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Anime Reviews

Vision of Escaflowne 31 Agosto 2009

Archiviato in: Sunrise — khorn3 @ 11:14
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…Da una tranquilla vita liceale a un mondo in guerra, tra fantasy e robottoni.

Vision of Escaflowne

Hitomi è una normale studente di 17 anni, che si diletta nel predire il futuro alle compagne con i tarocchi. È innamorata di un suo sempai del club di atletica di cui anche lei fa parte, Amano: decide pertanto di dichiararsi, dato che lui presto partirà per un’altra nazione.
Al momento cruciale, tuttavia, accade l’impossibile: dal nulla si manifesta un guerriero medievale con spada e armatura, assieme ad un gigantesco ed incazzatissimo drago! Una feroce battaglia si svolge, e dopo che il misterioso guerriero -che si chiama Van- riesce ad abbattere la feroce bestia con l’aiuto divinatorio di Hitomi e a prendere il suo cuore, misteriosamente i due spariscono nel nulla.
Hitomi si risveglia poco dopo in un mondo sconosciuto ed alieno, nel cui cielo si vedono brillare la terra e la luna, e uomini-bestia sono cosa comune: subito dopo, si scopre che Van è il nuovo re di un piccolo regno in questo mondo, e che la terra è tumultuosa a causa di guerre e ambizioni conquistatrici da parte di nazioni assetate di potere.
Riuscirà Hitomi a tornare a casa, sulla terra? Che destino attende Van e i suoi compagni? Quale è il piano dietro agli attacchi che la nazione di Zaibach sta continuando ad effettuare?

La storia inizia in maniera abbastanza interessante: una ragazza che dal nulla viene catapultata in un mondo medievale dove però ci sono robottoni (chiamati Guymelef) che si pigliano a spadate, e lei che guadagna un misterioso potere divinatorio. Gli avvenimenti nella prima metà della serie sono ben sequenziati, con Zaibach che dall’alto della sua superiorità tecnlologica (che ha un perché) può fare quasi quel che vuole, quasi indisturbata, e con gli eroi che man mano si barcamenano per mettersi in salvo tra battaglie e massacri di innocenti.
Nella seconda metà, tuttavia, il ritmo rallenta in maniera inesorabile e tediosa: probabilmente ciò capita poiché si vuol lasciare più spazio allo sviluppo dei personaggi, ma l’unico effetto è quello di rendere tutto insopportabilmente lungo. Se la serie fosse durata quindici puntate anziché ventisei sarebbe stato decisamente meglio, e la narrazione non ne avrebbe perso granché.
Sul finale inoltre le cose si confondono un po’, dato che i cattivi iniziano a giocare col destino: sarebbe carino riuscire ad immaginare come funziona una macchina per modificare il fato, ma non ci è dato saperlo. Il finale vero e proprio è abbastanza insipido: dopo tanta carne al fuoco, mi aspettavo decisamente di più.

I personaggi sono fatti con fortune alterne. Ce ne sono alcuni che sono ben creati: il lento ma costante sviluppo di Van, la seducente cavalleria di Allen, la progressiva pazzìa di Dilandau danno coerenza alle loro azioni. Purtroppo, d’altra parte, personaggi come Millerna, Dornkirk e la stessa protagonista, Hitomi, sono insipidi e risultano sempre poco interessanti. Soprattutto l’ultima nominata per tutta la serie non fa che essere tentennante ed indecisa, incapace di prendere qualsivoglia decisione e facendosi trascinare dagli eventi.
I coprotagonisti risultano abbastanza inutili al fine della storia, e pertanto sono totalmente privi di sviluppo: bisogna anche dire tuttavia che buona parte di essi viene falciata in qualche combattimento, poiché questo anime non ha grande pietà per i personaggi secondari.

Le questioni sentimentali, inoltre, sono parecchio presenti in Vision of Escaflowne. Triangoli amorosi, figli illegittimi, amori proibiti, indecisioni e quant’altro creano una situazione decisamente complessa. Va però detto che questo non arriva al punto di essere ammorbante e noioso: nella prima parte della serie, quando i ritmi sono più dinamici, tutto ciò si sviluppa tra le righe e si integra bene con le altre vicende che accadono. Quando il tutto rallenta, di riflesso anche la qualità delle romance viene un tantinello a mancare, prendendo un aspetto da simil-beautiful che fortunatamente si dissolve nelle ultime puntate.

Il disegno, per essere del 1996, è abbastanza scarso: anche l’animazione non è particolarmente eccelsa, con l’eccezione di alcuni combattimenti di Guymelef godibili.
Le musiche sono invece ben più orecchiabili e adatte alla curiosa ambientazione, sebbene abbiano un piccolo problema: l’80% delle canzoni della colonna sonora come unico testo hanno “Escaflowne… Escaflowne… Escaflowne” e basta. L’opening è molto apprezzabile, mentre l’ending risulta un pochino più anonima.

Insomma, cos’altro dire di Vision of Escaflowne? È un anime che parte con alcune idee interessanti e altre meno, con alcuni personaggi buoni e altri meno, con alcuni punti di vista condivisibili e altri meno. Si mantiene nella mediocrità in tutti gli aspetti, non riuscendo ad eccellere in alcun campo (trama, combattimenti, sentimenti) ma evitando anche il fallimento in ognuno di essi. Non è malaccio, ma l’ultima parte risulta davvero pesante e lunga da guardare: un peccato, perché velocizzando il tutto probabilmente la serie ne avrebbe guadagnato parecchio.

Voto: 7. Qualcosina in più per l’inizio, qualcosina in meno per la fine.

Consigliato a: chi apprezza ambientazioni fantasy non convenzionali; chi cerca anime dove si faccia abbastanza a mazzate, ma dove il punto focale siano comunque i sentimenti; chi vuol vedere le carte dei tarocchi scritte in italiano, lette in maniera abbastanza accettabile ma ogni tanto scritte sbagliate.

 

Toradora! 15 Luglio 2009

Archiviato in: J. C. STAFF — khorn3 @ 11:11
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Una delle migliori love comedy in circolazione:

Toradora!

Ryuugi è un ragazzo quieto e tranquillo, ma la natura gli ha donato uno sguardo naturalmente aggressivo e minaccioso: per tale motivo è temuto da chiunque a scuola, nonostante non faccia nulla di male.
Taiga, invece, all’apparenza è una docile bambolina, ma ha un carattere che definire pessimo è riduttivo. Violenta, irascibile e rissosa, è evitata da chiunque abbia avuto a che fare con lei.
I due scoprono in maniera abbastanza fortunosa di essere vicini di casa, e in maniera altrettanto casuale vengono a sapere che ognuno è innamorato dell’amico/a dell’altro: si accordano pertanto su un “patto di non belligeranza” al fine di portare alla meta ognuno dei due. Ci riusciranno? Cosa si nasconde dietro ai loro opposti ma compatibili caratteri? …e se nascesse altro?

