Khorne

Anime Reviews

K-ON! 9 Novembre 2009

Archiviato in: Kyoto Animation — khorn3 @ 11:58
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…Il club di musica leggera potrà prosperare nelle mani di un gruppo di giovani e sciroccate ragazze?

K-ON!


Due ragazze, Ritsu e Mio, sono delle matricole nel loro liceo, e vorrebbero far parte del club di musica leggera: purtroppo, tutti gli altri membri hanno finito la scuola e son rimaste solo loro. Senza un minimo di quattro persone il club verrà sciolto, e quindi costoro si mettono alla ricerca di due nuovi membri! Riescono a trovare Tsumugi, una ragazza molto quieta che originariamente voleva entrare nel club corale, e Yui, una ragazza sbadata fino all’inverosimile che non sa nemmeno suonare uno strumento, ma che nella sua disastrosa incostanza si rivela decisamente appassionata. Inizia così l’avventura dell’eterogeneo gruppo, dai primi strimpellamenti ai concerti davanti all’intero corpo studentesco!

Va subito detto che le tredici puntate che compongono K-ON! sono interamente dedicate ad un genere ben preciso, lo slice of life: solo coloro che amassero tale sottoclasse dell’animazione dovrebbe avvicinarsi a questa serie.
Segnalato ciò, si può pertanto capire che la trama è praticamente inesistente: sopra è stato detto tutto ciò che si deve sapere, e accade nella prima puntata. Nelle altre si seguono le quotidiane vicende del gruppo tra prove, vita privata e amicizia.

Ovviamente, uno dei cardini di una serie di questo genere sono i personaggi: dai creatori di una cannonata come Lucky Star, ci si poteva aspettare una geniale caratterizzazione.
Purtroppo i personaggi ben presto risultano essere prigionieri di sé stessi: le battute sono ripetitive e le situazioni sono cicliche oltre l’inverosimile, rendendo quasi fastidiosa la continua riproposizione delle stesse gag. O c’è Mio (la “seria” del gruppo) che dice qualcosa che viene prontamente smentita da tutte le altre, o la stessa Mio viene terrorizzata da qualcosa, oppure si crea la situazione in cui tutti dovrebbero fare qualcosa e invece sorseggiano té mangiando pasticcini.
È innegabile, alcune risatine sono riuscite a strapparmele: erano tuttavia un’infinità meno di quanto ci si sarebbe potuto aspettare.

Il secondo punto che mi ha abbastanza deluso è il poco spazio che l’ambito musicale occupa in questa serie: capisco che uno slice of life prende una situazione qualsiasi e la usa come scusa per narrare vicende semplici e quotidiane, ma essendo K-ON! totalmente incentrato sul club della musica leggera, mi sarei aspettato un maggior coinvolgimento acustico. Le canzoni che ci sono son belle (ma su questo torneremo dopo), però si sentono in tutto DUE canzoni e basta. Qualche prova, qualche riff, qualche piccolo pezzo accennato mentre ci si allena… nulla. Non dico che mi aspettavo un lavoro rigoroso e professionale come in Nodame Cantabile, ma c’è una via di mezzo!

Come detto, le musiche sono una delle cose che hanno salvato la serie. È vero, hanno poco tempo, ma se piace il genere (ovviamente) la realizzazione è davvero buona e le canzoni sono orecchiabili senza alcun problema. Anche l’opening e l’ending sono di pregevole fattura, e risultano simpatiche.
L’aspetto grafico non è da meno: da una gran mano a salvare parecchie situazioni dove la comicità risulta carente, con un tratto buffo e che fa ridere in ogni caso.

Insomma, cosa rimane dopo aver visto K-ON! ? Rimane la sensazione di aver visto qualcosa di simile ad una scatola avvolta in una bellissima carta con un fantastico fiocco, ma vuota. La presentazione è notevole, l’idea è buona, le possibilità molte… e ci si trova a vedere quattro battute ripetute all’infinito, che fanno ridere ma alla lunga risultano stantìe. Anche Hidamari Sketch prende un’idea simile (con l’arte al posto della musica leggera), ma fa un lavoro molto migliore nella caratterizzazione dei personaggi.

Voto: 6,5. Nonostante quanto sopra scritto non lo si può definire una pataccata infame… ma ci son davvero rimasto un po’ male. Per fortuna che ogni tanto compare Krauser II…

Consigliato a: chi ama la musica leggera; chi non ha problemi con battute ripetute ad nauseam; chi vuole vedere una statua vestita ogni volta in modo diverso.

 

My Neighbors The Yamadas 19 Ottobre 2009

Archiviato in: Studio Ghibli — khorn3 @ 11:30
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…Un film su una normale famiglia. Né più, né meno.

My Neighbors The Yamadas

Gli Yamada sono una tipica famiglia giapponese: nonna, padre, madre, figlio, figlia. Ognuno di loro ha il proprio caratterino, e nell’ora e quaranta di proiezione si assisterà a numerosi avvenimenti che li coinvolgono.

