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Anime Reviews

Slam Dunk 2 Novembre 2009

Archiviato in: Toei Animation — khorn3 @ 09:21
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…101 puntate per narrare la rinascita di una squadra di basket.

Slam Dunk


Sakuragi Hanamichi è un bulletto da periferia al suo primo anno di liceo, che vanta nel precedente anno il ben poco invidiabile record di 50 delusioni amorose. Quando una bella ragazza gli corre incontro e lo invita dopo scuola a parlare con suo fratello per via della sua notevole altezza (188 cm), è al settimo cielo: che sia l’inizio della sua sognata storia d’amore?
Purtroppo per lui, in maniera molto traumatica -e comica- viene a scoprire che il fratello di Haruko, Akagi Takenori, è il capitano della squadra di basket che cerca nuovi giocatori per sollevare la sua carente squadra, e mirare a vincere nella sua ultima possibilità (Akagi è oramai al terzo anno, come il suo unico decente compagno di squadra Kogure) il campionato nazionale sebbene finora non sia mai andato oltre le eliminatorie regionali.
Sakuragi inizia a giocare soltanto per fare colpo su Haruko, ma con il passare del tempo, con il miglioramento degli allenamenti e con l’aggiunta di alcuni nuovi elementi alla squadra il suo interesse passa dall’aspetto puramente sentimentale a quello più agonistico, per poi arrivare al desiderio di miglioramento personale: fino a dove riuscirà ad arrivare la sorprendente squadra della Shohoku?

Come si può notare, la trama è decisamente semplice: un anime incentrato puramente su di uno sport ben raramente ha colpi di scena particolarmente intricati. Questa serie, composta dal faraonico numero di 101 puntate, inizia in maniera parecchio lenta: nelle prima decina di puntate il ritmo è davvero lento, e i personaggi non sembrano essere particolarmente simpatici.
Ma allora cosa ha fatto diventare Slam Dunk uno dei must per ogni vero appassionato di anime? In buona parte, la caratterizzazione dei personaggi e le partite vere e proprie.

Parlando di queste ultime, si nota infatti che il tono e il ritmo della serie si trasforma in maniera incredibile non appena la Shohoku entra nel campo contro un avversario. Le partite sono in gran parte estremamente avvincenti e con mille difficoltà e colpi di scena nel corso del gioco. Come d’abitudine negli anni ‘90 ogni partita è estremamente dettagliata, e qui forse si denota l’unico difetto di queste ultime: l’eccessiva lunghezza di alcuni scontri. Si arriva ad avere lo “scontro-climax” della durata di DICIASSETTE puntate (una partita è composta da due tempi di 20 minuti…), con OTTO puntate (cioé quasi tre ore) che riguardano gli ultimi 6 minuti! è generalmente bello assistere a degli scontri in cui ogni punto è frutto di tattica, sofferenza e cuore; quando però questo si dilata all’infinito la pesantezza un po’ si fa sentire.
A parte questo, tuttavia, in ogni puntata non aspettavo altro se non l’inizio di una partita, e le sezioni tra gli scontri (che non sono moltissime – il basket è estremamente presente, e non fa solo da contorno ad altre problematiche) fanno attendere con impazienza il prossimo contendente.

Inutile dire che le partite sarebbero noiose e banali se giocatori ed avversari non fossero di tutto rispetto. Iniziamo con la squadra protagonista, la Shohoku, e il suo strambo nuovo acquisto: Sakuragi. È un personaggio che è assieme geniale e fastidioso, lasciandomi sentimenti contrastanti quando penso a lui. Ha l’irritantissimo vizio di definirsi un genio assoluto in ogni cosa che fa, e questo circa 25 volte a puntata: questo è davvero snervante soprattutto nelle prime 40-45 puntate, quando egli è a tutti gli effetti un impedito totale sul campo da gioco. Quando inizia a giocare meglio la cosa si fa più sopportabile, soprattutto perché in alcune cose è davvero un talento naturale e la sua velocità d’apprendimento è impressionante: rimane in ogni caso noioso quando tenta di paragonarsi ad elementi chiaramente migliori di lui. Va tuttavia detto a sua discolpa che l’impegno che ad un certo punto inizia a mettere negli allenamenti è davvero segno di costanza e le sue qualità naturali sono innegabili, e quando la determinazione prende il posto della spacconaggine il suo personaggio diventa estremamente più gradevole.