Bisogna dire che sin dalla prima puntata si capisce come andrà a finire, e anche un paracarri capirebbe in linea di principio lo sviluppo della storia. Questo però non toglie nulla al come la stessa è stata meravigliosamente orchestrata: per buona parte della serie le luci della ribalta sono su Taiga e la sua cotta per Yuuske, mentre in seguito si lascia maggior spazio a Ryuuji e il suo debole per Minori. Ciò viene tuttavia sviluppato in maniera ottimamente amalgamata e senza definire precisi stacchi di trama che risultano artificiali: inoltre, in tutto il tempo in cui ciò accade si snoda la trama principale, che porta Ryuuji e Taiga agli sviluppi finali che concludono la serie.
La cosa più stupefacente, infatti, è che in un primo momento pare che ci si trovi davanti alla solita serie d’amore con inserti divertenti qui e là: in realtà, sotto le vicende che vengono narrate è sviluppato un’intera rete di interconnessione tra i vari personaggi che, alla resa dei conti, fa vedere quanto il lavoro sotto questo aspetto sia stato curato.
Va inoltre detto che la serie, per buona parte del suo sviluppo, è anche parecchio divertente: molte battute mi hanno fatto sganasciare non poco. Il finale è ovviamente più serio per permettere a tutte le trame in sospeso di concludersi degnamente, ed è tutto fuorché scontato: il risultato si conosce, ma le modalità sono semplicemente eccezionali.

Chiaramente, tutta quest’attenzione ai dettagli verrebbe sprecata se non ci fossero dei personaggi degni di sostenere la complessità e l’articolazione delle trame: anche in questo lato, tuttavia, Toradora lascia a bocca aperta.
I protagonisti sono infatti tra i migliori che mi sia mai capitato di vedere in una serie simile. Ryuuji è il fulcro di molte delle vicende sentimentali in ballo, ma per una volta ci sono anche dei motivi -contrariamente a quanto solitamente accade-. Egli è infatti un ottimo personaggio ed un’ottima persona: maturo quanto basta per prendersi cura della sua apparentemente svampita madre, pronto a correre per gli amici in difficoltà, di buon cuore e non stupido. È raro avere un protagonista così completo, che non sia un totale ritardato (tratto comune a quasi tutti i “desiderati” delle serie, che paiono non accorgersi di nulla).
Taiga regge il confronto, sebbene in principio appaia essere la solita tsundere: anche lei ha una vita che ne giustifica le azioni, ed essa viene ottimamente spiegata. Inizialmente può risultare antipatica, ma dopo aver iniziato a conoscere le sue vicende non si può che tenere i pugni per lei e per la sua felicità.

I coprotagonisti non sono da meno: Minori, Ami e Yuuske hanno dei ruoli un po’ minori ma sono splendidamente sviluppati. Hanno meno tempo sullo schermo e quindi non si scende in ogni minimo dettaglio delle loro vite, ma molto viene detto e molto viene fatto capire. Soprattutto Minori rivela un senso dell’amicizia fuori dal comune, che potrebbe parere molto fasullo ma che più volte ho visto accadere anche nella vita reale. Anche quando vengono rivelati sentimenti negativi, come rabbia o gelosia, essi vengono esternati in maniera logica e rispettando il carattere del personaggio.
Infine, i personaggi un po’ più “di contorno”, che hanno poco spazio, risultano comunque simpatici e si vede che hanno una vita. Non sono dei cartonati messi lì per far da spalla a delle battute, ma si interessano di altre vicende e hanno i loro interessi: capita più di una volta di vedere nelle retrovie una scena che si ricollega ad un’altra di qualche puntata prima, mostrando che anche all’esterno del campo della telecamera la situazione si evolve.
Menzione speciale per Yasuko, la madre di Ryuuji: per un bel pezzo pare una rintronata fatalona, ma rivela una forza d’animo spettacolare e secondo me è uno dei personaggi più commoventi della serie. Ha fatto le sue scelte nella vita, ne ha retto la responsabilità e non rinnega nulla del suo passato, vivendo a testa alta nonostante le difficoltà.

La grafica è davvero ottima, con dei disegni secondo me estremamente belli: qui e là c’è qualche tocco di CG ottimamente realizzato.
L’audio è forse l’unico punto un po’ meno brillante: entrambe le opening non mi son piaciute per nulla, e solo una delle due ending ha incontrato i miei gusti. Fatto personale, ovviamente, ma mi aspettavo qualcosa di meglio.

Insomma, che altro dire? Toradora ha spazzato via tutto ciò ch’io potessi pensare di una love comedy: non c’è un minuto per annoiarsi, non ci sono patetici discorsi triti e ritriti che tutti abbiamo sentito un miliardo di volte, non ci sono personaggi che vorremmo prendere a calci… tutto è stato organizzato in maniera spettacolare per portare varie storie sentimentali diverse tra loro ma unite da un generale sentimento di affetto verso i protagonisti, che imparano a gestire la loro vita da 17enni al meglio delle loro capacità.
Nel suo campo, non sono riuscito a trovargli un singolo difetto.

Voto: 10. Chi ama il genere non può farselo scappare, sarebbe un crimine; chi volesse abbordare una serie che parli d’amore in maniera non melensa, potrebbe iniziare da qui.

Consigliato a: chi vuol vedere sentimenti quasi veri; chi apprezza serie con personaggi ottimamente realizzati; chi vuol conoscere Inko-chan, il pappagallo storpio che non sa dire il suo nome ma sa dire mille altre parole casuali mentre sbava e sembra sul punto di svenire.

 

Millennium Actress 21 Giugno 2009

Archiviato in: Madhouse Studios — khorn3 @ 11:18
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Una caccia all’amore lunga un’intera vita:

Millennium Actress

Fujiwara Chioko è un’attrice in pensione, che fu una delle più amate nel Giappone degli anni ‘50. Ritirata ora a vita privata, viene nuovamente intervistata da Genya Tachibana, in occasione della chiusura degli studi dove lei aveva lavorato per tanti anni: dal racconto della sua vita, e dalle memorie che riaffiorano, compaiono molte cose mai sapute da nessuno. Quali sono le motivazioni che hanno spinto Chioko a diventare un’attrice in un primo momento, e ad abbandonare tutto in seguito?