Come si può capire, ci troviamo di fronte all’archetipo dello slice of life: non c’è alcuna storia continuativa, e ci si ritrova di fronte a molteplici episodi della durata variabile tra i trenta secondi e i dieci minuti; tutto sta pertanto nelle mani di chi queste vicende le vive e le racconta.
I personaggi, pertanto, ricoprono particolare importanza: i due protagonisti principali risultano essere i due genitori, ma anche gli altrihanno i loro spazi. In così poco tempo chiaramente non c’è spazio per uno sviluppo vero e proprio dei caratteri, ma si impara a conoscere abbastanza bene ognuno di loro; è stupefacente notare come in così poco tempo si riesca a capire i caratteri di chi compare sullo schermo in maniera quasi empatica, senza nemmeno bisogno di spiegazioni.

Le vicende in sé passano dal decisamente divertente al moderatamente scialbo, con una decente predilezione per la prima categoria. Si sta parlando di eventi di vita di tutti i giorni nella maniera più letterale del termine, e pertanto non ci si potrà aspettare sicuramente un gran colpo di scena ad ogni momento: ogni tanto si riesce tuttavia ugualmente a rimanere colpiti da qualche battuta (generalmente qualche uscita becera del figlio, solitamente abbastanza tranquillo). In altri casi, invece, la battuta finale non arriva e la vicenduola rimane senza mordente.

I disegni sono estremamente particolari: essendo del 1999, sicuramente la Ghibli aveva tutto il budget necessario per fare qualsiasi cosa…ed è stato scelto uno stile assolutamente essenziale, come se si vedesse l’animazione di uno sketch in via di produzione. Questo inizialmente colpisce, ma in seguito si nota che l’animazione in sé è invece molto ben fatta: ciò porta ad un curioso connubio tra disegno abbozzato ed espressività e motilità dei personaggi di buona qualità, dando un risultato davvero interessante.
Le musiche non permeano ogni angolo del film ma quando ci sono risultano appropriate al tono sereno e rilassante che si viene a creare, e sono di ottima qualità.

Insomma, vale la pena vedere questo insolito lavoro? Secondo me sì, se si apprezzano le serie tranquille e pacifiche che parlano di vita di tutti i giorni in maniera diretta e quieta. È un ottimo spaccato di vita di una “buona famiglia”, e personalmente l’ho apprezzato.

Voto: 8. Mezzo punto interamente per gli ultimi cinque minuti, col discorsino del capofamiglia e la versione giapponese di que séra séra cantata dall’intera famiglia.

Consigliato a: chi vuole serenità e relax; chi vuole farsi un paio di risate con situazioni di vita di tutti i giorni; chi vuole conoscere il cane più inutile di sempre.

 

Bottle Fairy 30 Settembre 2009

Archiviato in: XEBEC — khorn3 @ 09:07
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…Un breve e candido anime sulle abitudini giapponesi viste dagli occhi delle fate.

Bottle Fairy

Kururu, Chiriri, Sarara e Hororo sono quattro fatine grandi più o meno 10-15 centimetri, che desiderano diventare umane e vivono a casa di un ragazzo (dal nome sconosciuto, sempre e solo chiamato Sensei-san), per fare il loro “apprendistato” ed imparare gli usi ed i costumi del popolo giapponese. Riusciranno del loro intento? In che modo vedranno, da un mondo totalmente diverso, il mondo che conosciamo?

Questo anime è composto da tredici brevi puntate, di una dozzina di puntate l’una: ognuna è dedicata ad un singolo mese, più una puntata conclusiva. Passando mese dopo mese, si elencano le varie scadenze che un bambino/ragazzo medio incontrerà nel suo anno di vita in Giappone: Natale, Capodanno, San Valentino, gli esami, le vacanze estive,… è una buona base per conoscere come vengono affronate le più comuni festività che si incontrano nelle terre nipponiche (in buona parte molto diverse dalle nostre). Altre trame non ce ne sono: le quattro protagoniste, mese dopo mese, usano la loro intensa immaginazione per vivere in maniera tutta loro i vari avvenimenti con cui entrano in contatto.

Purtroppo l’umorismo in tali situazioni è abbastanza carente: il tono è estremamente leggero (ed immagino che il target di questo anime siano i bambini), ma raramente ci scappa anche un solo sorriso. Il ritmo è lento e gli avvenimenti sono pochi, rendendo il tutto parecchio lento – va bene fare una serie rilassata, ma soprattutto con un’utenza giovane bisogna mantenere alta l’attenzione!
Inoltre gli sketch non sono esattamente brillanti, con un solo personaggio che qui e là riesce a strappare un paio di sorrisi: Hororo, la svampita del gruppo, che ogni tanto effettivamente riesce a tirar fuori qualcosa di buono. Buona parte degli scherzi è basata su incomprensioni linguistiche, particolarmente facili con la lingua del sol levante, ma anche capendoli (grazie alle spiegazioni dei gentili subber) non sono propriamente divertenti: altre serie, usando lo stesso sistema, riescono a fare un lavoro molto migliore.