Gli altri due elementi importanti della squadra sono il capitano Akagi e il super-asso, Rukawa Kaede: il primo è il vero e proprio pilone su cui la Shohoku ruota, ed in molti casi dimostra poderose qualità da leader nonostante in fin dei conti sia un giovincello (sebbene non lo sembri). Va inoltre detto che, quando i suoi sogni iniziano a realizzarsi, si inizia a tenere ancor di più alla sorte della squadra: si vede infatti un ragazzo con una portentosa determinazione, vessato per tre anni dalla cronica mancanza di una squadra decente, che all’ultimo vede la luce e gioca il tutto per tutto: davvero encomiabile.
Rukawa, invece, ha un carattere totalmente diverso: freddo e distaccato con tutti, si sbottona solo per insultare e mandare a quel paese Sakuragi (che, spesso, se lo merita). Il suo valore in campo è indubbio, e molte appassionanti rimonte ed azioni epiche sono dettate dal suo spaventoso bagaglio tecnico (mentre Akagi punta più sulla sua prestanza fisica, dato che è un armadio).

Gli altri due componenti della squadra, contrariamente ai primi tre, hanno un inserimento più laborioso nel team (soprattutto Miagi, un po’ meno Ryota) ma poi l’aspetto personale viene un po’ perso, rimanendo soprattutto due validi elementi per la costruzione delle appassionanti azioni di partita. Qui e là hanno le loro sfide personali, ma risultano messi un po’ in ombra dalle vicende di Sakuragi, Akagi e Rukawa.
Gli altri “gregari” hanno vari ruoli, e sono tutti personaggi molto gradevoli e che fanno bene il loro lavoro: menzione speciale per Kogure, e per il suo momento di gloria pienamente meritato.

Anche gli avversari non sono da meno: in ogni squadra che la Shohoku affronta ci sono elementi pericolosi, ma un paio rimangono presenti e diventano “nemici giurati” per i nostri protagonisti. Ad esempio Uozumi, Fukuda e soprattutto Sendo sono giocatori della Ryonan che fanno sputar sangue ai nostri eroi, senza tuttavia esser antipatici: infatti qui non ci sono nemici o cattivi, ma solo avversari in un sano spirito di sportività.

La grafica, a mio parere, è davvero notevolissima per essere un anime del 1993: sopratutto i giocatori in campo sono ottimamente disegnati (non è facile avere corpi in movimento così dinamici che rimangano proporzionati), e anche le scenette disegnate in super-deformed sono spesso esilaranti.
Anche l’audio è ben fatto, con le varie opening ed ending generalmente piacevoli (alcune più, altre meno).

Insomma, è giusto ritenere Slam Dunk un caposaldo dell’animazione nipponica degli anni ‘90? Sicuramente sì. Ha qualche difetto e la lunghezza della serie può scoraggiare, ma una sportività notevole mischiata ad ottimi personaggi ed un umorismo che non è originalissimo ma non stanca mai rendono sicuramente il lungo viaggio con questa curiosa ma potente squadra emozionante e piacevole. Dispiace solo che la storia si tronchi in maniera un po’ brusca, senza un finale definito.

Un’ultima osservazione: è anche simpatico vedere che le varie regole del basket vengono man mano introdotte e spiegate dal buffo Dr. T, che fa capire opportunità e problemi di varie tattiche d’attacco e difesa. Questo porta lo spettatore ad avvicinarsi anche allo sport in sé, ed è sempre una buona idea.

Voto: 8,5. Per il carattere di alcuni personaggi e per l’epicità di alcune sequenze sarei tentato a dar di più, ma bisogna riconoscere qualche difetto di ritmo e di carattere in alcuni personaggi che un po’ si fa sentire.

Consigliato a: chi ama gli anime sportivi; chi segue gli anime dove si impara ad apprezzare i personaggi; chi vuol vedere degli intervalli in mezzo alle puntate con un engrish notevole.

 

Ima, Soko ni Iru Boku 4 Ottobre 2009

Archiviato in: Anime International Company, Inc. — khorn3 @ 06:15
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…In alcune serie, la luce alla fine del tunnel semplicemente non c’è.

