilgamesh

Ci troviamo in un imprecisato futuro. Quindici anni prima degli avvenimenti narrati, un grave disastro colpì la terra: il più grande centro scientifico del pianeta, che si stava occupando di estrarre il DNA di Gilgamesh -metà uomo e metà Dio- fu colpito da un attacco terroristico, rilasciando un’ondata elettromagnetica che impedì l’utilizzo di qualsiasi computer, e coprì il cielo con una schermata riflettente che impedì da allora di vedere il cielo.
Seguiamo ora le vicende di Tatsuya e Kyoko, il figlio e la figlia del presunto attentatore: scappano inseguiti dai creditori della Yakuza a causa di debiti fatti dalla madre sulla loro pelle, e vivono alla giornata nella città oramai semidistrutta fuggendo da chiunque.
Quando vengono messi alle strette e quasi catturati, tuttavia, fanno due incontri molto interessanti: prima conoscono un misterioso giovane che li invita a seguirli e ad unirsi a loro, e subito dopo una contessa che chiede loro la stessa cosa! Per risolvere il problema, coprendo il debito che li opprime, la compressa “compra” pertanto i due giovani, portandoli a vivere con se con altri tre ragazzi che sembrano avere poteri psichici molto potenti.
Ma come mai tanto interesse per loro, dopo tanti anni nelle fogne a scappare da tutto e da tutti? Chi è la misteriosa contessa? cosa vuole da loro? E come mai anche Tatsuya ha sviluppato i potenti poteri psichici di cui sopra? Cosa si nasconde dietro al Twin X, l’attentato di quindici anni fa?

Come si può notare, di carne al fuoco ce n’è veramente parecchia. Peccato che la parte interessante finisca qui: come prima cosa infatti commeterò la fallimentare struttura della storia.
Innanzitutto va detto che il ritmo è LEN-TIS-SI-MO: io apprezzo anime tranquilli e dal passo lento (come possono essere Mushihsi o Kino no Tabi), ma qui si parla di vera e propria noia. Molte delle 26 puntate passano senza che accada assolutamente nulla, con la semplice impressione di aver buttato venti minuti al vento.
Quando accade qualcosa, inoltre, raramente ha senso. Per un pezzo della serie abbastanza consistente (5-6 puntate) si vedono i protagonisti che tentano di aiutare una società ad attivare un potente marchingegno che porterebbe alla dissoluzione di una parte dello Sheltering Sky, il cielo riflettente: purtroppo falliscono, e tale costruzione esplode uccidendo migliaia di persone. Quindici minuti dopo tutto ciò non ha più alcun significato, e si prosegue su un filo narrativo totalmente differente!
Altri esempi simili sono facilmente reperibili, con cose importantissime nelle prime puntate (come la trasformazione di uno dei due gruppi in Gilgamesh, cioé in esseri potentissimi e distruttori) che vengono totalmente dimenticate e trascurate per tutto il resto della serie oppure personaggi di cui si fa la conoscenza senza alcuna motivazione (vedasi ad esempio la collega di Kyoko).
L’unica cosa decente in questo campo è, all’inizio, il fatto che effettivamente non si capisca quale delle due fazioni sia quella “buona”, quale quella “cattiva”, o se entrambe facciano semplicemente i loro interessi: ovviamente tutto ciò viene a cadere dopo un po’, portando alla succitata tragicomica “trama” e ad un finale quasi imbarazzante per la sua inutilità e mancata correlazione con quanto narrato per le restanti venticinque puntate.

Sui personaggi è stato fatto un lavoro lievemente migliore. Inizialmente il fulcro sono ovviamente i due fratelli, e viene preso molto tempo nel narrare il cambiamento nel loro rapporto estremamente intimo e vagamente morboso: passando da una situazione in cui ognuno ha unicamente l’altro ad una dove ci sono molte altre cose in ballo, chiaramente la sintonìa rischia di spezzarsi e l’idilliaco rapporto di guastarsi. Questo viene rappresentato decisamente bene, e nelle prime 6-7 puntate lo sviluppo del personaggio (soprattutto di Tatsuya, che essendo il più giovane è più influenzabile dalle novità) giustifica le carenze narrative e la tragica lentezza. Anche i compagni di (s)ventura inizialmente hanno i loro punti d’interesse: ognuno con una diversa storia alle spalle, hanno modi diversi di approcciarsi ai due nuovi venuti. Infine, anche la contessa in questa fase iniziale mostra dei lati che avrebbe potuto essere interessante sviluppare.
Ovviamente, tutto ciò inizia ad essere trascurato quando la storia cade via via nell’inconsistenza: poco dopo l’abbandono di Kyoko dell’hotel dove soggiornano si spezza la magia, e con un paio di conclusive puntate termina lo sviluppo tra i due personaggi, diventando piatto e monotono. Gli altri ragazzi diventano comparse inutili, che servono solo a far narrare ad altri personaggi pezzi di trama più o meno fantasiosi, senza mai interagire davvero con l’ambiente circostante. Idem dicasi per la contessa, che da personaggio oscuro ed intrigante diventa quasi una mammina disperata.