Il disegno è accettabile in virtù dello stile dell’anime, anche se non si tratta esattamente di capolavori. L’opening (e, seppur in misura minore, l’ending) è estremamente azzeccata per l’ambiente che si sviluppa durante la serie, mentre le musiche durante le puntate sono praticamente inesistenti: peccato.

Insomma, Bottle Fairy vale il paio d’orette di tempo che occupa? Purtroppo, tirando le somme, credo che la risposta sia più no che sì. È interessante l’aspetto “educativo” che può fornire ad una persona che è a digiuno di abitudini ed usi giapponesi, ma purtroppo non può offire altro: i personaggi sono banalotti seppur simpatici, la trama non esiste e la parte comica è forse la parte più mancata di tutte.

Voto: 5,5. Purtroppo non raggiunge la sufficienza, sebbene qui e lì qualche punto di carineria ci sia.

Consigliato a: chi vuole farsi una piccola cultura sulle feste dei bambini; chi adora i personaggi teneri e non troppo svegli; chi vuol vedere delle fate sotto vetro.

 

Kino no Tabi 17 Agosto 2009

Archiviato in: GENCO — khorn3 @ 11:58
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…Un tranquillo ma profondo anime itinerante.

Kino no Tabi

Kino è un viaggiatore, che vaga per il mondo fermandosi in ogni nazione soltanto tre giorni. È accompagnato da Hermes, la sua moto parlante, nel suo viaggio infinito alla scoperta del mondo. Il viaggio è ambientato in una terra misteriosa, le cui case e i cui vestiti sembrano risalire al medioevo ma dove esistono motociclette, pistole e robot.
Ma cosa spinge Kino a viaggiare in eterno? Che impatto hanno avuto i mille e mille incontri sul suo carattere e sulla sua visione della vita?

Questo anime, leggendo il riassunto della trama, può parere uno slice of life mischiato ad un road movie. Volendo ridurre il tutto all’osso si potrebbe anche dire che ciò è vero, ma si perderebbe tutta la poesia che questo anime di tredici puntate porta con sé.
Kino no Tabi è infatti una bellissima metafora della vita: la semplice frase che apre la serie, il mondo non è un bel posto, e quindi lo è fa intuire l’approccio filosofico che il protagonista ha con gli eventi della vita.

Kino è infatti in scena il 99% del tempo, essendo l’unico protagonista, ed è un personaggio davvero fenomenale: passando nelle varie terre si mantiene generalmente nella condizione di osservatore, poiché non ama impicciarsi dei fatti degli altri, e segue i costumi del luogo. Non ama la violenza ma sa che di tanto in tanto essa può esser necessaria (e le sue due pistole, durante le puntate, colpiscono diverse persone); questo non lo porta tuttavia a sparare o uccidere senza motivo, e ogni vita presa genera un grosso conflitto interiore come è giusto che sia.

Tuttavia, la cosa che più colpisce di questa serie è la similarità con il Piccolo Principe: ogni puntata è dedicata ad una diversa nazione, con diverse abitudini, diversi problemi e diversi vantaggi. Venendoli a sapere, e in base agli incontri effettuati, Kino spesso valuta la situazione secondo i suoi canoni, senza tuttavia voler giudicare nessuno. È molto raro avere un personaggio che non crede di aver la verità in tasca, e che accetta la possibilità di potersi sbagliare o di non sapere qualcosa.
I vari argomenti affrontati portano con naturalezza lo spettatore a porsi le stesse domande. Come sarebbe il mondo se ogni persona potesse capire esattamente i sentimenti altrui, migliore o peggiore? È giusto uccidere un animale per sfamare una persona, anche se essa potrebbe in cambio tradire? Cosa vuol dire essere adulti?
Tutto ciò viene proposto con un passo lento e rilassato, per dare il tempo di assimilare i concetti e di riflettere al proprio passo; nonostante spesso Kino si trovi ad affrontare situazioni decisamente poco piacevoli, il tono rimane comunque pacifico e positivo grazie alla sua attitudine.

Il disegno è un tantinello carente: lo stile è azzeccato per lo stile di trama, ma la qualità avrebbe potuto essere decisamente più alta. Le musiche invece sono parecchio azzeccate, con opening ed ending che rispecchiano accuratamente l’anima pacata ma decisa di Kino e le musiche all’interno delle puntate che apportano l’ambiente di tranquillità che permea la serie.

Riassumendo, Kino no Tabi è un anime molto tranquillo per far funzionare la mente senza contorti ragionamenti, ma con estrema semplicità: le osservazioni di Kino sono infatti generalmente molto dirette e spoglie di fronzoli, ma proprio per questo hanno una forza ancor maggiore.

Voto: 9. Se cercate azione e mazzate correte lontano; se volete rilassarvi e con tranquillità riflettere un po’ sulla vita, questo fa per voi.

Consigliato a: chi apprezza gli anime dal passo calmo ma non per questo noiosi; chi apprezza i personaggi forti ma quieti; chi, del protagonista, vuol scoprire un segreto insospettabile.

 

Maria+…Holic 29 Luglio 2009

Archiviato in: SHAFT — khorn3 @ 01:03
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…Una scuola missionaria cattolica, una lesbica, un travestito, Dio, la Madonna… mancano solo tutti gli angeli in colonna!

