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Anime Reviews

Neo Tokyo 27 Ottobre 2009

Archiviato in: Madhouse Studios — khorn3 @ 10:14
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…Tre storie totalmente scollegate tra loro, da tre grandi maestri:

Neo Tokyo


Questo anime si compone, come detto, di tre storie diretta da tre grandi maestri dell’animazione giapponese per una durata complessiva di circa tre quarti d’ora: andiamo ad esaminarle più nel dettaglio.

Labyrinth Labyrinthos
Sachi è una bambina che sta giocando a nascondino con il suo gatto Cicerone, mentre la mamma prepara la cena: trovando il gatto in un orologio a pendolo, scopre il passaggio per un mondo assurdo e fantastico, dove tutto muta e cambia in un istante.
Questo primo racconto è quasi completamente privo di senso: una volta finita la visione dell’opera completa si capisce che il suo significato è “introdurre” gli altri due lavori, sebbene in maniera molto indiretta, ma durante la visione si assiste in pratica ad una decina di minuti quasi senza senso. Sembra quasi di assistere ad un esercizio di stile da parte di Rintaro (creatore di Capitan Harlock e Galaxy Express 999), che però lascia molto poco allo spettatore. È un peccato, perché data la faraonica quantità di cambi di scena lo spettatore si trova a cercare un filo conduttore che in realtà è flebilissimo.

The Running Man
Siamo in un oscuro futuro. Zach Hugh è uno dei più grandi corridori della Death Race, la corsa più pericolosa del mondo, corsa in piste quasi perpendicolari al terreno (su cui le vetture si tengono unicamente a causa della forza centrifuga) con bolidi potentissimi. Egli è oramai una leggenda, ed un giornalista dal gusto vagamente noir si reca all’autodromo per scrivere un pezzo su di lui… e per vedere la sua ultima gara.
Questa storia ha decisamente più senso rispetto alla prima, ma manca di profondità. Gli eventi che accadono sono abbastanza semplici (d’altra parte, è dura fare un grande approfondimento in 11 minuti), ma non per questo spiacevoli: qualche scenetta qui e lì con un po’ di sangue, inoltre, non fa mai male. Ci sono però alcune sequenze che secondo me male si intersecano nella narrazione principale, e che un po’ rovinano il gusto del “corridore maledetto” inserendo altri elementi secondo me non necessari.
Questo lavoro è diretto da Yoshiaki Kawajiri, e lo stile si riconosce: il produttore di Ninja Scroll, Vampire Hunter D: Bloodlust e X non passa inosservato.

Construction Cancellation Order
In ultimo, si arriva al lavoro principale, che occupa metà del tempo di produzione: il contributo di Katsuhiro Otomo (Akira, Memories, Steamboy… dicono nulla?) a quest’opera.
Una grossa multinazionale sta costruendo un faraonico progetto in una nazione tropicale. Purtroppo, un colpo di stato ha fatto sì che il lavoro debba essere immediatamente fermato: purtroppo, l’unica persona a dirigere i lavori -che sono effettuati interamente da robot- non sembra raggiungibile, e bisogna fermare i lavori per impedire di buttare ulteriori soldi in un già epocale buco finanziario.
Viene pertanto inviato un impiegato, Tsutomu Sugioka, a provvedere allo stop ai lavori: al suo arrivo si vede accolto dal robot #1, direttore lavori del sito di costruzione 444.
Rapidamente ci si rende conto che bloccare il lavoro non risulterà semplice come pare: il robot pare ignorare qualsiasi comando in tal senso, ed inoltre preme i lavori in maniera sempre più folle per mantenere una teorica scadenza con ulteriori costi! Man mano si può seguire il decadimento del povero impiegato da direttore lavori a prigioniero, e del robot negli antri della pazzia cibernetica.
Il lavoro è chiaramente molto semplice (si sta sempre ancora parlando di proiezioni di una 20ina di minuti), ma in questo caso -sebbene il finale avrebbe potuto essere un po’ migliore- si riescono a dare molte informazioni in poco tempo, creare un ambiente interessante, un antagonista al protagonista temibile e delle scene molto intriganti.

Come riassunto di tutto ciò, si può pertanto dire che per i miei gusti solo un lavoro su tre è riuscito appieno: i primi due hanno varie lacune che ne rendono poco interessante la visione, mentre l’ultimo risulta godibile in maniera notevole.

Dal punto di vista artistico, sono rimasto assolutamente impressionato. Questi tre anime sono del 1986, ma la grafica è notevolissima anche per gli odierni standard: pensandola con gli occhi di allora, è quanto di più vicino ad un capolavoro visivo si possa immaginare. Molta meno attenzione è stata invece data alla parte sonora: un peccato.

Insomma, vale la pena di guardare Neo Tokyo? Beh, dato che dura 40 minuti direi di sì, soprattutto per l’ultima storia. È un lavoro che mostra i suoi anni e che sicuramente tredici anni fa è stato un progetto innovativo, ma al giorno d’oggi altri lavori simili sono secondo me più meritevoli (Memories, per esempio). Questo non toglie che un’occhiata gliela si può dare comunque.

Voto: 6,5. I primi due lavori sono ben fatti, ma senz’anima: l’ultim, invece, nella sua semplicità colpisce il bersaglio.

Consigliato a: chi ama i cortometraggi; chi apprezza piccoli lavori di grandi artisti; chi vuol vedere un robot decisamente malmesso ma sicuramente ligio al suo dovere.

 

Xenosaga 5 Ottobre 2009

Archiviato in: Toei Animation — khorn3 @ 10:35
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…Da un videogioco, una serie di fantascienza.