I disegni non sono granché, ma è uno stile abbastanza particolare e a qualcuno potrebbero piacere: ciò che è invece mal realizzato è tutto il comparto dell’animazione, che risulta sempre legnoso e banale. Questo porta tutti i combattimenti (che non sono tantissimi, ma ce ne sono alcuni) ad essere poco guardabili, complice anche un utilizzo totalmente stupido dei mostruosi poteri (teletrasporto, onde energetiche, bordate capaci di respingere palazzi che crollano,…) che fa solo venir voglia di prendere a schiaffi tutti i coinvolti.
L’audio se la cava meglio, essendo spesso una melodia da pianoforte: opening ed ending sono carine, ma poco si adeguano con l’ambiente estremamente cupo, paranoico e claustrofobico che permea l’intera serie.

Insomma, ci sono lati positivi in Gilgamesh? Io ne ho trovati ben pochi. Il problema principale è l’estrema noia che questo anime porta con sé, e che amplifica gli altri problemi che avrebbero in potuto essere mitigati con un ritmo un po’ maggiore. Ho fatto davvero fatica a finirlo: ricorda Texhnolyze nell’ambientazione ma non ne assume le parti buone, limitandosi ad assorbire quelle peggiori.
All’inizio da qualche speranza, e ci sono un paio di puntate dove vengono portati elementi interessanti sul comportamento dei personaggi: il tutto però finisce lì, scadendo inesorabilmente.

Voto: 5. Una discreta sofferenza finirlo.

Consigliato a: chi apprezza gli anime lenti, molto lenti, estremamente lenti; chi vuole un mix tra miti della mesopotamia, superpoteri alla Dragonball, depressione e civiltà future senza PC; chi vuole lambiccarsi il cervello su discorsoni di decine di minuti, per capire alla fine che non volevano dire niente.

 

Solty Rei 26 Luglio 2009

Archiviato in: GONZO — khorn3 @ 11:01
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Un Noir ambientato nel futuro:

Solty Rei

Ci troviamo in un imprecisato futuro. Siamo a dodici anni di distanza dal tragico Blast Fall: dall’aurora che sovrasta in ogni momento la città scese un globo di energia che rase al suolo quasi tutto, ivi incluse numerosissime vite.
Roy Revant è un cacciatore di taglie di vecchio stampo: aria truce, cappotto sempre addosso e violenza quanto basta, vive da allora cacciando i criminali nella speranza di ritrovare la sua figlia scomparsa nel tragico incidente di cui sopra.
La tecnologia del Resembling si è particolarmente sviluppata dopo la tragedia: molte persone, dopo tale evento, sono rimaste gravemente ferite e delle parti cibernetiche sono state innestate in loro, rendendole a tutti gli effetti più potenti.
Nella sua attività di cacciatore di taglie, Roy si ritrova in una situazione particolarmente pericolosa in cui viene salvato fortunosamente da una misteriosa ragazza con una potenza ineguagliabile: dopo vari tentennamenti essa viene data in affidamento a lui, e viene nominata Solty. Lei non sa nulla del suo passato, e curiosamente attorno a lei molte persone iniziano a gravitare… ma quale è la sua origine? Come mai così tanta gente è interessata a lei? E cosa si nasconde dietro al cataclismatico Blast Fall?

In primis, una valutazione va data alla storia in sé. Inizialmente mi pareva davvero debolissima: un’idea iniziale non del tutto da buttare era stata devastata da 20 puntate su 26 di filler, senza praticamente alcuno sviluppo. Nelle ultime puntate, tuttavia, vengono estratte alcune idee niente male: da un punto di vista riassuntivo si può dire che le idee c’erano, ma il loro sviluppo è singhiozzato e frammentario. Per quasi tutta la serie i personaggi agiscono senza alcuna apparente logica, per poi ricever spiegazioni solo alla fine: vedere tuttavia otto ore di anime senza capirci nulla non è divertente.

Parlando di personaggi, si va a toccare il punto più dolente di tutti: i protagonisti. Essi sono di una piattezza incredibile, stereotipati e monotoni in ogni loro aspetto. Roy nasce come classico burbero dal cuore ferito, Solty pare la classica ragazzina pseudo-aliena dissociata, Miranda si palesa come la spalla di Roy in ricordo di vecchie amicizie… e tutti loro non fanno un millimetro più di quanto il loro personaggio richieda.
Il gruppo di fuorilegge risulta noioso e, nonostante la loro teorica parte di importanza non indifferente, paiono delle inutili comparse: lo stesso si può dire delle quattro superpoliziotte, le cui vicende occupano intere puntate ma che risultano assolutamente non interessanti.
I “cattivi” agiscono in maniera stupida e illogica, buttando all’aria centinaia di anni di pianificazione per qualche capriccio (il classico “spiego tutto il mio piano solo per farmi fregare alla fine”): una vera delusione.