La prima cosa che va detta di Millennium Actress è che ha un montaggio parecchio complesso. La storia si basa sui racconti della vita di Chioko, ma nel contempo si racconta molto di più: si altalenano le memorie con i film da lei interpretati, e con eventi storici di presunte vite precedenti. Tutto ciò, unito al fatto che Genya e il suo assistente interagiscono con l’ambiente man mano che il racconto prosegue, può sembrare inizialmente fuorviante: dopo una 20ina di minuti stavo cominciando a spazientirmi, credendo di trovarmi davanti ad una storia con buchi di trama ed inconsistenze di continuity.
È solo quando si arriva alla seconda parte del film che le cose iniziano ad andare al loro posto: si capisce che non si sta parlando di ricordi O di film O di passato, ma di tutti e tre insieme.
La trama si svolge infatti attraverso i film ma anche attraverso gli anni, e quando si riesce a vedere l’ottica del racconto una simile completezza apporta molto più pathos alle situazioni, dato che ogni scena ha ben tre significati.
Il finale abbastanza inaspettato porta inoltre ad una conclusione parecchio emozionante, azzeccatissima.

I personaggi sono pochi: Genya e il suo assistente inizialmente risultano quasi fastidiosi nella scena generale, ma quando anche loro riescono a trovare una ragion d’essere all’interno della storia la loro presenza (o perlomeno quella di Genya) risulta più giustificata: alla fine ci si ritrova ad aver seguito anche una sottotrama che coinvolge il regista, e la stessa è sorprendentemente graziosa.
La protagonista è sicuramente Chioko: il suo disperato rincorrere un amore sconosciuto attraverso le nazioni, gli anni e le ere porta molto sentimento nella storia, che si dimostra infatti emotivamente molto carica, man mano che la trama prosegue. Lo svolgimento della sua intera vita viene qui messo sotto i riflettori, e la logica non abbandona mai le sue azioni. Fa le cose con un perché, e dimostra una forza d’animo non comune. Ottimo personaggio.

I disegni sono belli, ricordando quasi lo stile dello Studio Ghibli: chi apprezza quelli, apprezzerà anche questo.
L’audio è abbastanza anonimo: ci sono un paio di melodie gradevoli, ma nel complesso il sonoro ha un ruolo abbastanza ininfluente.

Insomma, cosa rimane dopo aver visto Millennium Actress? Sicuramente l’impressione di aver visto un ottimo lavoro che affronta i sentimenti senza cadere nella banalità, e che tocca seppur di sfuggita molti diversi aspetti della vita, dei sogni e delle speranze che ognuno può avere. La prima parte risulta a mio parere poco cristallina, poiché non è facile inserirsi in una struttura narrativa parecchio complessa: quando si comincia a capire cosa accade, il tutto migliora di moltissimo.

Voto: 8,5. Non vado più in alto solo perché la parte iniziale entra con difficoltà: la qualità del prodotto è tuttavia fuori discussione.

Consigliato a: chi ama le storie sentimenali o d’amore, ma non vuole le solite pataccate melense; chi vuol personaggi sostanzioni e interessanti; chi ammira la gente che ha la pazienza di perseguire un obiettivo per l’intera vita… e oltre.

 

Fruits Basket 2 Maggio 2009

Archiviato in: Studio DEEN — khorn3 @ 04:41
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Una storia sulla vita e sul modo di vederla positiva.

Fruits Basket

Honda Tohru è una ragazza alla quale la fortuna ha decisamente voltato le spalle: orfana di padre sin dalla nascita, ha appena perso sua madre in un incidente stradale. Il nonno dal quale doveva andare a vivere sta riattando la casa e non ha posto per lei; non può però chiedere alle sue amiche, perché non hanno spazio per poterla far stare. Si ritrova pertanto ad andare a scuola, lavorare per pagarsi il necessario e dormire in una tenda nel bosco, perché è l’unica soluzione che ha trovato!
Un mattino, andando a scuola, incrocia una casa nel bosco: chiacchiera con il proprietario e scopre così che è la casa dove abita il ragazzo più bello della scuola. Quando i padroni di casa scoprono che Tohru abita in una tenda accettano di tenerla in casa: viene tuttavia subito svelato il segreto della famiglia Souma, che è stata maledetta dagli spiriti dei dodici segni zodiacali cinesi (più il gatto). La protagonista inizia pertanto a vivere in questa strampalata famiglia, con i relativi risvolti comici e tragici che l’inusualità della situazione prevede!

Di primo impatto, Fruits Basket mi aveva fatto una pessima impressione. Sigla iniziale tanto dolce da far venire la carie, una protagonista positiva nonostante la sfiga si sia accanita con perseveranza, il classico triangolo amoroso che pare instaurarsi fin da subito.
Fortunatamente non ho dato retta a tali segnali negativi e ho proseguito nella visione, scoprendo che sotto l’aspetto di anime banale c’è in realtà molto di più. I personaggi inizialmente paiono parecchio stereotipati e legati all’animale che rappresentano in carattere, forze e debolezze, ma con il passare del tempo e degli avvenimenti le personalità si sviluppano e si intersecano creando dei legami ben congegnati. Anche all’esterno della famiglia i personaggi sono interessanti: le amiche di Tohru nel tempo si mostrano più che semplici inserti comici della storia, e soprattutto Saki ha una crescita non indifferente.
Parlando di sviluppo, i protagonisti fanno un buon percorso di maturazione durante le puntate. Non è nulla di eclatante e ci si evitano le classiche scene da “discorso illuminante che fa capire al personaggio come si sta al mondo”; è una transizione più fluida e dinamica, di cui quasi non ci si accorge se non pensando a come i personaggi erano qualche puntata prima, e notando a tal punto le differenze. Questo risulta molto piacevole perché crea un senso di realtà molto maggiore rispetto ad altre serie similari.
Ogni tanto Tohru può dare un po’ ai nervi con la sua infinita pazienza e gentilezza a tutti i costi, però è lei a fare da catalizzatore per tutti li avvenimenti che la circondano, e quindi la sua presenza è necessaria.

Il tono di Fruits Basket è sempre tenuto abbastanza allegro, con battute e sketch generalmente ben riusciti. La crudeltà di Shigure con l’editrice, le uscite totalmente becere di Ayame o le innominabili torture di Saki forniscono materiale sul quale ridere di gusto, e anche quando si parla di temi seri o tristi raramente l’allegria viene a mancare. Nelle puntate finali la serietà ha un deciso aumento, come immancabilmente capita in anime di questo genere; devo però ammettere di essere rimasto sorpreso dalle motivazioni della serietà, e si è riusciti ad evitare le banalità che rischiavano di affacciarsi. La serie termina in maniera soddisfacente anche se non conclude la storia (l’anime è stato fatto nel 2001, il manga è terminato nel 2006).