Maria+Holic

Kanako è una ragazza che odia gli uomini in maniera inverosimile: è arrivata al punto da avere reazioni cutanee estreme non appena uno di loro la tocca.
Per tale motivo, si è fatta trasferire nella scuola missionaria cattolica per sole ragazze dei suoi sogni: per trovare la sua anima gemella… tra le studentesse! A causa del suo totale ribrezzo per il genere maschile, è difatti omosessuale.
Incontra subito Mariya, una fanciulla meravigliosa e delicata che la aiuta ad orientarsi nella scuola. Ben presto tuttavia, ognuno scopre i segreti dell’altro: Mariya viene a conoscenza della passione saffica di Kanako, mentre quest’ultima scopre che Mariya in realtà è un uomo travestito!!
Mariya, per evitare di venire espulso, minaccia quindi Kanako per tramite della sua posizione favorita di nipote dell’ex-preside: terrà la povera nuova arrivata sotto controllo 24 ore al giorno, per essere sicuro che il segreto non le sfugga.
Inizia così la tragicomica avvenutra di Kanako, tra infiniti sanguinamenti di naso a causa delle mille bellissime ragazze che la circondano e l’orrore di dividere la stanza con un ragazzo infame e bastardo oltre ogni limite, che pare aver preso come hobby il rovinare la “caccia all’amore” della povera coinquilina.

Come si può sin da subito comprendere, questo anime è quantomeno blasfemo: tutti questi malintesi sessuali all’interno di una scuola cristiana faranno sì che un eventuale religioso che assista a tale spettacolo perda qualche anno di vita.
Il punto focale di tutto è l’estrema, continua e martellante comicità: tramite le tragedie che perseguitano la povera Kanako c’è decisamente parecchio da ridere. Il genere delle battute ricorda quello del più famoso prodotto SHAFT, Sayonara Zetsubou Sensei, mantenendo tuttavia un collegamento vagamente più pronunciato con la realtà (per quanto tale si possa definire l’assurda definizione di cui sopra). Gli sketch sono ben eseguiti e ben supportati dal disegno, risultando davvero spassosi.
L’unico problema è che alla centomillesima volta che il sangue da naso scorre copioso, la cosa inizia a farsi un pochino ripetitiva… la quasi totalità delle battute riguarda infatti la passione della protagonista per il genere femminile, e mille varie situazioni/fantasie/delusioni in tl senso.

Parlando della protagonista, è bene spendere un paio di parole sui protagonisti; i due personaggi principali reggono bene lo schermo, sebbene -come detto sopra- Kanako sia decisamente monotona. Molto più interessante è il personaggio di Mariya, che trova modi sempre nuovi per torturare la sua vittima e ogni tanto svela anche qualche lato decisamente più umano (che però non viene mai particolarmente sviluppato nell’anime – il manga da cui è tratto è ancora in pubblicazione). Anche i personaggi di contorno sono molto ben realizzati: partendo dalla maid Matsurika, sadica quanto e più di Mariya ma ben più posata, fino ad arrivare a tutte le compagne di scuola, esse hanno le loro peculiarità che le rendono utili per reggere gli scherzi che vengono orchestrati dalla coppia di carogne di cui sopra. Non c’è ovviamente un grande approfondimento su nessuno, visto che la serie verte sulla comicità più che sull’introspezione, ma qualcosina dei loro caratteri si capisce e questo non fa che rendere ancor più spassoso il tutto.

Il disegno è davvero meraviglioso. L’utilizzo dell’oramai classico stile SHAFT è usato tantissimo (anche qui riprende lo stile di Sayonara Zetsubou Sensei in più di un’occasione), ma in aggiunta troviamo dei disegni dettagliatissimi e molto gradevoli anche in versioni non-HD, alcune immagini mozzafiato quasi ai livelli di ef ~ a Tale of Memories ed inoltre vengono usati molti stili diversi, per rappresentare i diversi stati d’animo. I disegnatori hanno davvero dato il meglio per supportare la comicità delle battute con l’adeguato apporto grafico, senza il quale il divertimento sarebbe stato dimezzato.
Anche l’audio si difende benone, con opening ed ending davvero gradevoli e una colonna sonora improntata alla musica classica, coerentemente allo stile della scuola e in contrapposizione con il delirio che accade a video.

Insomma, Maria+Holic è il “classico” lavoro della SHAFT: un’idea originale presa da un manga, studiata a tavolino nei minimi dettagli, realizzata con somma cura e consegnata allo spettatore senza gravi pecche di sorta. L’unica cosa che si può davvero criticare in questo caso, come detto, è la ripetivitità: dopo 7-8 delle 12 puntate ero un po’ stufo di vedere sempre lo stesso pattern nella costruzione delle battute e delle situazioni comiche.

Voto: 8,5. Se solo fosse stato un po’ variato e se la comicità avesse coinvolto più personaggi, avrebbe potuto essere ancor più divertente. E il finale… ARRRRRRGH!