L’ambientazione non è malaccio, ma gestita dai personaggi di cui sopra risulta anch’essa poco affascinante: durante la storia i personaggi si trovano sempre più invischiati in tragiche vicende (con un paio di colpi di scena ben piazzati e ben congegnati, ma mal sfruttati nel proseguio della narrazione). È come se avessero voluto piazzare un Noir anni ‘20 in un ambiente post-apocalittico, con come risultato un minestrone con poco sapore.

I disegni, per essere della GONZO e del 2005, sono parecchio scarsi: anche la CG è mal integrata con il tratto usuale. L’opening personalmente non mi è piaciuta, ma ho trovato di inusuale qualità la musica durante le puntate: almeno su questo punto si sono messi d’impegno.

Insomma, cosa rimane dopo la visione di Solty Rei? Rimane l’impressione di aver guardato una serie nata con qualche buona idea, e sviluppata in maniera raffazzonata e poco curata. 20 puntate di filler, 4 puntate di sviluppo a passo di corsa e le ultime due puntate di altri filler non fanno che lasciare un retrogusto amaro per qualcosa che avrebbe potuto essere, e non è stato.

Voto: 5,5. Buoni spunti alle idee, ma lo sviluppo non raggiunge la sufficienza.

Consigliato a: chi ama il genere Noir rivisitato; chi desidera una storia tragica, ma con un inusuale lieto fine; chi vuole incontrare delle poliziotte con il nome di automobili.

 

Bounen no Xamdou 5 Luglio 2009

Archiviato in: BONES — khorn3 @ 11:05
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Altresì detto “Xam’d of the Lost Memories”, un anime andato in onda solo su PS3.

Bounen no Xamdou

Ci troviamo in un immaginario futuro, su un immaginario pianeta dove la guerra e l’oppressione son di casa. Akiyuki è un normale studente 16enne, ma rimane coinvolto in un attentato dinamitardo organizzato dal Nord, e in lui si impianta un misterioso essere simil-alieno. La città viene attaccata da tali cosiddetti “human-form”, e lui viene recuperato da Nakiami, una miteriosa ragazza tatuata in faccia che per evitare la sua morte lo porta a bordo di una nave che si occupa di invii postali, insegnandoli a controllare il suo nuovo potere per evitare di trasformarsi in pietra.

Come si puo notare, la trama iniziale è parecchio curiosa e misteriosa: il punto focale di questo anime è difatti la storia, parecchio articolata e con mille misteri.
In tal senso, bisogna dire che alcune delusioni vengono a galla: i misteri son molti e ci si trova in un’ambientazione sconosciuta, ma per la quasi totalità del tempo si viene lasciati nella totale oscurità. Su 25 puntate 20 passano nel più completo mistero, con ben pochi avvenimenti e un generale immobilismo che spazientisce; negli ultimi 5 episodi accade di tutto, compressando miliardi di informazioni in poco tempo. Gli anim che hanno dei misteri mi piacciono, ma quando essi vengono mantenuti a oltranza diventa controproducente perché lo spettatore non riesce a capire il motivo per il quale alcune cose accadono.
Alcuni misteri inoltre rimangono insoluti: l’intero motivo della guerra in corso, l’esatta natura degli Xam’d, le ragioni che spingono i personaggi a muoversi in tal modo sono abbastanza flebili. Alla fine viene data qualche motivazione, ma rimane ampiamente insufficiente per motivare il tutto.

Se c’è una cosa che è ben riuscita, invece, è l’ambientazione in sé: ci troviamo nel futuro, ma ci sono alcuni aspetti della cultura steampunk che rimangono presenti. La presenta di immensi motori meccanici, una società ucronica che controlla e opprime; questi elementi vengono ben mischiati a tecnologie future e situazioni complicate dovute alle guerre in corso (sebbene esse, come sopra detto, non vengano mai ben chiarite). Questo porta un generico alone d’interesse attorno alla serie, e aiuta anche nei momenti più bui e noiosi a continuare la visione.
Va detto però che, nonostante l’inizio con qualche battuta e l’ultima mezza puntata che tenta di riportare la luce nella serie, questo anime è decisamente opprimente e depressivo: le vicende che capitano sono via via più drammatiche, con scelte dolorose per i personaggi, abbandoni non voluti e decessi relativamente imprevisti: di certo non è una serie leggera, e va guardata sapendo che si assisterà ad una storia prettamente drammatica.