Ima, Soko ni Iru Boku

Shu è un ragazzo qualsiasi, che ha avuto una giornataccia perdendo malamente un incontro di kendo e vedendo la ragazza dei suoi sogni andare via con un altro. Tornando a casa vede, sul comignolo di una fabbrica abbandonata, una ragazza seduta che fissa il tramonto: decide pertanto di andare a farle compagnia.
D’improvviso, tuttavia, dal nulla compaiono delle specie di dragoni metallici che tentano di rapire la poveretta, che si chiama Lala Ru; Shu decide di tentare di proteggerla, con l’esito di venir teletrasportato insieme a tutti quanti i presenti in un mondo alternativo, dall’aspetto postapocalittico! Egli viene gettato in prigione ed in seguito arruolato come soldato nell’esercito del perfido e psicopatico re Hamdo, che punisce ogni minimo sgarro con la morte.
Riuscirà Shu a salvare Lala Ru dalle grinfie del malefico regnante? Ma chi è in realtà la misteriosa ragazza? E come si potrà fare a fermare la follìa distruttrice che sta falcidiando l’intero pianeta?

Nei primi minuti la serie pare una delle tante sulla crescita di un ragazzo, ma rapidamente si capisce che il tono è totalmente diverso: è infatti uno degli anime con meno speranza e positività che mi sia capitato di vedere, paragonabile probabilmente solo a Grave of the Fireflies (che tratta anche argomenti simili).
Si assiste infatti ad una micidiale guerra, che però si differenzia da molte altre che vengono rappresentate solitamente: in questo caso è una guerra di pezzenti che uccidono altri pezzenti con la speranza che prima o poi il tutto finisca. Una guerra tra poveri e tra disperati, comandati da qualcuno che si disinteressa totalmente alle loro vite.
Non viene rispettato alcun diritto umano, non c’è pietà, non c’è salvezza: per rifornire i ranghi che si assottigliano a seguito delle battaglie i soldati sono obbligati a razziare altri villaggi, uccidere gli uomini (potrebbero ribellarsi) e prendere bambini, ragazzi e donne. I giovani diventeranno nuovi soldati-bambino, e le donne verranno ingravidate per fornire -sul lungo periodo- ulteriori truppe: in seguito, i nuovi rapiti andranno a razziare un altro villaggio e via dicendo, in un infinito vortice di oppressione e violenza.
Se tutto ciò sembra fin troppo orribile, si può tuttavia pensare che è ciò che accade anche al giorno d’oggi in alcune guerre tra le popolazioni più povere del pianeta: il fatto che nessuno ne parli mai non nasconde il problema, che questo anime porta alla luce in maniera abbastanza diretta.

Andando nello specifico della storia, si può dire che la trama non è particolarmente complessa ma funziona e porta a comprendere bene l’entità della disperazione che colpisce i vari personaggi che si muovono all’interno delle puntate.
I due protagonisti, ironicamente, sono quelli che hanno meno sviluppo e i cui personaggi sono meno interessanti: Shu è il solito fastidioso protagonista che rimane positivo nonostante le incredibili nefandezze che accadon attorno a lui, e Lala Ru è semplicemente un personaggio muto e immobile, che serve solo ad avere un obiettivo su cui Hamdo si focalizza, e permette lo svolgimento della trama.
I coprotagonisti, invece, portano alla luce interessanti aspetti: praticamente chiunque ha una storia tragica alle spalle, e i diversi modidi relazionarsi con le perdite e gli abusi subiti sono ben realizzati.

Nella prima parte della storia si assiste alla vita di Shu e di coloro che sono attorno a lui nella fortezza di Hamdo, Hellywood: è secondo me la parte più interessante poiché in molte diverse maniere si vede come ognuno tenti di aggrapparsi alle poche speranze residue, e come provi a vivere senza pensare agli orrori che vengono giornalmente commessi.
Nella seconda metà della serie, con l’uscita di Shu e Lala Ru dalla fortezza, ci sono un paio di puntate un po’ sotto tono: tutta la serie ha un passo relativamente lento (senza tuttavia arrivare al punto di diventare noioso), e con l’entrata in scena della cittadina di Zari Bars ogni tanto alcune scene vengono un po’ troppo dilungate. I problemi cambiano, risultando secondo me un po’ meno interessanti di quelli inizialmente affrontati, ma probabilmente ciò accade perché il concetto di “violenza vs pace” è trattato in molti altri lavori, e pertanto colpisce di meno.