Xenosaga

Ci troviamo diverse migliaia di anni nel futuro. La terra è oramai un lontano ricordo: l’umanità vive in giro per le galassie, avendo sviluppato il sistema di viaggiare più veloci della luce.
Purtroppo una grande minaccia incombe sulle popolazioni dello spazio: delle terribili creature aliene, gli Gnosis, sono arrivati da chissà dove e sembrano avere soltano interesse nel distruggere l’umanità e recuperare delle strane reliquie, chiamate Zohar.
I protagonisti della serie vengono colti in uno di questi assalti, mentre stavano trasportando una reliquia: ma perché questi misteriosi esseri insistono negli attacchi? Riucirà Kos-Mos, la superarma senziente, a capovolgere le sorti della battaglia? E tutto ciò potrebbe esser correlato alla guerra che 14 anni prima sconvolse l’ordine galattico?

Inizio premettendo di non aver mai giocato al videogioco da cui questa serie è tratta, e pertanto la valutazione verrà effettuata unicamente sulla visione distaccata dal prodotto di base.
Come si può vedere, in principio viene messa parecchia carne al fuoco. Il problema è che, in questa serie di sole tredici puntate, la carne al fuoco è davvero troppa! Probabilmente, nella fretta di infilare nel poco spazio tutte le nozioni necessarie, ne è venuto fuori un minestrone pressoché incomprensibile. Ripensandoci a posteriori posso dire di aver più o meno capito la storia, ma durante la visione di chiaro c’era davvero poco.
Si inizia parlando della superminaccia degli Gnosis e dell’importanza di recuperare le reliquie, e poi tutto ciò viene prontamente dimenticato; in seguito, si va a scoprire un po’ cosa era successo negli anni passati, con il supporto di alcuni nuovi personaggi; successivamente, intrigo politico! Che male non ci sta mai. Alla fine si cestina tutto quanto sopra elencato per far comparire un ultracattivo di cui s’era vagamente accennato prima, per avere una conclusione tutta esplosioni e discorsi buonisti, senza gran senso.
Si può vedere di fondo come le varie cose siano collegate, ma è un indizio lasciato alla necessariamente fervida immaginazione dello spettatore perché di tempo per spiegare cosa sta accadendo non ce n’è.

Lo sviluppo dei personaggi segue purtroppo lo stesso ritmo: correndo attraverso i compiti a loro assegnati, i protagonisti e i loro accompagnatori non riescono ad avere un sufficiente spazio per evolversi o spiegarsi. Qui e là si ha qualche flashback (pienamente prevedibile, di solito) che dovrebbe spiegare qualcosa in merito alle motivazioni o ai rapporti di un personaggio con qualcun’altro. Tutto ciò risulta invece soltanto tedioso, perché spiega cose che già si son capite (per forza, se no non si sarebbe riuscito ad afferrare nulla della trama) oppure eventi che alla fine sono irrilevanti.
Ogni tanto qualcuno tenta di sviluppare la propria personalità, ma anche in questo caso si cade nella banalità più totale.

Xenosaga, nella sua versione animata, fa qualche accenno a delle problematiche decisamente interessanti: inizialmente si parla di integrazione dei cyborg e di altre creature simili nella società umana, con prese di posizione abbastanza tipiche ma comunque condivisibili. In seguito viene sfiorato in lontananza anche qualche accenno di religione, ma tutti questi possibili approfondimenti -che avrebbero sicuramente giovato alla profondità della serie- risultano affrettati quanto le altre sezioni dell’anime.

I disegni non sono nulla di speciale: per essere del 2005 ci si può aspettare molto di più. Anche la CG non è granché, e i combattimenti non colpiscono particolarmente.
L’opening è curiosa e graziosa, senza parole nella canzone ma interessante; l’ending avrebbe potuto essere davvero orecchiabile se non fosse stata cantata con un engRish davvero terrificante.

Insomma, Xenosaga è un fallimento su tutta la linea? Beh, non mi spingerei così oltre: sicuramente esistono prodotti peggiori. Il massacrante ritmo che è stato imposto alle puntate, tuttavia, ha richiesto un prezzo altissimo alla trama, ai personaggi e alla gradevolezza della visione.
Probabilmente il gioco, avendo molto più tempo per potersi sviluppare, riesce a fare molto meglio in tutti questi aspetti: tristemente, questo lavoro come stand-alone non riesce a reggersi in piedi.

Voto: 5,5. Qualche momentino quasi interessante, nella prima parte, c’era anche: purtroppo si è fermato lì.

Consigliato a: chi ha giocato al gioco, e non si offende a vedere solo una frazione degli avvenimenti narrati; chi ama robottoni e belle donne che sparano raggi laser a caso senza un preciso perché; chi si chiede perché, quando si ha un’arma potentissima, non la si usa ogni volta che si può.

 

Samurai 7 28 Settembre 2009

Archiviato in: GONZO — khorn3 @ 10:59
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…Tratta dal più famoso film di Akira Kurosawa, una trasposizione steampunk dei sette samurai.

Samurai 7

Ci troviamo in una curiosa ambientazione, in una via di mezzo tra il Giappone del 1700 e un’epoca futuristica. L’occupazione principale del popolo è coltivare riso, solo per vedere il proprio raccolto rubato ogni anno dai banditi. Essi sono dei sopravvissuti alle precedenti guerre, per le quali avevano modificato il loro corpo diventando, di per sé, delle macchine: alcuni arrivano anche ad essere alti alcune decine di metri.
Il paesello chiamato Kanna decide di non voler più accettare una simile situazione, ed invia una piccola delegazione nella vicina grande città per cercare un samurai che possa difenderli. Anche i samurai, infatti, dopo le guerre sono diventati “disoccupati”: riusciranno tuttavia a convincerne uno (o più) promettendo solo del riso? Qualcuno si imbarcherebbe ancora in una missione rischiosa e senza gloria?