Il disegno è gradevole, ma l’animazione è parecchio carente: penso che su di essa abbiano lavorato parecchio al risparmio. Anche le musiche non sono nulla di che, e personalmente non ho gradito opening ed ending che con il loro tono mieloso e zuccheroso danno un’impressione errata della serie che presentano.

Insomma, Fruits Basket è una storia che parla di buoni sentimenti che non si limitano all’amore, tutt’altro: amicizia, fiducia e affetto sono colonne portanti della serie. Riesce nella difficile impresa di non risultare noioso e scontato, avendo solo un paio di puntate più deboli che però non disturbano il tranquillo ma costante passo che l’anime mantiene.

Voto: 8,5. Se volete fare il pieno di good vibes, questo potrebbe fare per voi.

Consigliato a: chi cerca storie di sentimenti senza impegolarsi in storie d’amore; chi desidera una protagonista che lasci molto spazio anche ai comprimari che l’accompagnano; chi si chiede dove si dovrebbero infilare gli elettrodi con cui Saki minaccia i suoi nemici.

 

Kannagi 27 Aprile 2009

Archiviato in: A-1 Pictures, Inc. — khorn3 @ 09:46
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Se una Dea curiosa e un po’rintronata si materializzasse da una vostra scultura, come reagireste?

Kannagi

Jin è un giovane liceale che segue il club dell’arte. Per un’esposizione crea la scultura di una donna, che lui incontrò in un tempio quando era bambino: inspiegabilmente, da tale statua esce di botto una giovane ragazza che senza mezzi termini afferma di essere una Dea! Jin viene pertanto “arruolato” come aiuto per Nagi per ripristinare il suo antico potere. Ci sono però dei problemi più immediati: come spiegare agli amici l’improvvisa comparsa di un’avvenente fanciulla a casa sua? Come nascondere la sua presunta divinità? Come gestire i sentimenti delle varie persone che rimangono coinvolte nella vicenda?

Kannagi si presenta subito per ciò che è: una commedia sentimentale. Punta tuttavia molto più sulla commedia che non sulla parte amorosa: un po’ come Ouran, fino alle ultime puntate l’amore è messo in seconda fila, subissato da una valanga di risate incontrollabili.
Il punto forte di questa serie è infatti la comicità: era un pezzo che non incontravo delle battute originali: qui, nonostante le condizioni di partenza siano quanto di più cliché esista nel mondo degli anime, moltissime delle solite gag vengono evitate per puntare su un umorismo rinfrescante e genuino. Non si scade mai nella volgarità e le situazioni di totale comicità sono moltissime, soprattutto agli inizi: si riconosce la mano dell’autore, che è lo stesso che ha diretto le prime quattro puntate di Lucky Star. Inoltre, qui e là ogni tanto si vede che i personaggi sono consci del fatto di essere in un anime. Questo viene usato poco (è una gag che invecchia velocemente), ma in quei pochi momenti sono battute ben piazzate. Spettacolari infine gli attimi di mutismo da parte dei protagonisti, quando accade qualcosa di totalmente assurdo: la sola attesa della reazioni bastava a farmi iniziare a ridacchiare con aspettativa.

I personaggi sono estremamente piacevoli: anche loro sono inizialmente molto comuni, ma non si comportano proprio come quelli in tutti gli altri anime. Ovviamente ci sono alcune dinamiche che non possono essere evitate, ma varie situazioni di incomprensione vengono evitate, risparmiando allo spettatore le classiche scenette per nulla divertenti e mortalmente ripetitive.
Anche i comprimari sono ben realizzati, e portano un valore aggiunto alle situazioni di divertimento: le loro personalità non vengono esaminate con le usualmente inevitabili puntate dedicate, ma si svelano man mano tramite dettagli e situazioni che si presentano.

Volendo trovare un punto debole nella serie, ci si potrebbe rivolgere alla trama. Di per sé da una serie del genere non ci si aspetterebbe nessuna storia (ad esempio, Seto no Hanayome fa ridere tantissimo anche senza alcuna trama oltre all’imput iniziale),ma in questo caso pare quasi che gli autori volessero far entrare elementi aggiuntivi per forza, salvo poi dimenticarsene in corso d’opera. Inizialmente Nagi non riconosce la tecnologia, poiché è stata assente dal mondo per molti anni: questo viene però dimenticato nel giro di dieci minuti. In seguito, si fa un gran parlare del padre di Jin: due puntate dopo la questione viene accantonata. Successivamente tocca alla missione di distruggere gli spiriti cattivi: rimane in auge per una puntata, poi svanisce per fare una veloce ricomparsa nel finale, senza però alcun’importanza.
Sembra quindi che abbiano continuato a dire “dai, mettiamoci dentro qualche altro dettaglio!”, ma che poi abbiano scoperto che la storia andava bene così com’era e abbiano sperato che gli spettatori se ne dimenticassero. In effetti sul momento funziona – non si sente la mancanza di tali dettagli mentre si segue la serie -, però a posteriori ci si rende conto che molte cose sono andate perdute in corso d’opera.
Infine, sebbene una virata verso la serietà verso la fine era prevedibile, in questo caso la cosa è stata forse troppo netta: si passa dalla totale ilarità di cui si parlava prima ad una serietà e pesantezza notevoli. Le due parti, separatamente, sono di buona qualità; si mischiano però maluccio, e personalmente avrei preferito la parte finale in tono con lo stile spensierato e ridanciano del resto della serie.

Il disegno è estremamente bello e fluido: le espressioni sono fenomenali, e sia nei momenti divertenti che in quelli seri convogliano perfettamente l’emozione che intendono esprimere.
Anche le musiche sono molto curate, con un’opening scoppiettante come la serie e un’ending calma e rilassante. Gradite molto.

Insomma, Kannagi è sicuramente un ottimo lavoro: il 2008 è stato un anno avaro di buone produzioni, ma questa spicca su molte altre per originalità e realizzazione. Non fatevi intimorire dall’apparente banalità della trama: qui c’è da ridere parecchio, se avete un umorismo simile al mio.
Spero solo che non ne facciano una seconda serie: il termine fa pensare che sia già pensata, ma rischierebbe di scivolare palesemente nel tragico amorepuccipucci, e sarebbe un vero peccato.

Voto: 8,5. I buchi di trama e lo scivolone finale si fanno sentire un po’, ma chi ama le commedie d’amore che non siano tutte sospiri e bacetti questo è uno spettacolo.

Consigliato a: chi cerca risate e qualche sentimento, senza però doversi sorbire qualche mielosa seriaccia; chi vuole ridere delle disgrazie di un pover’uomo in balìa degli eventi; chi vuol sapere se anche gli Dei vanno in bagno.