Sui personaggi, invece, ho impressioni miste: da una parte si può vedere che è stato fatto un buon lavoro nel crearli, dato che ci sono molti personaggi diversi che -sebbene abbastanza abituali- si intersecano bene tra loro; d’altra parte lo sviluppo è abbastanza aleatorio e incostante. In una serie in cui alcuni personaggi dovrebbero imparare a rapportarsi con l’umanità tutta e altri dovrebbero capire come gestire il loro teoricamente sconfinato potere, questo difficilmente può venire perdonato. Akiyuki per 25 puntate gira con’sto braccio mostruoso a farsi curare da Nakiami non appena va fuori controllo, e poi a puntata 26 misteriosamente grazie alla classica “frase rivelatrice” capisce tutto e diventa superfigo… non quadra per nulla.
I coprotagonisti fanno invece una figura un po’ migliore, soprattutto i genitori dei protagonisti: sembrano parecchio reali con i loro problemi e la loro disperazione, e mi son trovato a tenere più per loro che non per chi guidava la storia.

L’aspetto grafico è ottimamente curato, con disegni all’altezza dell’anno di produzione (2008) ed effetti 3D davvero imponenti; anche sulla musica viene fatto un ottimo lavoro, con openind ed ending brillanti e ben ritmate che son piacevoli da ascoltare. Soprattutto la canzone di chiusura mi ha sorpreso, cantata in perfetto inglese e davvero bella.

In conclusione, un paragone è d’obbligo: questo anime, creato dalla BONES, è praticamente la fotocopia di un loro altro lavoro, Eureka Seven; stessa struttura narrativa, stesso tipo di personaggi, stessa nave viaggiante che va a spasso in mezzo ad un mondo in guerra, stessi misteri.
Il paragone va tuttavia a palese vantaggio della serie sopra citata, poiché Bounen no Xamdou non riesce a curare i propri personaggi a dovere, rendendo la trama singhiozzata e frammentata: la logica inoltre qui e là ha qualche mancanza, e questo è davvero un peccato.

Voto: 6,5. Mi aspettavo di più da questa serie, che rimane comunque relativamente piacevole da guardare; peccato che la copia sia riuscita parecchio peggio dell’originale, Eureka Seven.

Consigliato a: chi ha amato gli altri lavori della BONES, e non vuole perderseli; chi non è infastidito da misteri che vengono mantenuti senza spiegazioni per tutta la serie; chi vuol conoscere la vecchina con la mira più brillante di tutti i tempi.

 

ef – A Tale of Melodies 20 Aprile 2009

Archiviato in: SHAFT — khorn3 @ 10:00
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Resci a sentirla? È la melodia della verità.

ef – A Tale of Melodies

Questo è il sequel di ef – A Tale of Memories. I personaggi presenti sono gli stessi, ma i protagonisti nella prima serie diventano solo comparse qui, e quelli che prima erano solo nel retroscena prendono il ruolo dei protagonisti. Si seguono di nuovo due vicende separate, anche se debolmente correlate. da una parte vediamo Yuu e Yuuko una 15ina d’anni fa: si reincontrano dopo anni di separazione, dato che erano stati insieme in orfanotrofio, e lei pare tornare alla carica con i suoi sentimenti: lui però ha un oscuro passato che gli impedisce di comportarsi come realmente vorrebbe, e col tempo si scopre che anche lei ha i suoi fantasmi da combattere.
La seconda storia, che avviene poco dopo le vicende della prima serie, narra del complicato rapporto tra Kuze e Mizuki: si scopre praticamente subito che lui ha una malattia incurabile che lo porterà alla tomba, e pertanto tenta di distaccarsi da tutti. Mizuki gli dichiara però il suo amore, scatenando reazioni e pensieri che nessuno dei due avrebbe mai pensato.

Lo dico subito: chi cerca la meraviglia narrativa ed emotiva della prima serie rimarrà deluso. Il taglio delle storie è diverso: è molto più tragico, disperato, angoscioso; soprattutto nella storia di Yuu/Yuuko sussistono dei personaggi estremamente negativi che ammorbano l’aria con la loro mera esistenza. La qualità e l’originalità delle storie, inoltre, è decisamente minore: uno dei punti forti della prima serie è sicuramente l’inusualità delle situazioni (perlomeno nella storia Renji/Chihiro). In questo caso ci si trova spesso intrappolati in un discorso di sensi di colpa mix desiderio di protezione mix incomprensione dei propri sentimenti, cosa che si trova praticamente in ogni serie.
Sia ben chiaro: questo non porta le storie ad essere brutte. Sono comunque godibili -perlomeno, per chi ha voglia di deprimersi un po’- e intrattengono, portando comunque alcuni momenti di emozione. A me è tuttavia parso che ogni tanto si perdessero in discorsi sacrosanti, ma tirati un po’ per le lunghe.