Il disegno non è niente di eccezionale: l’anime risale a dieci anni fa, ma in effetti ci sono altri lavori degli stessi anni con uno stile molto migliore. Anche le musiche non mi hanno particolarmente colpito, con opening ed ending carine ma che mal si adattano all’ambiente cupo e senza speranza che la serie trasmette.

Insomma: Ima, Soko ni Iru Bok (anche chiamato Now and Then, Here and There) è secondo me un ottimo lavoro che tratta argomenti che difficilmente si incontrano altrove, e che magari può anche far riflettere qualcuno su quanto l’essere umano può diventare crudele nelle dovute circostanze. Ci sono alcuni difetti (personaggi non eccezionali, storia un po’ lenta, finale deboluccio), ma rimane comunque una serie che vale la pena di vedere se si riesce a sopportare di guardare tredici puntate senza mai sorridere nemmeno una volta.

Voto: 8,5. Insolita serie che mi ha spiazzato, e che in alcuni punti mi ha davvero colpito.

Consigliato a: chi pensa che la guerra sia cosa buona e giusta; chi desidera un po’ di tristezza e tragedia proiettata sullo schermo; chi vuol vedere quanto a lungo un bastone di legno può durare in una serie.

 

Tengen Toppa Gurren Lagann: Guren-Hen 13 Agosto 2009

Archiviato in: GAINAX Co., Ltd. — khorn3 @ 10:41
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…Un OVA che riassume la prima parte di una delle più grandi serie di sempre.

Tengen Toppa Gurren Lagann: Guren-Hen

Questo primo film della durata di circa due ore riassume la prima parte della storia di Tengen Toppa Gurren Lagann: per informazioni ulteriori in merito alla serie di base rinvio alla recensione scritta a suo tempo.

In questo caso chiaramente il tutto ha dovuto essere compresso per motivi di tempo. La storia rimane pertanto invariata (si parte dall’inizio e si arriva fino allo scontro con lo Spiral King), ma i personaggi vengono esaminati molto meno. Tutte le puntate che introducono i vari membri del gruppo (Rossiu, Kittan, Dayakka e via dicendo) sono state falciate, e quindi ci si ritrova meno attaccati ai singoli membri proprio perché essi risultano molto meno personalizzati.

La trama viene mantenuta con fedeltà, facendo rivivere tutti i momenti più epici della serie: Kamina riesce a far ridere a crepapelle con le sue uscite assurde, e questo primo film risulta pertanto per la maggior parte del tempo leggero e scanzonato.

La grafica migliora rispetto alla serie iniziale: soprattutto nei combattimenti si vedono nuovi effetti grafici davvero impressionanti, che danno un motivo per seguire questo remake anche a chi ha già visto l’originale.
Le musiche rimangono di ottima qualità, come d’altra parte ci si poteva aspettare.

Insomma: Tengen Toppa Gurren Lagann: Gurren-Hen è una buona trasposizione in sole due orette di una 15ina di puntate di serie. La versione estesa rimane chiaramente molto migliore perché riesce a far passare i mille messaggi e le mille sensazioni che l’hanno resa un capolavoro, ma il lavoro fatto qui è decisamente apprezzabile per chi vuole rivedersi un concentrato dei pezzi migliori, e per chi non ha tempo o voglia (eresia!) di guardarsi tutte le ventisette puntate, senza per questo voler rimanere all’oscuro della trama di questo anime.

Voto: 8,5. Manca tantissima roba, per forza di cose, ma si fa valere ugualmente.

Consigliato a: chi di TTGL non ne ha mai abbastanza; chi vuol scassarsi dal ridere vedendo Kamina che se ne esce con delle frasi assolutamente epiche; chi si chiede ancora come fa Boota ad avere una mira così incredibile per le tette di Yuki.

 

Soul Eater 4 Agosto 2009

Archiviato in: BONES — khorn3 @ 11:25
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…Un’anima sana risuona tra un corpo sano ed una mente sana.