Consigliato a: chi ha amato i precedenti lavori SHAFT; chi vuole ridere con un bel po’ di dissacrante commedia; chi vuole conoscere Dio, la bambina senza età e con le orecchie da gatto guardiana del dormitorio n. 2 assieme al suo cane rauco.

 

Comic Party Revolution 7 Luglio 2009

Archiviato in: Oriental Light and Magic — khorn3 @ 09:13
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La continuazione di Comic Party: ci porterà più vicini al mondo doujin, o più lontano?

Comic Party Revolution

Questo anime da tredici puntate continua laddove Comic Party si era interrotto: Kazuki è oramai un disegnatore convinto, che vive in funzione delle fiere espositive di tal genere. È attorniato da amiche cosplayer e da amiche/concorrenti, e con loro prosegue lungo la via del disegno amatoriale.

La storia non cambia per nulla, ma le vicende cambiano il protagonista: prima il punto focale dell’anime erano i doujin, la loro creazione, la loro filosofia e il loro fascino (sebbene in maniera abbastanza superficiale); in questa seconda serie tutto ciò viene quasi totalmente tralasciato -tranne qualche attimo nella penultima puntata, quando si da un’occhiata di sfuggita al disegno professionale-, e tutto ruota attorno alle coprotagoniste, che a turno ricevono l’attenzione di questa o quella vicenda.
Questo toglie buona parte del già non eccessivo fascino che la prima serie aveva, poiché elimina la quasi totalità delle discussioni che possono interessare chi ama il genere, diventando uno slice of life piatto e noioso. Mi son trovato a saltar diversi pezzi, poiché già guardando la preview della puntata precedente si capiva esattamente tutto ciò che sarebbe capitato nella successiva!

I personaggi, come detto, non sono esattamente brillanti. C’è qui e là qualche tentativo abortito di romance, ma ciò non prende mai piede: nessuno di loro sviluppa il benché minimo lato del suo carattere, rimanendo fossilizzato nella sua posizione iniziale.

I disegni sono un pochino migliorati dalla serie precedente, rivelando in parte l’origine dating-sim di questa serie: in alcune immagini le ragazze son ben disegnate, e qui e là un pochino di fanservice si fa vedere. La qualità non rimane comunque altissima, in ogni caso.
L’audio è completamente dimenticabile, con opening ed ending anonime, e quasi nessuna musica durante le puntate.

Insomma, questa seconda serie ha preso la prima e ha tolto tutto ciò che la rendeva sopportabile: ha tolto la parte vaaaaaaaagamente istruttiva e ha riempito le puntate di inutilità e discussioni preconfezionate e polverose. Speravo di poter vedere qualche vicenda legata al mondo doujin, ma in questo caso mi sono sbagliato.

Voto: 4,5. Se la prima serie rimane comunque guardabile, da questa credo sia meglio stare alla larga.

Consigliato a: chi ama che si accenni anche solo vagamente al ComiKet e al Tokyo Big Sight; chi non disprezza gli slice of life con il carisma di una tubatura; chi vuole incontrare una mascotte-pesce-mafioso-sigaromunito, unico vero personaggio con carattere della serie.

 

Hyakko 14 Giugno 2009

Archiviato in: Nippon Animation — khorn3 @ 10:15
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Quattro neo-amiche in una classe tutta particolare:

Hyakko

Ayumi, Tatsuki, Torako e Suzume sono quattro nuove scolare di un immenso liceo: a causa di vari contrattempi (e principalmente per colpa di Torako) si ritrovano sgridate tutte quante insieme, e scoprono anche di essere della stessa classe. Inizia così un’amicizia tra personalità diversissime, ma che con il tempo pare consolidarsi: a questo punto, tuttavia, il resto della classe inizia a farsi notare…

Va detta subito una cosa: questo è un divertente slice of life nel più classico dei termini. Gli amanti di questo genere inizino già a procurarselo, chi non li ama lasci perdere subito: questo è al 100% appartenente a tale genere.
In quanto tale, non esiste una vera e propria storia dietro agli avvenimenti, ma essi sono parte della vita della classe 1-6.

Come è chiaro, non essendoci una storia devono essere i personaggi a tenere in piedi la baracca: in questo caso si può dire che ce la fanno in maniera egregia. Inizialmente pare che il mondo si chiuda sulle quattro iniziali protagoniste, e soprattutto sui litigi Torako/Tatsuki: fortunatamente, dopo poco si inizia a far la conoscenza di tutti i particolari elementi che girano nella scuola, e le loro caratteristiche influiscono anche sulle dinamiche di comportamento all’interno del principale quartetto.
L’opera di personalizzazione delle protagoniste e delle comprimare (e il paio di comprimari) è infatti egregia: alcuni sono i classici personaggi che ci si aspetta di trovare in una serie simile, ma altri sono quantomeno inusuali e fanno iniziare a ridacchiare anche solo quando compaiono a schermo senza nessun ruolo effettivo nella scena principale.
Anche la scelta artistica, di cui si parla anche sotto, ha la sua importanza: a parte i personaggi in sé, tanti piccoli dettagli aggiungono comicità alla comicità. Un docente che piange sangue a seguito di immani beceraggini da parte di qualche alunno, lingue che si trasformano in serpenti quando la rabbia diventa estrema e via dicendo, se usati in maniera azzeccata possono essere elementi che prendono una buona battuta e ne fanno una ancor migliore: in questo caso, ce la fanno benissimo proprio perché non sono espedienti usati troppo spesso, e quindi non cadono nella banalità.