I personaggi, come detto, sono gli stessi della prima serie. Passando da comparse a protagonisti, però, il loro carattere va formato in maniera molto più dettagliata. Il lavoro viene fatto in maniera abbastanza accurata, e gli ora protagonisti riescono a reggere la trama: essendo tuttavia essa un pochino banalotta, anche loro non brillano per originalità – e alcuni, una volta o due, sarebbero da prendere a calci. Va inoltre detta una cosa: i personaggi della prima serie erano confrontati con una serie impressionante di sfighe dalla quale tentavano con tutte le loro forze di liberarsi, per combattere la malasorte o i loro dubbi personali, creando dunque un ambiente di speranza e di tenacia. In questa serie, invece, buona parte dei problemi è creata dai personaggi stessi: sorvolando quelli volutamente super-negativi (che spargono bad karma su mezza serie), anche gli altri ci si mettono d’impegno nel complicarsi la vita! Questo è un peccato, perché con tanto impegno costruiscono qualcosa e poi con i loro stessi stupidi errori fanno crollare tutto, rendendo vane mille fatiche.

Il disegno è meraviglioso. La qualità e la fluidità dei movimenti è notevolissima, e i giochi di colore qui prendono una parte preponderante. Anche le musiche sono meravigliose: opening ed ending sono ben fatte, e il tocco di classe è fatto da una BGM composta quasi unicamente da pianoforte e violino, delicati e adattissimi. Davvero un lavoro con i fiocchi.

Insomma, questa seconda serie è un fallimento? Se presa come serie stand-alone, no. Ci sono dei buoni elementi, narra comunque due storie di sentimento e sofferenza in maniera egregia, ha momenti carichi di pathos e si lascia godere.
ef – A Tale of Melodies, purtroppo, deve vivere nell’ombra del suo predecessore, e da questo scontro ne esce con le ossa completamente rotte: la sua involontaria colpa è di aver cercato di replicare una formula che funziona solo una volta, e la seconda volta da solo l’impressione di déjà-vu.

Voto: 8. Chi ama le storie tragiche può anche dargli di più: io non ne sono un grande fan, e le grandi aspettative date dalla prima serie hanno probabilmente condizionato la visione. Mezzo punto, inoltre, è unicamente per la spettacolare realizzazione tecnica.

Consigliato a: chi non ha paura di veder soffrire i personaggi; chi cerca lo stile SHAFT il più possibile; chi vuol scoprire chi diavolo era la ragazza con i lunghi capelli blu e il cappello della prima serie.

 

Ga-Rei Zero 26 Marzo 2009

Archiviato in: AIC ASTA — khorn3 @ 04:40
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Uccideresti, per amore, qualcuno che ami?

Ga-Rei Zero

Ci troviamo nel Giappone dei giorni nostri, e purtroppo demoni e spiriti sono una comune occorrenza nelle notti giapponesi. Essi non hanno altro fine che uccidere la gente; il governo ha reagito a tali pericolose manifestazioni tramite degli esorcisti, che possono vedere tali entità soprannaturali e falcidiarle senza pietà.
Nella notte in cui la serie inizia, tuttavia, ci si trova davanti ad una quantità e potenza di mostri mai vista… cosa la sta creando? Chi sta macellando tutte le squadre anti-demoni presenti? Per quale motivo?

Le prime due puntate di questa serie da dodici puntate sono assolutamente spiazzanti: una violenza fuori dal comune, una tamarraggine ai limiti dell’inverosimile (sgommare con una moto in faccia ai mostri per ferirli con le rune incise sulle gomme è solo una delle piccole perle che ci vengono regalate) e con avvenimenti a raffica, che lasciano via via più increduli gli spettatori. Dopo tale cruenta introduzione, si entra nella parte centrale della storia: un immenso flashback che porta a capire come mai si sia arrivati ad una situazione come quella vista in principio.
Il tono cambia decisamente, e lo stile diventa più rilassato sebbene mantenga una notevole serietà di fondo: la violenza diminuisce (seppur senza sparire del tutto) e si da spazio allo sviluppo dei personaggi e all’evolversi della trama, non complicatissima ma comunque avvincente. Si riesce sempre a tenere viva la curiosità sul come si arrivi fino al punto visto inizialmente: va detto che, a parte qualche sbavatura qui e là, le spiegazioni reggono bene e il procedere personale e di trama è logico.
Negli ultimi episodi, quando ci si ricollega (in maniera eccellente) alle scene iniziali, torna buona parte della cruenza precedentemente visionata, ma alimentata questa volta dai forti sentimenti che i protagonisti hanno avuto il tempo di sviluppare.

In quanto ai personaggi, bisogna dire che gli autori hanno avuto grande crudeltà verso di loro. Tutti quanti scivolano via via in situazioni più orribili e tragiche, e spesso non per colpa propria, o solo in minima parte: per le due protagoniste ho provato una pena indescrivibile, poiché per nessuna delle due sarebbe stata augurabile la via che si sono trovate, loro malgrado, a percorrere.
Lo sviluppo dei personaggi è limitato, per ovvi motivi di tempo: la trama da dire è parecchia, e in 12 puntate non c’è tempo per tutto. I cambiamenti di sentimento sono abbastanza prevedibili ma non per questo mal fatti, e aiutano a creare una connessione empatica con coloro che vediamo a schermo.