Dirò immediatamente una cosa: io non ho visto il film I Sette Samurai da cui questo anime trae massiccia ispirazione. Valuterò pertanto il lavoro per quello che è, e non come trasposizione.
Detto ciò, iniziamo a valutare la trama: quanto detto sopra rappresenta grosso modo la prima metà della serie, che dura un totale di ventisei puntate: essa è anche la parte più interessante. La ricerca dei samurai necessari all’opera, la formazione del gruppo, il viaggio di ritorno e la strenua difesa del paese contro i malvagi è simpatica da guardare, e la storia è abbastanza intrigante. Va inoltre detto che la situazione sociale rispecchia -seppur in maniera grossolana- ciò che accadde quando in Giappone i samurai divennero superflui, dopo le grandi guerre interne: alcuni diventarono criminali, altri si riciclarono in posti di potere e altri ancora semplicemente si rifiutarono di cambiare e vagarono per il mondo in cerca di un posto per loro.

La seconda parte, purtroppo, vede un deciso peggioramento della trama: è anche la sezione che è inventata di sana pianta dai creatori, e che non esiste nel film (che dovrebbe terminare con la difesa del villaggio). La seconda metà si rivela una specie di intrigo politico che riguarda i vertici del potere, e che solo di riflesso comprende i protagonisti – che ne rimangono infatti invischiati solo per liberare un paio di persone tenute prigioniere nella capitale. Le idee date dal “cattivo” non sono malaccio, ma sembrano un po’ buttate là: soprattutto, non si capisce come un personaggio voluttuoso e umorale come Ukyo, che per tutta la parte iniziale sembra un idiota, possa organizzare un simile piano teoricamente a prova di bomba. Anche gli altri personaggi si appiattiscono, perdendo la loro verve e le loro peculiarità che li contraddistinguono inizialmente.
Fortunatamente il finale, se si riesce a decontestualizzarlo dalla deludente parte che lo precede, è bello: inizia in maniera davvero tamarra (spadate che riflettono raggi laser del diametro di due metri, mezzi di trasporto che veleggiano su onde energetiche sparate da vecchie astronavi,…), ma quando la rissa si sposta ad un livello più umano la qualità sale notevolmente, e diverse sorprese attendono lo spettatore.

Parlando di personaggi, devo dire che è forse la parte che è stata meno sviluppata. I sette samurai sono molto diversi gli uni dagli altri, ed ognuno ha il suo carattere e le sue diverse abilità: uno è bravo in meccanica e ingegneria, uno è un bravo stratega, uno è un becero bonaccione che sa dire le cose come stanno senza giri di parole,… il gruppo risulta ben costruito, ma i personaggi non si sviluppano quasi per nulla in tutta la serie. La cosa è anche abbastanza comprensibile dato che fondamentalmente sono quasi tutti guerrieri esperti che hanno avuto il tempo di forgiare il loro carattere in battaglia: tuttavia qualche lieve cenno di miglioramento in più sarebbe stato apprezzabile. L’unico samurai che è nel gruppo con lo scopo di crescere, Katsushio, ci riesce ma non in maniera troppo lineare: rimane inutile per il 70% del tempo, e poi in maniera improvvisa diventa un mostro di potenza. Si capisce che la battaglia fa crescere in fretta, ma così è un po’ troppo!
Gli altri personaggi risultano purtroppo abbastanza anonimi. Kirara, che dovrebbe essere un personaggio centrale e che inizialmente mostra doni di preveggenza, perde rapidamente il suo ruolo e diventa una semplice accompagnatrice: lo stesso accade per tutti gli altri personaggi non combattenti, che vengono relegati a ruoli puramente secondari e che quindi non ricevono alcuna attenzione nello sviluppo del personaggio.

Due parole vanno spese anche in merito all’ambientazione e ai combattimenti.
Sul primo argomento devo dire che il mix tra passato e futuro risulta in massima parte molto ben fatto: se si riesce ad accettare che una spada sia un’arma di potenza inusitata (può segare in due astronavi, deflettere proiettili, segare case, macinare metallo come fosse burro e via dicendo) l’ambiente sarà abbastanza godibile. In un paio di punti abbastanza focali, purtroppo, non viene fatto un uso accorto della tecnologia che i personaggi hanno a disposizione: questo è un peccato – anche se probabilmente è meglio così, perché se i cattivi avessero saputo usare le armi a loro disposizione non ci sarebbe stata storia.
I combattimenti sono in buona quantità, anche se viene lasciato abbastanza spazio ad altro: essi sono creati con fortune alterne. In linea generale, quelli che sono “realistici” (persona contro persona) sono ben fatti, mentre quelli con persone contro robot, astronavi, città e quant’altro sono poco interessanti. L’idea di per sé che un personaggio possa segare in due un mech mi può anche andar benissimo, ma è proprio come il combattimento funziona a non essere attraente da vedere.

I disegni sono di qualità un tantinello bassa secondo me, per essere del 2004 e per aver avuto un budget di circa 300′000 dollari a puntata. Il tratto di per sé è gradevole, ma ci sono qui e là alcune cadute di stile e una puntata disegnata in maniera inqualificabile: inoltre, la CG è usata in maniera non proprio ottimale.
Le musiche invece sono di ottima qualità, e riprendono molto le musiche tradizionali giapponesi. Opening ed ending sono più moderne, ma risultano comunque orecchiabili.

In definitiva, Samurai 7 è un lavoro di decente qualità, che potrà sicuramente piacere a chi ama le spade: ha i suoi difetti, soprattutto nella seconda parte e nella relativa lentezza della prima, ma si lascia guardare.

Voto: 7,5. La prima parte meriterebbe di più, ma viene frenata dal resto.

Consigliato a: chi apprezza i samurai; chi non bada agli anacronismi; chi ha visto il film di Kurosawa e vuol farsi un’idea sua della trasposizione animata.