 

ef – A Tale of Melodies 20 Aprile 2009

Archiviato in: SHAFT — khorn3 @ 10:00
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Resci a sentirla? È la melodia della verità.

ef – A Tale of Melodies

Questo è il sequel di ef – A Tale of Memories. I personaggi presenti sono gli stessi, ma i protagonisti nella prima serie diventano solo comparse qui, e quelli che prima erano solo nel retroscena prendono il ruolo dei protagonisti. Si seguono di nuovo due vicende separate, anche se debolmente correlate. da una parte vediamo Yuu e Yuuko una 15ina d’anni fa: si reincontrano dopo anni di separazione, dato che erano stati insieme in orfanotrofio, e lei pare tornare alla carica con i suoi sentimenti: lui però ha un oscuro passato che gli impedisce di comportarsi come realmente vorrebbe, e col tempo si scopre che anche lei ha i suoi fantasmi da combattere.
La seconda storia, che avviene poco dopo le vicende della prima serie, narra del complicato rapporto tra Kuze e Mizuki: si scopre praticamente subito che lui ha una malattia incurabile che lo porterà alla tomba, e pertanto tenta di distaccarsi da tutti. Mizuki gli dichiara però il suo amore, scatenando reazioni e pensieri che nessuno dei due avrebbe mai pensato.

Lo dico subito: chi cerca la meraviglia narrativa ed emotiva della prima serie rimarrà deluso. Il taglio delle storie è diverso: è molto più tragico, disperato, angoscioso; soprattutto nella storia di Yuu/Yuuko sussistono dei personaggi estremamente negativi che ammorbano l’aria con la loro mera esistenza. La qualità e l’originalità delle storie, inoltre, è decisamente minore: uno dei punti forti della prima serie è sicuramente l’inusualità delle situazioni (perlomeno nella storia Renji/Chihiro). In questo caso ci si trova spesso intrappolati in un discorso di sensi di colpa mix desiderio di protezione mix incomprensione dei propri sentimenti, cosa che si trova praticamente in ogni serie.
Sia ben chiaro: questo non porta le storie ad essere brutte. Sono comunque godibili -perlomeno, per chi ha voglia di deprimersi un po’- e intrattengono, portando comunque alcuni momenti di emozione. A me è tuttavia parso che ogni tanto si perdessero in discorsi sacrosanti, ma tirati un po’ per le lunghe.

I personaggi, come detto, sono gli stessi della prima serie. Passando da comparse a protagonisti, però, il loro carattere va formato in maniera molto più dettagliata. Il lavoro viene fatto in maniera abbastanza accurata, e gli ora protagonisti riescono a reggere la trama: essendo tuttavia essa un pochino banalotta, anche loro non brillano per originalità – e alcuni, una volta o due, sarebbero da prendere a calci. Va inoltre detta una cosa: i personaggi della prima serie erano confrontati con una serie impressionante di sfighe dalla quale tentavano con tutte le loro forze di liberarsi, per combattere la malasorte o i loro dubbi personali, creando dunque un ambiente di speranza e di tenacia. In questa serie, invece, buona parte dei problemi è creata dai personaggi stessi: sorvolando quelli volutamente super-negativi (che spargono bad karma su mezza serie), anche gli altri ci si mettono d’impegno nel complicarsi la vita! Questo è un peccato, perché con tanto impegno costruiscono qualcosa e poi con i loro stessi stupidi errori fanno crollare tutto, rendendo vane mille fatiche.

Il disegno è meraviglioso. La qualità e la fluidità dei movimenti è notevolissima, e i giochi di colore qui prendono una parte preponderante. Anche le musiche sono meravigliose: opening ed ending sono ben fatte, e il tocco di classe è fatto da una BGM composta quasi unicamente da pianoforte e violino, delicati e adattissimi. Davvero un lavoro con i fiocchi.

Insomma, questa seconda serie è un fallimento? Se presa come serie stand-alone, no. Ci sono dei buoni elementi, narra comunque due storie di sentimento e sofferenza in maniera egregia, ha momenti carichi di pathos e si lascia godere.
ef – A Tale of Melodies, purtroppo, deve vivere nell’ombra del suo predecessore, e da questo scontro ne esce con le ossa completamente rotte: la sua involontaria colpa è di aver cercato di replicare una formula che funziona solo una volta, e la seconda volta da solo l’impressione di déjà-vu.

Voto: 8. Chi ama le storie tragiche può anche dargli di più: io non ne sono un grande fan, e le grandi aspettative date dalla prima serie hanno probabilmente condizionato la visione. Mezzo punto, inoltre, è unicamente per la spettacolare realizzazione tecnica.

Consigliato a: chi non ha paura di veder soffrire i personaggi; chi cerca lo stile SHAFT il più possibile; chi vuol scoprire chi diavolo era la ragazza con i lunghi capelli blu e il cappello della prima serie.

 

Macross Frontier 27 Marzo 2009

Archiviato in: Satelight — khorn3 @ 06:46
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Come direbbe qualcuno… verso l’infinito, e oltre!

Macross Frontier

La serie di Macross nasce nel 1982, e si compone di molti capitoli diversi: per poter apprezzare appieno la serie creata per i 25 anni di esistenza, un po’ di background sulla serie iniziale può risultare molto utile.

Nell’originale, ci si trovava nel 1999: Durante la terza guerra mondiale un’astronave aliena cadeva sulla terra; gli umani misero da parte le loro differenze e, tramite reverse tecnology, impararono i segreti del movimento a velocità superiori alla luce insieme a tanti altri segreti per il viaggio spaziale. Quando l’astronave era pronta per partire, tuttavia, si presentarono gli originali proprietari per riprendersela… facile immaginare cosa successe poi. Durante la sanguinosa guerra tra umani e Zendradi (gli alieni, che corrispondono a degli umani giganti) si venne a scoprire che entrambe le razze nascevano dalla stessa protocultura, che regnava nell’universo mezzo milione di anni fa; si riuscì a scoprire inoltre che uno degli unici modi di comunicazione con essi era la musica e il canto, internazionale attraverso le galassie.
Lynn Minmay, un’idol finita in maniera rocambolesca a bordo della nave, divenne pertanto un punto focale della riappacificazione delle due razze, diventando l’eroina che salvò l’intera umanità e lanciò la nostra stirpe a cercare nuove case nello spazio.