I combattimenti sono davvero notevoli: quelli che includono solo Kagura o Yomi sono i “classici” combattimenti di spada, ma il massimo della tamarraggine e dello spettacolo si ottengono con le astruse armi che sono in dotazione alla squadra speciale: 24ore cariche a proiettili-mantra, trivelle estraibili sulle mani, ferri da stiro benedetti, spade potenziate con proiettili per velocizzarne il colpo, la succitata moto a copertoni sacri… chi più ne ha più ne metta. Per quanto le esagerazioni siano tante, comunque, rimangono in ogni caso dei combattimenti divertenti da vedere, e raramente scivolano nel grottesco: io me li sono goduti.

Va inoltre detta una cosa su questa serie e sul motivo per cui essa è stata realizzata. Ga-Rei è un manga che si svolge dopo le vicende che vengono qui narrate, e Ga-Rei Zero è un prequel che è stato successivamente realizzato, con molta probabilità a fini pseudo-pubblicitari: termina infatti dove inizia il manga, e incuriosisce lo spettatore a vedere come va avanti.
Contrariamente a molti casi simili, tuttavia, la produzione non si è limitata a tirare insieme una storia raffazzonata con i personaggi disponibili tanto per far vedere qualche bella sequenza di combattimento, ma ha creato una storia consistente, realistica e coerente. Ci sono molti personaggi che nel manga non sono più presenti, denotando uno studio della storia che va oltre al semplice riciclaggio di quel che già esiste. In questo ambito, credo che sia una delle serie migliori che mi sia mai capitata di vedere: quando avevo letto che si trattava di un prequel semi-promozionale mi attendevo un’infame schifezza, e invece ne son rimasto piacevolmente colpito.

I disegni sono in linea con gli standard del 2008, e le musiche sono energiche e moderne: mi sono piaciute.

Insomma, Ga-Rei Zero è un anime nato sotto i peggiori auspici ma che riesce ad emergere dalla mediocrità grazie a dei combattimenti inusuali e grazie ad un impatto emotivo (tendente al tragico) abbastanza pronunciato: a ben guardare la storia è banalotta e si riescono a prevedere quasi tutti gli avvenimenti prima che essi accadono, ma rimane comunque una visione piacevole. È raro riuscire a far stare così tante cose in dodici puntate senza far sembrare tutto affrettato, ma qui ce l’hanno fatta.

Voto: 8,5. Se volete solo risse ignoranti, guardate le prime e le ultime puntate: se volete anche una storia struggente e tragica, veda anche il resto.

Consigliato a: chi vuole dei combattimenti tamarri; chi sopporta che i protagonisti vengano mentalmente torturati dai loro realizzatori; chi non saprebbe rispondere alla domanda con la quale questa review è iniziata.

 

Ayakashi – Japanese Classic Horror 11 Marzo 2009

Archiviato in: Toei Animation — khorn3 @ 08:40
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Storie di paura di gusto classicissimo, ambientate nell’antica Edo.

Ayakashi – Japanese Classic Horror

Questo anime di undici puntate è diviso in tre storie ben distinte, tutte ambientate attorno nel Giappone tradizionale. Essendo le tre molto diverse tra loro, con la paura e l’angoscia come unica cosa in comune, le riporterò separatamente.

Parte 1: Yotsuya Kaidan
Iemon è un ronin, un samurai che ha perso il suo padrone. Gira voce che abbia rubato il denaro del suo defunto maestro, e per questo gli viene negato il matrimonio della donna che ama e che porta in grembo il suo bambino: il padre non acconsente alle nozze.
Approfittando dell’oscurità, Iemon decide pertanto di liberarsi del vecchio, e promette all’ignara Oiwa di vendicare la morte di suo padre. Con tale atto nefando inizia la sua caduta verso gli abissi della grettezza: in seguito a vari avvenimenti la moglie, ai limiti della sopportazione, muore e giura vendetta contro tutte le famiglie coinvolte negli intrallazzi che l’hanno vista vittima.

Questa prima storia è probabilmente quella che getta le sue radici in maniera più profonda nel folklore nipponico: è presentata e narrata come un Kabuki, un pezzo teatrale classico giapponese, e ne assume ritmi e caratteristiche. Il racconto è lento, e gli ambienti sono parecchio minimali: la cura nei dettagli è quasi maniacale, e la cruda realtà della vita dei tempi e delle infamie che accadevano è ben rappresentata.
Il disegno riprende tale cura, essendo in uno stile estremamente tendente al disegno giapponese classico: anche gli effetti sonori sono realizzati con strumenti caratteristici della terra che intende rappresentare.