 

Grappler Baki 2 22 Settembre 2009

Archiviato in: Group TAC Co., Ltd. — khorn3 @ 08:22
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…Ogni tanto la trama è superflua, e puntare sulla pura e semplice violenza si rivela vincente.

Grappler Baki 2

Ci troviamo a tre o quattro anni di distanza dagli avvenimenti della prima serie (narrati nella disastrosa recensione qui). Baki è oramai il campione in carica del campionato segreto di lotta, e siamo giunti ad una nuova edizione: i trentadue guerrieri più forti del pianeta si affronteranno senza regole e senza limiti per dimostrare chi è il più forte. Riuscirà Baki a dominare sopra a tutti questi stili di combattimento diversi? La sua motivazione riuscirà a vincere su quella degli altri?

Come si può capire, la storia qui fa una parte davvero misera. Considerando il disastro narrativo della serie precedente, tuttavia, questo è un punto a favore di questo sequel: sono stati asportati tutti gli inutili pezzi di trama per lasciare spazio all’unica cosa che può interessare, e cioé il combattimento.
Si tratta difatti di gran lunga dell’anime più rissoso che io abbia mai visto: TUTTE le puntate sono composte per almeno 15 minuti su 22 di combattimento, e solo nei restanti ritagli di tempo viene data qualche informazione sul passato dei combattenti. Tali parti possono essere allegramente saltate, perché sono di utilità nulla: l’unica cosa che conta è che la gente vada nel ring e inizi a spaccarsi la faccia in ogni maniera.

Come si può capire, i combattimenti sono assolutamente la parte centrale della serie: gli stessi sono realizzati con fortune alterne. Quelli iniziali sono molto semplici (negli ottavi di finale generalmente si trova un grande campione che oblitera uno spaccone, come al solito), ma quelli dei quarti e delle semifinali sono fatti in maniera abbastanza simpatica: avendo i vari personaggi degli stili diversi, non si cade nella ripetitività degli attacchi. Quando si arriva alle finalissime, purtroppo, la qualità viene a cadere per un semplice motivo: entra in campo Baki.
Egli è infatti il personaggio più inutile della serie, e per fortuna durante buona parte del tempo non ha alcuno spazio: il suo stile è banale, non c’è gusto nel vederlo combattere e gli scontri che lo coinvolgono sono noiosi. Fortunatamente ne ha soltanto 5 su 31 totali, e quindi riesce a non infastidire troppo.

I personaggi, ovviamente, hanno uno sviluppo praticamente nullo: tutto quello che fanno è picchiarsi, e a loro non si chiede altro. Gli unici che tentano di avere uno sviluppo nel finale (Baki e il suo avversario) falliscono miseramente nella missione, e questo rende l’ultimo combattimento davvero bruttino: inoltre, lo stesso è rallentato da due puntate totalmente inutili sul padre di Baki (che in questa serie compare a singhiozzo, ma non mai un ruolo centrale – fortunatamente, dato che è semplicemente troppo forte per chiunque), che ne spezza ulteriormente il ritmo. Totalmente inutile e fuori luogo, inoltre, la puntata “extra” finale che parla ancora del caro babbo durante la guerra del Vietnam, cosa di cui non ce ne potrebbe fregare di meno.

Per essere del 2001, la grafica è purtroppo carente in alcuni momenti: è un peccato, perché con un migliore disegno alcuni combattimenti avrebbero potuto passare da interessanti a davvero belli (vedere con buona qualità delle ossa che si spezzano e degli arti che si dislocano è sempre un piacere). Da dimenticare totalmente l’animazione 3d della sigla iniziale, che è a dir poco imbarazzante: fortunatamente nelle puntate non se ne vede traccia.
L’audio è praticamente inesistente, con opening e ending che nulla c’entrano con l’attitudine bellicosa della serie.

Insomma, che dire della seconda serie di Grappler Baki? Ho iniziato a guardarla temendo il peggiore degli orrori, e ne son rimasto moderatamente sorpreso. Non è assolutamente un lavoro che potrebbe essere qualificato in maniera eccelsa, ha parecchi difetti, ma fa una cosa: prende la prima serie, asporta tutto ciò che era fallito miseramente e tiene il poco che era riuscito bene, arrivando ad un risultato perlomeno accettabile.

Voto: 6,5. Devo ammettere con un po’ di vergogna che un paio di combattimenti me li sono davvero goduti: non aspettatevi comunque roba d’immensa qualità.

Consigliato a: chi cerca gente con muscoli immensi alla Kenshiro; chi se ne frega di ogni tipo di storia e vuole solo gente che si picchia senza sosta; chi vuole vedere l’anime con il protagonista più assente della storia (fortunatamente).

 

Escaflowne: The Movie 1 Settembre 2009

Archiviato in: BONES — khorn3 @ 09:57
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…Quattro anni dopo la serie, venne creato anche il film.

Escaflowne: The Movie

Hitomi è una liceale disillusa dalla vita e depressa: il mondo non le offre nulla, e si sente sola da morire. È oramai arrivata a meditare il suicidio e ad allontanare chiunque, augurandosi soltanto che tutto sparisca… ed è in tale frangente che le appare un misterioso uomo incappucciato, chiamantesi Folken, che la invita “nel suo mondo”.
Hitomi viene pertanto catapultata in una diversa realtà, e si risveglia all’interno di una strana creatura simil-robottonesca ma biologica. Dopo attimi di panico essa si apre e lei ne esce trovandosi davanti Van e i suoi compagni di viaggio, che la inneggiano come la Dea Alata!
Ma per quale motivo Hitomi è finita qui? Perché dovrebbe essere la Dea Alata? Van e i suoi colleghi riusciranno nella loro missione?