In Macross Frontier, ci troviamo ora nel 2059: seguiamo una delle navi che sono partite dalla terra al seguito della prima serie: la Frontier, per l’appunto. La storia inizia con Ranka, una ragazzina qualsiasi, che tenta di andare a vedere il concerto di Sheryl Nome, un’idol che si trova sulla colonia per il suo tour. Dopo averla incontrata piuttosto per caso, e aver potuto parlare con lei, anche Ranka decide di seguire la strada del canto per realizzare i suoi sogni; purtroppo, il loro viaggio è disturbato dall’improvviso attacco di una razza aliena insettiforme, i Vajra, che senza motivo apparente iniziano a colpire senza sosta la colonia, minacciandone la sopravvivenza stessa. Come faranno a difendersi? A cosa è dovuta tale insistenza, dopo 40 anni di pace e tranquillità? Il vero pericolo sono solo i Vajra, oppure c’è dell’altro che sta tramando alle spalle dei poveri abitanti di Frontier? E cosa si nasconde nel passato di Ranka, talmente orribile da esser stato dimenticato da lei stessa?

Questa serie offre ciò che ci si può aspettare da Macross: combattimenti tra nemici e astronavi/robottoni, musica e un triangolo amoroso.
La trama in sé inizialmente viene quasi del tutto ignorata, dando ampio spazio allo sviluppo delle relazioni tra i tre protagonisti (Ranka, Sheryl e il fortunato ma stupido Alto). Questo porta ad avere quasi una storia da Harmony piuttosto che una storia di fantascienza: questo non è un problema per chi ama il genere, ma anche in quel campo le banalità e le situazioni-cliché si sprecano.
Passata la prima dozzina di puntate, invece, la situazione si cristallizza e viene inserita la trama vera e propria, che è di qualità altalenante: alcune parti sono simpatiche (soprattutto nelle ultime puntate, alcune rivelazioni e alcuni avvenimenti lasciano di stucco – senza contare le rivelazioni finali, secondo me brillanti), mentre altre sono un po’ traballanti (l’intero agire dei “cattivi” mi ha lasciato un tantinello perplesso). In ogni caso la storia si lascia guardare senza problemi, anche se pure nella seconda parte c’è imho qualche lentezza di troppo.
Il tono dell’anime è serio, anche se nelle parti iniziali ed intermedie spesso ci sono piccoli intermezzi comici a sollevare l’ambiente: non si arriva ad avere un’atmosfera di tragedia e di disperazione, ma comunque più avanti nella serie le battute spariscono per lasciare spazio ad altro.

I personaggi, in questa serie, creano l’ossatura della storia molto più che in altri lavori simili. Per quanto essi siano abbastanza tipici (la ragazzina piena di volontà e speranze, la star che si confronta con i suoi problemi, il figo di turno stupido come un lampione,…) mi sono risultati parecchio simpatici, e questo è importante: le loro problematiche risultano più vicine in tal modo, e ci si preoccupa per la loro sorte. Questo aiuta anche ad interessarsi alla trama in sé, dato che è strettamente correlata a loro, e da una mano nelle parti in cui essa, come sopra detto, è meno brillante.
In ogni caso, è tutto un fiorir d’amore: non è una storia tutta amoreamorepuccipucci, per nulla, ma quasi ogni personaggio coinvolto -anche quelli minori o con poca rilevanza con la storia- rimane invischiato a modo suo in un intreccio amoroso di variabile entità.

Sulla parte artistica ci sono un paio di parole più del solito da spendere.
La parte grafica è in parte mediocre e in parte eccellente: l’animazione dei personaggi lascia talvolta parecchio a desiderare, mentre le parte in CG e i combattimenti hanno un’animazione e un disegno davvero superbi. L’unico problema dei combattimenti è che sono talmente caotici che risultano confusionari, e ci si ritrova a vedere le scie dei missili che riempiono lo schermo senza nemmeno capire cosa essi stiano seguendo… ciononostante, parecchie immagini rimangono mozzafiato e di eccellente fattura.
La musica è, sia per qualità che per trama, un punto focale di Macross Frontier. Forse i realizzatori non avranno creato i personaggi o la storia migliori del mondo, ma sulla parte sonora non c’è nulla da poter recriminare: la qualità delle canzoni è altissima. Gli amanti del Jpop saranno in visibilio, così come gli amanti del Rock possono amare Nana o quelli del metallo possono amare Detroit Metal City: per quanto generalmente non sia un tipo di musica che vado a ricercare, molte delle canzoni mi sono rimaste in mente poiché davvero splendide. Sono anche andati oltre: i concerti creati sono ottimi, e quando si combinano con le battaglie sopra citate il risultato è spettacolare. L’eccellenza definitiva viene raggiunta quando le canzoni di Ranka e di Sheryl vengono combinate in un riuscitissimo remix… davvero un’opera degna di nota, che giustificherebbe di per sé la visione di questa serie.

Insomma, come valutare Macross Frontier? È difficile, perché ha tante cose riuscite e tante che invece lasciano a desiderare. È sicuramente un lavoro che porta con onore sulle sue spalle i 25 anni di tradizione Macross, con i relativi pregi e difetti.

Voto: 7,5. Per me un po’ lentino e un po’ troppo invischiato in triangoli amorosi: con gusti diversi, probabilmente può piacere anche di più.

Consigliato a: chi è un fan della serie Macross; chi adora la J-pop; chi vuole vedere il cellulare più bello che sia mai stato immaginato.

 

Eureka Seven 24 Marzo 2009

Archiviato in: BONES — khorn3 @ 10:57
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Il colosso che la BONES ha sfornato nel 2005:

Eureka Seven

In un indefinito futuro, Renton è un ragazzo 14enne: non ha mai conosciuto suo padre, ma sa che egli fu l’eroe che salvò l’intero pianeta dalla distruzione. In una cittadina senza interessi ed avvenimenti, la sua unica passione è cavalcare le onde del Trapar, un’energia invisibile che riempie il cielo, con la sua tavola da “surf”.
La sua vita continua tranquillamente fino a quando, un giorno, un robottone appartenente ad una banda di ribelli da lui ammirati non gli piomba davanti a casa. Da esso esce Eureka, una misteriosa ragazza dallo sguardo magnetico, che dimostra subito interesse in Renton: egli decide pertanto di seguire Eureka e il gruppo Gekko State nelle loro avventure intorno al mondo. La vita fuori dal suo paesello è tuttavia molto più complessa e meno piacevole di quanto lui avesse immaginato, e ben presto si ritrova pieno di dubbi e paure… ma non è l’unico. Come riuscirà a proteggere i suoi cari? Riuscirà a svelare i misteri che man mano si mostrano dinnanzi a lui? Cosa è il Trapar, come fanno i robottoni a surfare nel cielo, cosa si nasconde dietro a tutto ciò?