Parte 2: Tenshu Monogatari
Zushonosuke è un falconiere che ha allevato un falco da donare ad una personalità importante: mentre lo sta portando a destinazione, viene spaventato e fugge verso un castello abbandonato, che si dice infestato da demoni mangiatori di uomini.
Durante la sua ricerca per rintracciare il falco, Zushonosuke incontra una meravigliosa donna, che si rivela quasi subito essere una Dea Dimenticata: inizia così una tensione sentimentale tra i due, repulsi dalle loro diverse origini (dopotutto, i Dei Dimenticati devono mangiare carne umana per tenere a bada il loro eterno dolore…) ma attratti da qualcosa di più grande di loro. Riusciranno nonostante tutto a superare le avversità, o soccomberanno agli istinti naturali delle rispettive razze?

Questa risulta sicuramente essere la storia più straziante della trilogia. È la narrazione di un amore disperato e senza via d’uscita, ma non per questo meno intenso: man mano che la storia si dipana durante le quattro puntate ad essa dedicate, si sente sempre più vicino il dramma dei personaggi in parola. Fino al finale non si capisce dove si andrà a finire, e come la questione verrà risolta: una volta scoperto, si capisce in retrospettiva di aver assistito ad una tragica fiaba ottimamente raccontata.
Il disegno in questo caso è l’anello debole, risultando un tantino approssimativo e raffazzonato, e il comparto audio è quantomeno trascurabile.

Parte 3: Bake Neko
Durante un matrimonio, la sposa muore in maniera misteriosa: viene inizialmente accusato uno strano ed inquietante venditore di medicine che si trovava lì proprio in quel momento. Non appena egli vede la scena, tuttavia, si rivela per quello che è: un esorcista di demoni. Sorvolando le iniziali riserve, comincia la sua battaglia contro lo spirito felino che intende uccidere tutti i presenti. Per riuscirci, tuttavia, deve scoprire innanzitutto i motivi dell’attacco: è però possibile riuscire ad estorcere dalla famiglia i loro più intimi segreti? Cosa nascondono tutti? Perché uno spirito desidera con tanta forza il loro sterminio? Cosa hanno fatto?

Per quasi tutte le tre puntate, questa risultava essere una serie un po’ sotto tono. Per quanto il farmacista fosse un personaggio molto carismatico (per il poco di carisma che si può esercitare in tre puntate) la storia pareva non decollare mai, rischiando di cadere nella noia: inoltre, qui e là ci sono alcune parentesi semi-comiche assolutamente fuori luogo, e che rovinano il tono generale degli avvenimenti. Con gli sviluppi finali, però, si capisce che ci si trova davanti ad una terribile storia di crudeltà umana, e il personaggio che infine appare come rivelazione rimane in gioco solo per pochissimi minuti, ma colpisce come una mattonata lo spettatore. Purtroppo anche questo accadeva un tempo… e tristemente ogni tanto accade ancora.
In questo caso il disegno è molto particolare: sembra di vedere delle antiche pergamene giapponesi animate. I disegni sono come quelli che si posson trovare disegnati sulle antiche illustrazioni, e il video è realizzato con l’apparente ruvidità di una pergamena. Questo porta ad un certo senso di irrealtà generalizzato, che ben si adatta alla storia stessa.

Insomma, Ayakashi – Japanese Classic Horror è una serie che più che di orrore parla di tristezza e di angoscia: inoltre, bisogna apprezzare parecchio lo stile tradizionale giapponese per poter gustare questo lavoro, che se no rischia di risultare lento, mal disegnato (per gli usuali standard) e troppo ermetico. Una volta superati tali limiti, però, risulta una serie più che apprezzabile.
Infine, una nota di merito va ai subbatori, GG, per aver realizzato un .pdf di spiegazioni per ogni puntata, di modo da poter dare anche ai neofiti il materiale necessario per capire i riferimenti storici contenuti nelle puntate. Ottimo lavoro.

Voto: 8. Se siete degli appassionati dell’antico Giappone senza fantasie o invenzioni, questo fa per voi. Se no, un po’ meno.

Consigliato a: chi vuole farsi un giro nella brutale vita di qualche centinaio d’anni fa; chi non ha paura di spiriti e spettri; chi vuole sentire la curiosa opening creata in un mix tra musica tradizionale e hip-hop, strana ma assolutamente apprezzabile.

 

Blue Drop 20 Gennaio 2009

Archiviato in: Ashi Productions Co., Ltd., BeSTACK — khorn3 @ 11:19
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Se si cerca un anime strano, questo è sicuramente nella lista:

Blue Drop

Ci troviamo in un presente alternativo o in un vicino futuro. Mari non è mai andata a scuola, perché da quando ha memoria è sempre stata nella casa della zia e ha preso lezioni private. I suoi genitori sono morti in un terribile quanto misterioso tsunami che investì l’isola dove vivevano, e lei è l’unica inspiegabile sopravvissuta: ha tuttavia perso tutti i ricordi antecedenti e comprendenti tale evento.
Con l’avanzare dell’età, la zia non può purtroppo più prendersi cura di lei: la invia pertanto in un collegio femminile d’alta classe per continuare la sua istruzione e per imparare a convivere in società.
Ciò che l’aspetta non è tuttavia un grande benvenuto… una delle prime ragazze incontrate, Hagino, nonappena le stringe la mano vede spezzoni dei suoi ricordi e tenta di strangolarla senza un motivo! Da lì le cose si fanno sempre più misteriose… chi è Hagino? In che modo le ragazze sono collegate tra loro? Cosa c’è dietro all’incidente accaduto anni prima?