Questo film di circa un’ora e mezzo si rifà alla serie Vision of Escaflowne (recensita qui), ma si notano immediatamente parecchie differenze.
In primis, la trama ricorda vagamente quella della serie ma le somiglianze sono solo apparenti: le motivazioni dei personaggi, le vicende che accadono, i parecchi combattimenti che si svolgono e la storia principale sono parecchio differenti dall’originale. Avendo visto la serie si apprezza il passo veloce e spedito con cui accadono le cose (tanto i personaggi già si conoscono), ma per qualcuno a digiuno dell’universo di Escaflowne gli avvenimenti risultano troppo compressati in poco tempo, e la chiarezza della trama ne risente parecchio.

Parlando di personaggi, si nota il più radicale dei cambiamenti rispetto alla serie da ventisei puntate. I personaggi (e tutto l’ambiente in generale) sono estremamente più cupi e problematici: Hitomi è una ragazza sull’orlo del suicidio che cerca solo un modo per sparire dal mondo e Van è un sanguinario guerriero poco sopra la civilizzazione di una bestia. Per motivi di tempo gli altri personaggi vengono solo velocemente accennati e non si ha il tempo di apprezzarli: ancora una volta, per chi ha visto la serie è un piacere vedere i protagonisti “con le palle” rispetto alla versione pappamolla e indecisa della serie, ma per i novizi risultano tutti unicamente personaggi di contorno. Data la quantità di fatti raccontati, inoltre, il tempo per lo sviluppo personale praticamente non esiste: qualche accenno di esso si vede nei due protagonisti, ma non è nulla di epocale. Grazie al cielo non vien perso tempo con inutili storie d’amore, che in questo film vengono praticamente ignorate in maniera totale: Van e Hitomi non sono due persone innamorate, ma sono due anime disperatamente solitarie in cerca di una stampella. La ben diversa impostazione rende molto diverso l’approccio che i due anno nei discorsi e nel modo di pensare, e personalmente ho gradito questo cambiamento.

La grafica è sensibilmente migliore alla serie, ed è piacevole da guardare sebbene le immagini siano parecchio scure; anche le musiche sono molto gradevoli ed orecchiabili.

Insomma, che dire di Escaflowne: The Movie? Sicuramente chi ha visto la serie lo apprezzerà dato che ne ha il necessario background, e partendo con una base di conoscenza degli avvenimenti il tutto risulta apprezzabilissimo e ben ritmato, con parecchi combattimenti (aggiungendo parecchio sangue versato e diversi arti mozzati); gli altri potrebbero darci un’occhiata se sono pronti ad assorbire mille nozioni in tempo zero, perché altrimenti non ci si capirà nulla.

Voto: 8. A me è piaciuto: non è nulla di spettacolare, ma è un deciso miglioramento dalla mortale lentezza della serie originaria.

Consigliato a: chi ha visto The Vision of Escaflowne; chi apprezza le trame compresse e viste di corsa; chi vuole vedere come esplode un cavallo dilaniato dalla magia.

 

Vision of Escaflowne 31 Agosto 2009

Archiviato in: Sunrise — khorn3 @ 11:14
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…Da una tranquilla vita liceale a un mondo in guerra, tra fantasy e robottoni.

Vision of Escaflowne

Hitomi è una normale studente di 17 anni, che si diletta nel predire il futuro alle compagne con i tarocchi. È innamorata di un suo sempai del club di atletica di cui anche lei fa parte, Amano: decide pertanto di dichiararsi, dato che lui presto partirà per un’altra nazione.
Al momento cruciale, tuttavia, accade l’impossibile: dal nulla si manifesta un guerriero medievale con spada e armatura, assieme ad un gigantesco ed incazzatissimo drago! Una feroce battaglia si svolge, e dopo che il misterioso guerriero -che si chiama Van- riesce ad abbattere la feroce bestia con l’aiuto divinatorio di Hitomi e a prendere il suo cuore, misteriosamente i due spariscono nel nulla.
Hitomi si risveglia poco dopo in un mondo sconosciuto ed alieno, nel cui cielo si vedono brillare la terra e la luna, e uomini-bestia sono cosa comune: subito dopo, si scopre che Van è il nuovo re di un piccolo regno in questo mondo, e che la terra è tumultuosa a causa di guerre e ambizioni conquistatrici da parte di nazioni assetate di potere.
Riuscirà Hitomi a tornare a casa, sulla terra? Che destino attende Van e i suoi compagni? Quale è il piano dietro agli attacchi che la nazione di Zaibach sta continuando ad effettuare?

La storia inizia in maniera abbastanza interessante: una ragazza che dal nulla viene catapultata in un mondo medievale dove però ci sono robottoni (chiamati Guymelef) che si pigliano a spadate, e lei che guadagna un misterioso potere divinatorio. Gli avvenimenti nella prima metà della serie sono ben sequenziati, con Zaibach che dall’alto della sua superiorità tecnlologica (che ha un perché) può fare quasi quel che vuole, quasi indisturbata, e con gli eroi che man mano si barcamenano per mettersi in salvo tra battaglie e massacri di innocenti.
Nella seconda metà, tuttavia, il ritmo rallenta in maniera inesorabile e tediosa: probabilmente ciò capita poiché si vuol lasciare più spazio allo sviluppo dei personaggi, ma l’unico effetto è quello di rendere tutto insopportabilmente lungo. Se la serie fosse durata quindici puntate anziché ventisei sarebbe stato decisamente meglio, e la narrazione non ne avrebbe perso granché.
Sul finale inoltre le cose si confondono un po’, dato che i cattivi iniziano a giocare col destino: sarebbe carino riuscire ad immaginare come funziona una macchina per modificare il fato, ma non ci è dato saperlo. Il finale vero e proprio è abbastanza insipido: dopo tanta carne al fuoco, mi aspettavo decisamente di più.