L’umorismo è infatti un altro lato particolarmente curato in Hyakko: raramente ci si trova a sghignazzare (anche se un paio di forti risate me le ha strappate qui e là), ma le continue buffe situazioni portano ad un’aura generica di divertimento e allegria che, a parte un breve ma sicuramente non fastidioso periodo quasi alla fine, fanno guardare le puntate con il sorriso.

La grafica è tecnicamente nella norma per essere un anime del 2008, ma un grosso lavoro di caratterizzazione è stato fatto anche a livello di disegno sui vari personaggi: questo è molto importante perché in questo modo si enfatizzano i vari caratteri presenti, portando ad una miglior riuscita degli sketch.
Il sonoro è gradevole sebbene non eccelso: piacevole opening e simpatica ending, che tuttavia non eccellono particolarmente.

Insomma, che altro dire di Hyakko? È un buono, buonissimo, ottimo slice of life. È un genere nato in tempi relativamente recenti, e quindi è parecchio difficile da realizzare poiché non può basarsi su molti esempi collaudati: in questo caso, tuttavia, la Nippon Animation è riuscita a prendere molti spunti dai lavori precedenti e creare un riuscitissimo mix che fa arrivare all’ultima delle 13 puntate con il pensiero di “già finito? Ne voglio ancora!”.

Voto: 8,5. La nota non inganni: per gli amanti del genere, è assolutamente imperdibile. Non va più in alto solo perché è un genere estremamente settoriale, che non piace a moltissimi.

Consigliato a: chi adora altri lavori come Hidamari Sketch, Ichigo Mashimaro o Lucky Star; chi si diverte con un po’ di citazioni tratte da vita reale e, in parte, dagli anime; chi vuol vedere, entro i primi dieci minuti di puntata 1, caviglie quasi rotte e aggressioni ad ignari docenti.

 

Only Yesterday 23 Maggio 2009

Archiviato in: Studio Ghibli — khorn3 @ 12:09
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Lo Studio Ghibli di 18 anni fa, tra ricordi del passato e lezioni di vita.

Only Yesterday

Questo anime si trova ambientato tra la metà degli anni ‘60 e la fine degli anni ‘70. Taeko è una donna in carriera, ha 27 anni, è single ed abita a Tokyo: durante le vacanze estive, per il secondo anno, ha deciso di recarsi nei campi a dare una mano con il raccolto del cartamo, un fiore utilizzato come tintura.
Nel viaggio verso la campagna e durante il suo soggiorno, la sua mente continua a tornare alla sua infanzia, quando aveva dieci anni: la scoperta dei rapporti interpersonali e i problemi che ogni bambino si trova a dover affrontare; la vita con le due sorelle maggiori e i genitori, con il padre distaccato e apparentemente severo… che, riflettendo sul suo passato, Taeko riesca a capire cosa è davvero importante per lei?

Questo film di quasi due ore è un continuo saltare tra le due situazioni, Taeko10anni e Taeko27anni. La prima cosa che va detta è che in fin dei conti in questo anime non succede granché: non c’è una vera storia e di per sé non ci sono avvenimenti nel vero senso del termine, ma solo normale vita e qualche riflessione dietro ad essa.
Immagino che l’idea fosse di mostrare il passato di Taeko per poi motivare i cambiamenti che nel finale la portano (prevedibilmente) a scegliere la sua via, ma secondo me questo collegamento non è riuscito appieno. Le vicende di Taeko bambina sono carine e rivelano uno spaccato di vita molto interessante, che riporta la mentalità del Giappone degli anni ‘60: anche la storia di Taeko ai giorni nostri non è malaccio, sebbene sia un po’ sottotono rispetto all’altra. Non sono però riuscito a trovare gran collegamento tra le due cose, se non in alcuni dettagli e in alcune frasi: è quasi come seguire due film diversi, i cui tranci si intersecano senza apparente motivo.