Soul Eater

Ci troviamo in una realtà contemporanea alternativa, in cui la Morte ha una sua città, con una scuola al suo interno: lo scopo è di addestrare “raccoglitori di anime perdute”, che vadano a cacciare le anime di coloro che hanno deviato dal cammino dell’uomo per intraprendere quello demoniaco. Questo è indispensabile per evitare la rinascita del Dio Demone.
Gli studenti si dividono in due categorie: le armi, che sono delle persone che possono trasformarsi nelle più disparati armi, e i maestri, che utilizzano il primo gruppo per portare a termine le missioni. In questa serie si seguono le vicende di tre di questi gruppi: riusciranno nelle loro missioni? Cosa si nasconde dietro ad una simile stramba scuola? E perché le streghe tentano di sovvertire il mondo, creando caos e apocalisse? Chi c’è dietro a tutto ciò?

In primis, bisogna dire che la storia è decisamente originale. L’idea di persone che si trasformano in armi non è mai stata molto utilizzata – soprattutto non nel modo in cui viene fatto in Soul Eater. La storia inizia lentamente (la prima decina delle 51 puntate è usata per introdurre buona parte dei molti personaggi presenti) e si sviluppa con interesse: parecchia azione, nemici interessanti, poteri coreografici e un buon sviluppo della trama portano ad una serie estremamente piacevole. Nella seconda parte, tuttavia, il tutto diventa estremamente lento: nel secondo arco narrativo, i personaggi infatti sembrano smettere di cercare di fare qualcosa, e reagiscono unicamente agli stimoli esterni che ricevono. Inoltre, gli accadimenti diventano estremamente lenti, e qualsiasi spunto venga suggerito da qualcuno (la poca chiarezza nei piani di Morte, il misterioso marchingegno che Joe Buttataki costruisce, il misterioso Sangue Nero dentro Soul,…) cadono quasi completamente nel nulla, risultando delle inutili perdite di tempo ancor più noiose dei pur gradevoli filler che qui e là si ritrovano durante la serie.

Parlando di personaggi, ce ne sono parecchi su cui spendere parole: in primis, ovviamente, si parlerà dei tre gruppi di protagonisti. Essi sono ben assortiti, e anche loro nella prima parte della serie risultano molto ben funzionali per l’intrattenimento: le loro forze, debolezze e paranoie si intersecano per creare un mix scoppiettante e divertente (poiché Soul Eater, anche in buona parte dei momenti più seri, riesce a strappare qualche risata: è una serie dal cuor leggero, e come tale va presa). Essi non sono particolarmente profondi, ma non per questo risultano piatti: hanno solo un paio di caratteristiche che li contraddistinguono gli uni dagli altri (a parte il figlio di Morte, Kid, che è fatto tutto a modo suo), ma queste differenze vengono usate nel migliore dei modi per risolvere problemi e divertire.
I coprotagonisti non sono da meno, con un cast numeroso ed estremamente variato: da Morte al maestro zombie, dal dott. Franken Stein alla Deathscyte, nonché padre di una delle protagoniste ma sempre dietro a qualche gonnella, dai compagni secchioni alla nuova amicizia sociopatica… ce ne son per tutti i gusti, e tutti loro creano un gruppo davvero fenomenale.

Purtroppo, anche in questo ambito qualcosa sembra spezzarsi nella seconda parte della serie: le loro differenze passano in secondo piano, moltissimi dei personaggi presenti risultano totalmente inutili ai termini della storia, quelli che dovrebbero fare qualcosa la fanno come automi e, soprattutto, i protagonisti smettono di battere i nemici con le loro abilità ed il loro acume e ci riescono soltanto grazie all’odiatissimo “ma tanto io sono più forte e ce la faccio lo stesso, potere speciale!”.

I disegni sono semplici ma secondo me molto belli: il tratto poco complicato aiuta a donare immediatezza e fluidità alle scene, che risultano infatti ben animate. I combattimenti (ancora una volta numerosi nella prima parte, e pochi e lenti nella seconda) risultano molto belli, dinamici, adrenalinici: peccato per gli ultimi, che si riducono a due botte e dieci minuti di chiacchiere come in molti anime di serie C.
L’audio è ben curato, a parte la prima ending davvero inascoltabile: le altre sigle sono gradevoli e la musica nelle puntate fa il suo dovere egregiamente.