I personaggi sono fatti con fortune alterne. Ce ne sono alcuni che sono ben creati: il lento ma costante sviluppo di Van, la seducente cavalleria di Allen, la progressiva pazzìa di Dilandau danno coerenza alle loro azioni. Purtroppo, d’altra parte, personaggi come Millerna, Dornkirk e la stessa protagonista, Hitomi, sono insipidi e risultano sempre poco interessanti. Soprattutto l’ultima nominata per tutta la serie non fa che essere tentennante ed indecisa, incapace di prendere qualsivoglia decisione e facendosi trascinare dagli eventi.
I coprotagonisti risultano abbastanza inutili al fine della storia, e pertanto sono totalmente privi di sviluppo: bisogna anche dire tuttavia che buona parte di essi viene falciata in qualche combattimento, poiché questo anime non ha grande pietà per i personaggi secondari.

Le questioni sentimentali, inoltre, sono parecchio presenti in Vision of Escaflowne. Triangoli amorosi, figli illegittimi, amori proibiti, indecisioni e quant’altro creano una situazione decisamente complessa. Va però detto che questo non arriva al punto di essere ammorbante e noioso: nella prima parte della serie, quando i ritmi sono più dinamici, tutto ciò si sviluppa tra le righe e si integra bene con le altre vicende che accadono. Quando il tutto rallenta, di riflesso anche la qualità delle romance viene un tantinello a mancare, prendendo un aspetto da simil-beautiful che fortunatamente si dissolve nelle ultime puntate.

Il disegno, per essere del 1996, è abbastanza scarso: anche l’animazione non è particolarmente eccelsa, con l’eccezione di alcuni combattimenti di Guymelef godibili.
Le musiche sono invece ben più orecchiabili e adatte alla curiosa ambientazione, sebbene abbiano un piccolo problema: l’80% delle canzoni della colonna sonora come unico testo hanno “Escaflowne… Escaflowne… Escaflowne” e basta. L’opening è molto apprezzabile, mentre l’ending risulta un pochino più anonima.

Insomma, cos’altro dire di Vision of Escaflowne? È un anime che parte con alcune idee interessanti e altre meno, con alcuni personaggi buoni e altri meno, con alcuni punti di vista condivisibili e altri meno. Si mantiene nella mediocrità in tutti gli aspetti, non riuscendo ad eccellere in alcun campo (trama, combattimenti, sentimenti) ma evitando anche il fallimento in ognuno di essi. Non è malaccio, ma l’ultima parte risulta davvero pesante e lunga da guardare: un peccato, perché velocizzando il tutto probabilmente la serie ne avrebbe guadagnato parecchio.

Voto: 7. Qualcosina in più per l’inizio, qualcosina in meno per la fine.

Consigliato a: chi apprezza ambientazioni fantasy non convenzionali; chi cerca anime dove si faccia abbastanza a mazzate, ma dove il punto focale siano comunque i sentimenti; chi vuol vedere le carte dei tarocchi scritte in italiano, lette in maniera abbastanza accettabile ma ogni tanto scritte sbagliate.

 

First Squad: The Moment of Truth 17 Agosto 2009

Archiviato in: Studio 4°C — khorn3 @ 12:07
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…Nella seconda guerra mondiale, occultismo e presenze dall’inferno vengono combattute per sconfiggere le SS!

First Squad: The Moment of Truth

Ci troviamo nel 1942. La guerra sul fronte russo/tedesco sta oramai continuando da diverso tempo, e le forze in campo tentano di usare ogni mezzo per sopraffarre l’avversario.
Nadya è una giovane medium russa che ha il potere di prevedere il futuro. Dopo un assalto aereo, torna spaesata al Cremlino: scopre in tal sede di esser stata allevata per anni presso una scuola militare al fine di creare delle truppe che possano resistere anche alla morte.
Le truppe tedesche stanno ora per evocare dei malvagi spiriti dal passato, per poter cambiare le sorti della battaglia: l’abilità di Nadya di prevedere i “momenti della verità”, cioé i momenti in cui la storia viene decisa, potrà portarla a salvare l’uomo giusto al momento giusto. Ma riuscirà a farlo da sola? Oppure dovrà richiamare dall’oltretomba i suoi ex-commilitoni? Riusciranno a combattere contro uno spirito che da 700 anni medita vendetta?

L’ambientazione in cui si svolge questo film (interamente parlato in russo, nella sua versione originale) è decisamente curiosa: abbiamo la seconda guerra mondiale che impazza nello sfondo, ma cavalieri medievali e spade sono all’ordine del giorno. Il connubio è tuttavia ben creato, e risulta intrigante.
La trama in sé è abbastanza originale: raramente i buoni vanno a cercare alleati nelle file dei trapassati, ma in questo caso ciò viene fatto. L’unica cosa che può veramente lasciar perplessi è che, più che un film, alla fine risulta essere quasi un trailer: vengono messi in gioco tutti gli elementi della storia, viene dato l’inizio alle ostilità, vengono effettuati i primi scontri… e poi il tutto finisce. Mi auguro che una serie venga a seguire, perché sarebbe peccato buttare così un’ambientazione che fornisce parecchi spunti.

I personaggi sono ben fatti: Nadya passa da un inizio di totale confusione (dopo il bombardamento) ad una risoluzione ferrea. Il cambiamento potrebbe parere subitaneo, e il trucco del “avevi perso la memoria, in realtà sei un supersoldato” non mi è mai piaciuto molto, però la transizione non infastidisce più di tanto. Gli altri membri del gruppo sono un po’ anonimi (anche perché non c’è tempo per svilupparli), ma formano un bel gruppo d’attacco che ha la possibilità di creare un bel macello sul campo di battaglia.
I combattimenti sono infatti ben fatti, anche se non hanno fatto urlare al miracolo assoluto: sono comunque gradevoli e son ben piazzati all’interno della storia.