Considerando che la storia è quasi inesistente, i personaggi hanno un ruolo fondamentale per tenere in piedi la baracca: bisogna purtroppo notare che la protagonista non riesce in fin dei conti ad avere il carisma e l’energia che i personaggi delle produzioni della Ghibli solitamente hanno. Una 27enne che all’apparenza ne mostra di più, e che in fin dei conti non fa nulla se non tirar storie a Toshio (che conosce sul posto) fino a realizzare alla fine cosa desidera.
Accennando a Toshio, è giusto spendere un paio di parole sui personaggi che circondano la protagonista: nell’arco temporale del passato, la famiglia è estremamente stereotipata: una sorella cattiva e l’altra tranquilla, la madre angelo del focolare, il padre silenzioso e distaccato e la nonna saggia. Questo non è un difetto, in fin dei conti rappresenta con cura quello che si può immaginare fosse il setup tipico di una famiglia nipponica del dopoguerra. I compagni di classe sono una banda di simpatici teppisti, e risultano in buona parte interessanti: è un peccato che quando si passa all’età adulta, nessuno di essi più si ripresenta.
Parlando dell’arco temporale più recente, anche qui alcuni personaggi sono abbastanza caratteristici: Toshio per me vince il trofeo di miglior personaggio, caratterizzato benissimo e con un doppiaggio davvero notevole: gli altri risultano di contorno e poco più. Anche qui, è un peccato che praticamente non ci sia quasi alcun collegamento con le vicende passate: questo aiuta soltanto ad aumentare quel senso di distacco tra le due storie di cui si parlava prima.

La grafica dei personaggi non è proprio meravigliosa, ma le espressioni sono impagabili; eccezionali anche gli sfondi e i disegni fermi, di altissima qualità. Tecnicamente parlando, tuttavia, il meglio viene dato nella curiosa ed azzeccatissima colonna sonora, che oltre a canzoni del tempo che fu offre anche pezzi in italiano e ungherese, che risultano particolarmente inusuali ma molto piacevoli.

Cosa rimane dopo aver visto Only Yesterday, insomma? Molto poco. È una piacevole visione ed occupa due ore di tranquillità e personaggi positivi, ma non arriva da nessuna parte e i messaggi che vorrebbero essere espressi non riescono a passare. Questo non vuol dire che sia una brutta opera, ma è sicuramente inferiore alla qualità usuale della casa produttrice in parola.

Voto: 7. Occupa un paio d’ore con piacere, ma non aspettatevi alcuna grande rivelazione.

Consigliato a: chi ama gli slice of life monopuntata; chi vuole una storia d’amore poco invasiva, e molto tranquilla; chi si chiede che musiche può ascoltare un fattore mentre si reca nei campi.

 

Fruits Basket 2 Maggio 2009

Archiviato in: Studio DEEN — khorn3 @ 04:41
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Una storia sulla vita e sul modo di vederla positiva.

Fruits Basket

Honda Tohru è una ragazza alla quale la fortuna ha decisamente voltato le spalle: orfana di padre sin dalla nascita, ha appena perso sua madre in un incidente stradale. Il nonno dal quale doveva andare a vivere sta riattando la casa e non ha posto per lei; non può però chiedere alle sue amiche, perché non hanno spazio per poterla far stare. Si ritrova pertanto ad andare a scuola, lavorare per pagarsi il necessario e dormire in una tenda nel bosco, perché è l’unica soluzione che ha trovato!
Un mattino, andando a scuola, incrocia una casa nel bosco: chiacchiera con il proprietario e scopre così che è la casa dove abita il ragazzo più bello della scuola. Quando i padroni di casa scoprono che Tohru abita in una tenda accettano di tenerla in casa: viene tuttavia subito svelato il segreto della famiglia Souma, che è stata maledetta dagli spiriti dei dodici segni zodiacali cinesi (più il gatto). La protagonista inizia pertanto a vivere in questa strampalata famiglia, con i relativi risvolti comici e tragici che l’inusualità della situazione prevede!

Di primo impatto, Fruits Basket mi aveva fatto una pessima impressione. Sigla iniziale tanto dolce da far venire la carie, una protagonista positiva nonostante la sfiga si sia accanita con perseveranza, il classico triangolo amoroso che pare instaurarsi fin da subito.
Fortunatamente non ho dato retta a tali segnali negativi e ho proseguito nella visione, scoprendo che sotto l’aspetto di anime banale c’è in realtà molto di più. I personaggi inizialmente paiono parecchio stereotipati e legati all’animale che rappresentano in carattere, forze e debolezze, ma con il passare del tempo e degli avvenimenti le personalità si sviluppano e si intersecano creando dei legami ben congegnati. Anche all’esterno della famiglia i personaggi sono interessanti: le amiche di Tohru nel tempo si mostrano più che semplici inserti comici della storia, e soprattutto Saki ha una crescita non indifferente.
Parlando di sviluppo, i protagonisti fanno un buon percorso di maturazione durante le puntate. Non è nulla di eclatante e ci si evitano le classiche scene da “discorso illuminante che fa capire al personaggio come si sta al mondo”; è una transizione più fluida e dinamica, di cui quasi non ci si accorge se non pensando a come i personaggi erano qualche puntata prima, e notando a tal punto le differenze. Questo risulta molto piacevole perché crea un senso di realtà molto maggiore rispetto ad altre serie similari.
Ogni tanto Tohru può dare un po’ ai nervi con la sua infinita pazienza e gentilezza a tutti i costi, però è lei a fare da catalizzatore per tutti li avvenimenti che la circondano, e quindi la sua presenza è necessaria.