Sin dall’inizio della prima puntata, ci si rende conto di essere davanti ad un anime che mischia insieme molti generi che normalmente non si collegano mai. La senzazione è molto strana, e sembra di trovarsi dinnanzi ad un lavoro estremamente sperimentale: si capisce subito che la presenza di alieni sarà una parte preponderante, ma anche la vita nel collegio e i rapporti tra le ragazze si fanno percepire come parti importanti della trama; non è inoltre da dimenticare la mancanza d’abitudine di Mari ai contatti con le masse, e i mille misteri che Hagino nasconde…

Purtroppo, la mescolanza risulta decisamente mal riuscita. I vari elementi ci sono, ma sembra di mischiare acqua e olio: ad un certo punto si ha quasi l’impressione che si stiano sviluppando due storie parallele e totalmente indipendenti. Per il trancio di storia che riguarda l’invasione aliena (niente spoiler, si scopre nel primo minuto di puntata 1) i motivi e i ragionamenti dietro alle azioni delle varie parti rimangono in massima parte inspiegati ed inspiegabili. Sul lato dell’adattamento di Mari agli ambienti scolastici, la cosa risulta un problema soltanto per un paio di minuti: dopo tale periodo, la questione viene totalmente cancellata nonostante fosse presentata come un grosso problema nei primi momenti.
I rapporti sentimentali tra le ragazze (va detto che nel cast c’è un unico uomo, il preside, e compare per un totale di circa 5 minuti) sono abbastanza ovvi, anche se non fatti malissimo, se si sorvola sugli approcci iniziali un po’ banali. Il problema è che il carattere dei protagonisti coinvolti è altalenante oltre ogni limite, e gli sbalzi d’umore sono una variabile incalcolabile. Ci si ritrova con Mari inferocita con qualcuno, che dopo un attimo è però a ridere e scherzare: dopo traumatizzanti rivelazioni sembra che ogni riconciliazione sia da escludere, per poi invece andare d’amore e d’accordo mezza puntata dopo. Va bene gli sbalzi d’umore, ma qui si esagera!
Riuscito meglio è invece il processo di avvicinamento di Hagino alle abitudini umane: alcune cose sono un po’ stereotipate, ma almeno si evita il solito teatrino del “ah, questi umani che fanno tante cose inutili!” che si vede spesso. In questo caso si passa da un comportamento totalmente di facciata ad uno più autentico, in seguito alle varie esperienze che vengono vissute.

La storia in sé, prendendo tutti i singoli aspetti, potrebbe essere interessante ma risulta confusa. Volendo riassumere la storia, a posteriori, la si vede abbastanza lineare: viene però spiegata praticamente alla fine, portando solo in seguito ad una rielaborazione delle puntate precedentemente viste senza capirci molto. Questa non è per forza una brutta cosa (niente pappa pronta, bisogna riflettere su cosa si vede e trarne le conclusioni), però qualche delucidazione in più sarebbe stata gradita.
Bisogna tuttavia dire che viene ben gestito il “senso di tragedia” che si dipana lungo la serie intera: all’inizio è appena palpabile, e va crescendo man mano che la situazione si complica e si evolve, fino ad arrivare alla sua conclusione. Il procedere è graduale e, sebbene non si riesca esattamente a capire cosa sta succedendo (come detto sopra, le spiegazioni arrivano solo dopo), si riesce a percepire tale aumento di tensione e di dolore nelle varie situazioni presentate, a prescindere dalla bontà della loro realizzazione.

Il disegno, per essere del 2007, è decisamente carente sia nei personaggi che nei paesaggi. Le musiche durante le puntate sono molto anonime e quasi inesistenti: opening ed ending invece mi sono piaciute, essendo inusuali.

Insomma, un’occasione sprecata. Un’occasione sprecata perché Blue Drop, dalle prime battute, sembrava un lavoro molto originale che, tra i mille cloni che esistono in giro delle solite trame collaudate, offriva una trama intrigante, complessa e inusuale. Perde invece tutte le sue carte durante il percorso, arrivando alla fine barcollando e concludendo con un finale che a quel punto risulta abbastanza prevedibile (anche se il “finale-finale”, gli ultimi 20 secondi, è un piccolo tocco di genio).

Voto: 6. Mi dispiace davvero, perché dopo le prime due puntate avevo grandi aspettative.

Consigliato a: chi non è scandalizzato dall’amore saffico (seppur principalmente platonico); chi vuole una storia complessa e svelata lentamente; chi si chiede che razza di inciuci capitano nelle scuole femminili.