Un altro punto interessante di First Squad è l’introduzione, qui e là, di brevi pezzi di finte interviste a sopravvissuti di guerra (non disegnati, ma in carne ed ossa). Per quanto la trama sia chiaramente fantasiosa, tutto ciò aiuta a dare l’impressione di assistere ad un documentario più che ad un’opera di finzione, e questo porta ad immedesimarsi meglio nella storia.

I disegni sono di ottima qualità e sono animati bene: le musiche non mi hanno particolarmente colpito, ma il sottofondo è comunque ben realizzato.

In definitiva, First Squad: The Moment of Truth è un simpatico film su un passato alternativo all’interno della seconda guerra mondiale, che fornisce sempre milioni di spunti per rivisitazioni. Qui e lì qualche perplessità sulla logica della trama può esistere, ma si lascia comunque apprezzare soprattutto per le parti d’azione e per alcune idee davvero simpatiche: un simil-templare a cavallo che salta in una trincea a decapitare a spadate i soldati russi è davvero qualcosa che bisogna vedere.

Voto: 8. Speriamo ce ne sia ancora, e della stessa qualità.

Consigliato a: chi apprezza le ambientazioni storiche rimaneggiate; chi ama gli anacronismi voluti; chi vuole ascoltarsi un po’ di russo parlato su disegni giapponesi.

 

La Maison en Petit Cubes 17 Agosto 2009

Archiviato in: Oh! Production — khorn3 @ 12:13
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…Dodici minuti di ricordi e poesia.

La Maison en Petit Cubes

Questo corto di una dozzina di minuti, senza dialoghi, mi ha colpito.
Si seguono le vicende di un vecchino, che abita in una casa che deve essere continuamente rialzata con nuovi piani poiché l’acqua della città sale sempre più, fagocitando tutto. Un giorno, perde la sua amata pipa, che finisce al piano sottostante: egli decide quindi di prendere una muta da sub e andare a recuperarla.
Facendo così, tuttavia, inizia un viaggio nei ricordi della sua vita, man mano che scende piano dopo piano sott’acqua: cosa ha lasciato indietro? Come era la sua vita un tempo?

La storia è ovviamente semplice, ma non per questo priva di impatto. Da una parte ci si può chiedere se il continuo innalzamento delle acque sia un effetto del riscaldamento globale, ma questo non è centrale nella vicenda: ciò che importa è il viaggio a ritroso nel tempo del protagonista, che si ritrova ad incontrare il sé stesso di molti anni prima, unitamente a tutti i cari e a tutti gli oggetti che oramai son passati. È una toccante rappresentazione del tempo che passa, non forzatamente negativa ma che riporta effettivamente il ciclo della vita.

Il personaggio che tiene lo schermo per tutto il tempo della proiezione è silente e di lui non si sa praticamente nulla, ma ciò che si comprende da quel che si vede rappresenta un personaggio tranquillo ma forte, che ha saputo destreggiarsi tutta la vita nella buona e nella cattiva sorte. Viene quasi immediatamente creato un collegamento emotivo con lui, e cio aiuta a seguire con attenzione le sue passate vicende.

Il disegno è molto particolare, colorato apparentemente a matita e di stampo molto poco “cartoonesco”: è però un disegno funzionale al tipo di racconto, e quindi ci sta benissimo. Le musiche sono ridotte all’osso, ma non vedo cosa avrebbero potuto fare di diverso – la scelta di non avere dialoghi è stata secondo me azzeccata, lasciando spazio alle immagini per convogliare emozioni.

In definitiva, La Maison en Petit Cubes (altresì chiamato Tsumiki no Ie) è davvero un corto pregno di messaggi e sentimenti, che non si limitano all’inflazionatissimo amore ma che vanno molto oltre. La sua corta durata e il suo stile non sono che punti positivi, che aiutano a portare un messaggio semplice ma importante.

Voto: 9. Data la sua corta durata, non vedo motivo alcuno per non guardarlo e non apprezzarlo nella sua muta poesia.

Consigliato a: chi vuole un lavoro toccante ma non triste; chi vuol conoscere un vecchino pacifico e temprato dagli anni; chi vorrebbe tuffarsi nel proprio passato per dare un’occhiata ai ricordi.

 

Mobile Suit Gundam 1 16 Agosto 2009

Archiviato in: Sunrise — khorn3 @ 11:18
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…A 30 anni dalla sua nascita, il più classico dei robottoni riesce ancora a tenere il passo?

Mobile Suit Gundam 1

Ci troviamo nell’anno 0079 del Secolo Universale, e molti umani oramai vivono in colonie sparse attorno alla terra. Una sanguinosa battaglia è in corso tra varie fazioni: da una parte la Federazione Terrestre, che comprende la quasi totalità dell’umanità, e dall’altra parte il principato di Zeon che, nonostante sia numericamente misero (un rapporto di forze di 30 ad 1), riesce a dare del filo da torcere alle truppe terrestri grazie all’utilizzo di armi rivoluzionarie chiamate Mobile Suit: in pratica, dei robottoni alti circa 4 metri. Le forze terrestri stanno a loro volta sviluppando una nuova Mobile Suit, ma Zeon attacca la colonia su cui quest’ultima sta venendo costruita.
Amuro, il figlio di uno dei ricercatori, si trova coinvolto suo malgrado negli scontri causati dalla succitata situazione: nella confusione e nel terrore che le Suit di Zeon stanno creando nella sua colonia, trova le istruzioni per guidare l’arma segreta oramai pronta: il Gundam, una Mobile Suit armata di tutto punto ed estremamente resistente.
Inizia così la forzatamente rapida crescita di Amuro nel mondo militare, ma nel frattempo la guerra non si placa: Zeon continuerà ad attaccare le colonie senza sosta? Riusciranno gli esuli della colonia di Side 7 a mettersi in salvo? Cosa c’è dietro alla mancanza di supporto che sembrano accusare?