Il tono di Fruits Basket è sempre tenuto abbastanza allegro, con battute e sketch generalmente ben riusciti. La crudeltà di Shigure con l’editrice, le uscite totalmente becere di Ayame o le innominabili torture di Saki forniscono materiale sul quale ridere di gusto, e anche quando si parla di temi seri o tristi raramente l’allegria viene a mancare. Nelle puntate finali la serietà ha un deciso aumento, come immancabilmente capita in anime di questo genere; devo però ammettere di essere rimasto sorpreso dalle motivazioni della serietà, e si è riusciti ad evitare le banalità che rischiavano di affacciarsi. La serie termina in maniera soddisfacente anche se non conclude la storia (l’anime è stato fatto nel 2001, il manga è terminato nel 2006).

Il disegno è gradevole, ma l’animazione è parecchio carente: penso che su di essa abbiano lavorato parecchio al risparmio. Anche le musiche non sono nulla di che, e personalmente non ho gradito opening ed ending che con il loro tono mieloso e zuccheroso danno un’impressione errata della serie che presentano.

Insomma, Fruits Basket è una storia che parla di buoni sentimenti che non si limitano all’amore, tutt’altro: amicizia, fiducia e affetto sono colonne portanti della serie. Riesce nella difficile impresa di non risultare noioso e scontato, avendo solo un paio di puntate più deboli che però non disturbano il tranquillo ma costante passo che l’anime mantiene.

Voto: 8,5. Se volete fare il pieno di good vibes, questo potrebbe fare per voi.

Consigliato a: chi cerca storie di sentimenti senza impegolarsi in storie d’amore; chi desidera una protagonista che lasci molto spazio anche ai comprimari che l’accompagnano; chi si chiede dove si dovrebbero infilare gli elettrodi con cui Saki minaccia i suoi nemici.

 

Chi’s Sweet Home 18 Aprile 2009

Archiviato in: Madhouse Studios — khorn3 @ 09:25
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La vita di un gattino e della sua famiglia.

Chi’s Sweet Home

Chi è una gattina di pochi mesi, che a causa di una distrazione si separa dalla sua mamma e dai suoi fratellini: gira pertanto sconsolata per la città, senza sapere che fare. Per sua fortuna incontra Youhei, un bambino di sei anni, che convince la mamma a portarlo a casa nonostante il divieto del palazzo di tenere animali: l’idea di Chi è rifocillarsi e ripartire in cerca della sua mamma, ma la presunta sosta si trasforma ben presto in convivenza!

Questo anime ha un curioso formato: 104 puntate da 3 minuti l’una (di cui 30 secondi di sigla). È stato usato come intermezzo tra un programma e l’altro nelle reti giapponesi: il suo formato fa quindi capire che non c’è grande trama o enormi sviluppi, ma solo una piccola parentesi di simpatia e divertimento tra due puntate di qualcos’altro.
Questo non faccia pensare che la qualità sia bassa: Chi’s Sweet Home è un anime ottimamente realizzato soprattutto per quanto riguarda la protagonista, Chi.

Si trova infatti in lei qualsiasi caratteristica che si possa pensare propria di un gatto (soprattutto di un gatto giovanissimo): la curiosità verso ogni cosa che si muova; l’egoismo tipico del gatto, che vuole le cose quando lo dice lei e come le dice lei; la tenerezza di un animaletto che ha comunque bisogno del supporto di una famiglia, che sia di gatti o no; mille altri aspetti che ogni possessore di gatto ben conoscerà.
Chi viene infatti accolta nella famiglia e si parte dall’ABC: spiegare ad un gatto sinora vagabondo cosa è una lettiera non è per nulla semplice, così come la necessità di andare dal veterinario o il bisogno di tagliarsi le unghie. Tutto ciò viene fatto in maniera brillante all’interno di questa produzione, e risulta molto simpatico.
Anche gli altri personaggi, sebbene solo comprimari, sono ben riusciti: Youhei ha ovviamente la maggior interazione con Chi (e anche lui mostra di essere un bambino, con ragionamenti da tale), ma i genitori non sono da meno e si impara ad apprezzarli.

La grafica è disegnata in maniera molto infantile, dato che l’anime è orientato ai più piccini. Questo non faccia tuttavia pensare che un adulto non possa farsi qualche sana risata alle spalle dell’inesperta gattina alla scoperta del mondo. Il sonoro ha poco spazio per mostrarsi ma il poco che si sente è ben fatto, e l’opening è azzeccata per il tipo di cartone che introduce.

Insomma, Chi’s Sweet Home è un lavoro parecchio inusuale, che sembra racchiudere l’essenza dei 4-koma sebbene sia tratto da un manga normale: funziona da ottimo intermezzo per spezzare la pesantezza di altre serie, e riesce ad indurre la “sindrome da ciliegia”, con il maledetto dai, ancora una e poi vado a letto che porta a vedersene anche una decina di puntate di fila senza nemmeno accorgersene.

Voto: 8. Un piccolo progetto con un grande risultato, godibilissimo.

Consigliato a: chi ha o chi ama i gatti e la loro attitudine verso il mondo; chi vuole qualcosa di rilassato, allegro e di buon cuore; chi vuol conoscere un gatto nero che, da esterrefatto, fa rumori gutturali inenarrabili.