Di questa serie da cinquanta puntate, devo ammettere, la prima decina mi aveva scoraggiato. Dopo gli avvenimenti iniziali la partenza è lenta e poco interessante. Si capisce che ciò è fatto per presentare le particolarità dei vari personaggi, ma ciò non può venir fatto con delle storie poco interessanti…
Per fortuna, tuttavia, ho dato retta a chi mi aveva consigliato questa serie e ho continuato: dopo tale iniziale mancanza, la storia decolla in maniera sempre più intrigante. Ogni puntata pare iniziare come un filler, ma si rivela invece interessante e porta elementi nuovi all’ambientazione che diventa sempre più completa, intrigante, misteriosa e complessa: entro metà serie c’è una valangata di carne sul fuoco, e la trama si fa via via più interessante. Lo svolgimento della storia principale rimane sempre abbastanza lento, poiché molte altre cose entrano in linea di conto: questo non fa però perdere interesse nei misteri che via via si moltiplicano.
Purtroppo verso la fine c’è un nuovo eccessivo rallentamento del passo, sebbene non marcato come all’inizio: nel corso dell’avvicinamento al climax finale, tuttavia, avrebbero potuto utilizzare un passo un po’ più spedito per mantenere alta la tensione.

La storia in sé, come detto, è ottimamente realizzata (sorvolando sui problemi sopraccitati di lentezza qui e là): ha alcune battute qui e là ed alcune puntate dall’anima un po’ più leggera, ma principalmente è un anime dal tono decisamente serio – e talvolta anche abbastanza crudo. Di per sé, vedendola a posteriori, la trama utilizza i soliti argomenti: il primo grande amore, la protezione dei propri cari, la salvezza del mondo. La grande differenza in questo caso non è in cosa si racconta, ma in come lo si fa: in Eureka Seven sono riusciti a rendere interessante anche il banale grazie al fatto che si inizia senza alcuna spiegazione, e si scopre tutto in corso d’opera. Questo mistero all’inizio è spiazzante, ma non porta il fastidioso sentimento del “non capisco che BIIIP succede”, bensì conduce al “voglio saperne di più!”, che è ciò che dovrebbe sempre accadere. Forse alcuni misteri vengono tenuti un po’ tanto a lungo (sentir nominata una persona da puntata 1 a puntata 37 senza mai saperne niente di più è un po’ fastidioso…), ma sono casi isolati.
Questo, secondo mio parere, è soprattutto possibile in casi come questo, dove l’anime nasce spontaneamente e non come adattamento da un manga: tali due forme d’arte necessitano tempi e modalità di narrazione diverse, e purtroppo la conversione è molto difficile da fare mantenendo intatte le intenzioni iniziali.

Sui personaggi ci sarebbe molto da dire: in 50 puntate c’è molto tempo per vederli in azione, e quindi ognuno ha una sua storia personale.
In linea di massima, ogni personaggio importante ottiene, in proporzione alla sua rilevanza nella storia, un’evoluzione personale. Guardando il punto dal quale partono e vedendo la situazione in cui terminano, si vede che i cambiamenti sono importanti, adeguati e ben fatti: bisogna tuttavia dire che ogni tanto alcuni sviluppi lasciano un po’ perplessi, e soprattutto nella prima parte della serie in più situazioni si vorrebbe prendere a calci con violenza e furia alcuni elementi (principalmente Renton e Holland). Una volta che essi riescono a sconfiggere i loro principali demoni, tuttavia, una nuova strada si apre dinnanzi a loro e riescono a mostrare il loro meglio.
La storia d’amore tra Renton ed Eureka, che inizia sin da puntata 1, è il filo conduttore di buona parte della serie: questo non trasforma Eureka Seven in un anime amorepuccipucci, e dopo gli iniziali discorsi (i quali fanno nascere il desiderio di prendere a calci Renton di cui parlavo prima) si sviluppa in maniera abbastanza solida – contando comunque che i protagonisti sono degli adolescenti.

Dal punto di vista artistico, sono impressionato. Il disegno dei personaggi è molto buono (pensavo fosse del 2007-2008, non del 2005!), ma l’eccellenza viene raggiunta nei tanti coreograficissimi combattimenti aerei: quando entrano in campo gli LFO, ci si può gustare delle battaglie estremamente dinamiche e avvincenti. Inoltre, nonstante la serie sia di taglio principalmente militaresco, lo schermo non è pieno unicamente di grigioverde: viene fatto grande uso di colori, che colpisce ancor più lo spettatore.
La musica non è da meno: le varie opening ed ending sono di primissima qualità, e la maggior parte risulterebbe orecchiabilissima anche in radio.

Insomma, sono rimasto abbastanza colpito da quello che ritengo ad oggi uno dei lavori più grossi della BONES: non è perfetto, ci sono dei cali di ritmo che potrebbero scoraggiare i meno pazienti ed inizialmente sembra di essere in un mondo governato da leggi fisiche stupide e buffi robot che surfano nel cielo: ci vuole un po’ di costanza per arrivare al vero succo della questione. Non è un anime mostruosamente innovativo o rivoluzionario: fa quello che fanno gli altri, ma lo fa al massimo delle sue possibilità.

Voto: 8,5. Se avessero limato un po’ di tempi morti all’inizio e alla fine, avrebbe potuto essere anche più in alto: è comunque una storia degna d’essere ascoltata.

Consigliato a: chi ama robottoni un po’ inusuali (inizialmente… dopo diventano MOLTO inusuali); chi apprezza delle storie d’amore travagliate ma sincere; chi vuol conoscere l’animale da compagnia col più alto peso specifico esistente.

 

Final Approach 14 Marzo 2009

Archiviato in: ZEXCS — khorn3 @ 12:12
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Ogni tanto le paure, per fortuna, non diventano realtà:

Final Approach

Il Giappone è oramai ad un declino demografico, a causa della carenza di nuove nascite: il governo, per porre rimedio al problema, ha deciso di promuovere un programma di matrimoni organizzati. È in tal modo che, in maniera piuttosto irruenta, Shizuka entra nella vita di Ryo, dichiarandosi da subito sua promessa sposa e installandosi in pianta stabile nella casa di quest’utlimo e della di lui sorella.
Inutile dire che Ryo non è affatto contento della situazione, e tenta di scacciare Shizuka in ogni modo! Ma riuscirà nel suo intento, o i piani di matrimonio di costei riusciranno ad andare a buon fine? Come mai ella è così adamantina nel voler stare con Ryo?