Quando si guarda questo film (che riassume parte della primissima serie di Gundam, andata in onda per la prima volta ben trent’anni fa) bisogna tenere in considerazione la sua età. Parecchie cose possono sembrare vetuste, e parecchi concetti superati: buona parte di tali concetti tuttavia sono nati proprio con questa serie, e non viceversa.
Detto ciò, è bene spendere due parole sulla trama: si può innanzitutto dire che la stessa è ben strutturata, e risulta interessante. Questo film non pretende infatti di raccontare tutta una guerra, ma narra due diversi periodi (la fuga da Side 7 e la militanza in terra) che riescono a trasmettere le sensazioni di angoscia e terrore che un conflitto porta con sé.
Per quanto di sangue ce ne sia ben poco, infatti, le perdite umani sono notevoli, e non sono solo persone “di sfondo” a saltare in aria: anche genitori e amici di vari protagonisti rimangono uccisi dal fuoco nemico, come è brutalmente giusto che sia. L’ambiente è greve e l’angoscia è palpabile: non si cade mai nella depressione, ma il tono rimane sempre molto serio.

I personaggi sono un altro punto sviluppato in maniera notevole, per i suoi tempi: la crescita di Amuro è interessante e passa vari stadi: dalla paura all’esaltazione, dalla presa di coscienza al superamento dei propri timori: il cambiamento durante le vicende narrate è tale che arriva a non esser quasi riconosciuto dalla madre nel suo agire.
Anche i personaggi comprimari non son fatti male, ma risultano molto più statici e non mostrano particolare evoluzione durante il film.

La grafica è chiaramente molto datata, ma con sorpresa devo ammettere che non risulta inguardabile come avevo avuto paura che potesse essere. Le musiche sono adatte al tempo in cui vennero prodotte, e con l’orecchio di oggi gli effetti sonori risultano di qualità decisamente poco eccelsa: fanno però il loro dovere, e quindi non c’è nulla da recriminare.

Insomma, vale la pena di utilizzare due ore e mezzo per guardare un anime di trent’anni fa? Secondo me, sì. In primis perché non è il classico “anime sui robottoni” ma va molto oltre nella sua valutazione, parlando dello sviluppo di un ragazzo e della sofferenza che la guerra porta invariabilmente con sé; è inoltre un pezzo di storia che sarebbe un peccato sorvolare.

Voto: 8. Con gli occhi di oggi non si può dare di più, ma la trama era davvero interessante e ha meritato tutto il tempo della sua visione.

Consigliato a: chi vuole sapere da dove arrivano i nostri robottoni di oggi; chi vuol vedere un anime dove le munizioni finiscono e dove i robot devono venir riparati; chi vuole sentire lo scambio di battute più beceramente maschilista che un anime abbia mai contenuto.

 

Highlander: Search for Vengeance 16 Agosto 2009

Archiviato in: Madhouse Studios — khorn3 @ 10:01
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…Una rivisitazione del mito del clan McLeod.

Highlander: Search for Vengeance

All’epoca dei romani, un semplice cittadino (che in seguito verrà conosciuto come Colin McLeod) vede lil suo villaggio bruciato e la sua moglie crocifissa e uccisa per mano di un generale di Roma. Scoprendo di essere un immortale, giura vendetta contro l’aguzzino che gli ha rovinato la vita (e che risulta essere un altro immortale): attraverso i secoli continuerà ad inseguirlo, e lo sfiderà volta dopo volta per riuscire a riparare al torto subito. Ce la farà? Potrà un umile cittadino imparare l’arte della guerra tanto da superare un generale con più di duemila anni di pratica sul campo di battaglia?

Come si può intuire, la storia è parecchio semplice: la classica vicenda di vendetta, in questo caso diungata su migliaia di anni d’inseguimento. Lo sviluppo della trama è parecchio prevedibile e non porta particolari colpi di scena, risultando forse un po’ banale.
Anche i personaggi non brillano per originalità: tutto il gruppo dei “buoni” è parecchio stereotipato, e l’intelligenza non è esattamente il punto forte di nessuno di loro. Il loro sviluppo è praticamente nullo, poiché in un solo OVA non c’è abbastanza spazio per creare un’evoluzione credibile e che porti a qualcosa di utile.
Unica eccezione alla qualità dei personaggi è il cattivo del film, che risulta essere cattivo davvero: crocifiggere una donna e inchiodarla in cima ad una collina per far sì che veda la propria gente massacrata è un tocco di stile di una crudeltà decisamente notevole.

Una cosa che sicuramente risulta ben fatta è l’azione: il direttore è lo stesso di Vampire Hunter D: Bloodlust, e ciò si nota nei disegni. La violenza è parecchia e crudamente rappresentata, con arti che volano qua e là; questo non può che fare piacere, vista la qualità delle botte.

I disegni sono molto piacevoli: come detto sopra, l’animazione è fluida e ben fatta, e quindi è un piacere per gli occhi. L’audio non è nulla di spettacolare, ma fa il suo dovere quando deve.

Insomma, vale la pena vedere Highlander: Search for Vengeance? Se si cerca un po’ di sbudellamento senza dover accendere il cervello, assolutamente sì. Se si cerca un film impegnato, con personaggi profondi e una storia massiccia… guardate altrove.

Voto: 7. Intrattiene il giusto, non brilla ma non è terribile.

Consigliato a: chi apprezza lo stile della violenza di Vampire Hunter D: Bloodlust; chi gradisce teste mozzate, braccia volanti e facce tagliate in due; chi si vuole chiedere come mai, nel futuro, non basta un colpo con un fucile da cecchino per mandare a terra un immortale, e poi tagliargli con comodo la testa…