Sin dall’inizio, si capisce senza ombra di dubbio che si tratta di un harem anime tratto da una visual novel, e con questa base mi aspettavo il peggio del peggio, con banalità senza fine: per fortuna sono rimasto parzialmente smentito. Se infatti alcuni elementi standard sono forzatamente presenti (primo da tutti la totale idiozia del protagonista maschile, che rifugge una donna bellissima che fa tutto per lui), molti teatrini triti e ritriti ci sono risparmiati. I personaggi che seguono il nostro protagonista hanno un motivo per farlo (e non lo amano “tanto per”); non ci sono tutte quelle patetiche incomprensioni che permeano i lavori di bassa qualità, fatti solo per strappare qualche lacrima ai personaggi; il finale, sebbene prevedibile come il panettone a Natale, ha comunque un certo pathos – non ci si sente così legati ai personaggi da rimanerne troppo colpiti (in fin dei conti abbiamo solo 13 puntate da 10 minuti a disposizione), ma comunque si percepisce una certa carica emotiva.

I disegni, per essere del 2004, sono relativamente carenti a parte in un aspetto: le ragazze. Essendo infatti tratto da una visual novel, a questo aspetto è stata data la massima cura.
Il sonoro è abbastanza anonimo sia in opening/ending, che in BGM.

Insomma: non è che Final Approach sia un capolavoro o un anime da iscrivere negli annali storici della storia dell’animazione. I personaggi, sebbene ben fatti, non sono particolarmente profondi; la comicità è abbastanza terre-à-terre (anche se ha alcune punte di qualità, come lo scontro Shizuka-Haru); la gente sullo schermo si comporta in buona parte nella maniera che ci si aspetterebbe da loro. Per essere tuttavia un lavoretto piccolino e tra i primissimi anime creati dalla ZEXCS, è stato fatto un lavoro più che accettabile.

Voto: 7. Per chi piacciono gli harem anime, un’occhiata è più che legittima – troveranno un lavoro migliore di mille altre schifezze. Per gli altri, se avete un paio d’ore da impiegare e proprio non sapete cosa fare…

Consigliato a: chi apprezza il genere; chi sa che dalle visual novel ogni tanto si può trarre qualcosa di accettabile; chi vuole sentire come si pronuncia il “to be continued” in giapponese, che vediamo alla fine delle puntate degli anime sin dalla nostra più tenera infanzia.

 

REC 10 Marzo 2009

Archiviato in: SHAFT — khorn3 @ 12:03
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Ecco un esempio di meta-anime:

REC

Fumihiko è un anonimo impiegato 26enne, che lavora senza soddisfazioni in un’agenzia pubblicitaria. Un giorno invita una collega al cinema, ma viene bidonato: al momento di buttare i biglietti Aka, una strana ragazza, lo convince a guardare il film con lei. per sdebitarsi, Aka invita Fumihiko a bere qualcosa al fine di consolarsi: scoprono così di abitare vicino.
Durante la notte un incendio scoppia nel quartiere, e la casa di Aka viene distrutta nel fuoco: vedendola infreddolita e spaesata, Fumihiko le offre ospitalità. Inizia così una convivenza curiosa, ed una relazione non molto chiara ma parecchio destabilizzante per Fumihiko…

In questo breve anime (sono solo 10 puntate da 11 minuti) si assiste a tutta la crescita della relazione di cui sopra, dalla nascita rocambolesca alla finale affermazione: in vari momenti, tuttavia, i personaggi sarebbero stati da prendere a calci.
Va detto difatti che non è un anime pensato per bambini: per quanto non ci siano scene di sesso, violenza o volgarità, le tematiche toccate sono un po’ più adulte (v. sotto), e anche i personaggi hanno 20 e 26 anni, contrariamente all’età tipica di 15-16 anni delle altre serie.
Questo porta anche ad aspettarsi delle reazioni meno infantili dai personaggi: si capisce quasi subito che Fumihiko è un disilluso timido che con le donne non ci sa fare, ma certi comportamenti non si tengono nemmeno all’asilo… e lo stesso ogni tanto per Aka, che nega i propri sentimenti come l’ultima 13enne. Questo non rende la serie inguardabile, ma ogni tanto si fa sentire in maniera importante e rende i personaggi -per il resto ben fatti- un po’meno simpatici. Viene in ogni caso quasi sempre mantenuto un tono relativamente scanzonato, di modo da non rendere la visione opprimente o noiosa.

Come detto, REC è abbastanza inusuale anche per via delle tematiche toccate: anziché avere esami di scuola e primi amori sbocciati tra i banchi di scuola, in questo caso ci si deve confrontare con il mondo del lavoro e la concorrenza di altri uomini; l’incertezza del domani e la mancanza di soddisfazione nella propria vita è un punto importante; la sensazione del “sto lasciando andare un’occasione importante, e non so quante altre ne avrò” è percettibile in più momenti. Forse sono io che ho voluto leggere troppo dove in realtà c’è solo una storia sentimentale relativamente semplice, però mi è parso che gli autori abbiano tentato di dare alla stessa un aspetto un po’ più correlato al mondo degli adulti, e meno a quello classico dei ragazzini.

La grafica è di decente qualità e i personaggi sono disegnati bene, anche se non c’è nulla di spettacolare in tal senso; inoltre, nonostante sia prodotto dalla SHAFT, in questo anim ancora non c’è traccia dell’oramai caratteristico stile di disegno di tale casa produttrice.
Dal punto di vista dell’audio, le voci sono impressionanti. Questo è legato in buona parte al fatto che il lavoro di Aka sia quello di aspirante Seyuu (doppiatrice di anime/pubblicità/film stranieri): questo porta in primo luogo Kanako Sakai (la doppiatrice di Aka) a dover interpretare vari ruoli in un colpo solo, dovendo fare sia la voce dell’anime in sé che quella che il personaggio sta interpretando: tutt’altro che facile, e il risultato è di alta qualità.
In secondo luogo, il fatto che si parli dell’industria del doppiaggio porta indirettamente a vedere un po’ di “dietro le quinte”: si ha qualche scorcio su uno studio di registrazione, sul come viene fatto un casting, sul come paia strano un anime prima che tutte le voci e le musiche vengano inserite; si nota anche che in una puntata vengono registrate le voci mentre vien proiettato solo lo schizzo dell’anime che si sta doppiando, cosa che viene effettivamente fatta quando si è in ristrettezze di tempo.

Insomma, REC è una breve storia romantica che può scaldare il cuore a chi non si arrabbia se i personaggi ogni tanto sarebbero da picchiare: suggerirei tuttavia alle persone che hanno problemi con la soddisfazione della propria vita di tenersi lontani da questo anime, poiché potrebbero trovarlo un pochino deprimente, facendoli riflettere su cose che sarebbe meglio trascurare.

Voto: 7,5. Carino. Ha i suoi difetti, ma devo ammettere che la breve visione è stata piacevole.

Consigliato a: chi ha un paio d’ore da dedicare ai sentimenti; chi vuole scoprire di più del mondo del doppiaggio; chi vuol far caso al fatto che ogni puntata ha come titolo un film di Audrey Hepburn, eroina di Aka.