In definitiva, sentimenti contrastanti nascono dalla visione di Soul Eater. La prima parte è una bomba con trama affascinante, personaggi brillanti e intrattenimento a mille: la seconda (curiosamente, dove l’anime si distanzia parecchio dal manga) risulta invece raffazzonata, rattoppata, buttata là: uno spreco davvero impressionante. Non è che le ultime puntate siano inguardabili, ma rispetto alle prime non c’è alcun paragone. Dannazione!

Voto: 8,5. Attorno a puntata 20-22 ero pronto a dare 9,5 o giù di lì, ma la parte conclusiva (e il deludentissimo finale) hanno abbassato il tutto. Rimane comunque estremamente gradevole e godibile.

Consigliato a: chi apprezza un po’ di sane botte senza troppo sangue e con un bel po’ di risate; chi non si offende se la qualità di un anime va in calando; chi vuol conoscere Exalibur, la spada più potente e più fastidiosa del creato.

 

Maria+…Holic 29 Luglio 2009

Archiviato in: SHAFT — khorn3 @ 01:03
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…Una scuola missionaria cattolica, una lesbica, un travestito, Dio, la Madonna… mancano solo tutti gli angeli in colonna!

Maria+Holic

Kanako è una ragazza che odia gli uomini in maniera inverosimile: è arrivata al punto da avere reazioni cutanee estreme non appena uno di loro la tocca.
Per tale motivo, si è fatta trasferire nella scuola missionaria cattolica per sole ragazze dei suoi sogni: per trovare la sua anima gemella… tra le studentesse! A causa del suo totale ribrezzo per il genere maschile, è difatti omosessuale.
Incontra subito Mariya, una fanciulla meravigliosa e delicata che la aiuta ad orientarsi nella scuola. Ben presto tuttavia, ognuno scopre i segreti dell’altro: Mariya viene a conoscenza della passione saffica di Kanako, mentre quest’ultima scopre che Mariya in realtà è un uomo travestito!!
Mariya, per evitare di venire espulso, minaccia quindi Kanako per tramite della sua posizione favorita di nipote dell’ex-preside: terrà la povera nuova arrivata sotto controllo 24 ore al giorno, per essere sicuro che il segreto non le sfugga.
Inizia così la tragicomica avvenutra di Kanako, tra infiniti sanguinamenti di naso a causa delle mille bellissime ragazze che la circondano e l’orrore di dividere la stanza con un ragazzo infame e bastardo oltre ogni limite, che pare aver preso come hobby il rovinare la “caccia all’amore” della povera coinquilina.

Come si può sin da subito comprendere, questo anime è quantomeno blasfemo: tutti questi malintesi sessuali all’interno di una scuola cristiana faranno sì che un eventuale religioso che assista a tale spettacolo perda qualche anno di vita.
Il punto focale di tutto è l’estrema, continua e martellante comicità: tramite le tragedie che perseguitano la povera Kanako c’è decisamente parecchio da ridere. Il genere delle battute ricorda quello del più famoso prodotto SHAFT, Sayonara Zetsubou Sensei, mantenendo tuttavia un collegamento vagamente più pronunciato con la realtà (per quanto tale si possa definire l’assurda definizione di cui sopra). Gli sketch sono ben eseguiti e ben supportati dal disegno, risultando davvero spassosi.
L’unico problema è che alla centomillesima volta che il sangue da naso scorre copioso, la cosa inizia a farsi un pochino ripetitiva… la quasi totalità delle battute riguarda infatti la passione della protagonista per il genere femminile, e mille varie situazioni/fantasie/delusioni in tl senso.

Parlando della protagonista, è bene spendere un paio di parole sui protagonisti; i due personaggi principali reggono bene lo schermo, sebbene -come detto sopra- Kanako sia decisamente monotona. Molto più interessante è il personaggio di Mariya, che trova modi sempre nuovi per torturare la sua vittima e ogni tanto svela anche qualche lato decisamente più umano (che però non viene mai particolarmente sviluppato nell’anime – il manga da cui è tratto è ancora in pubblicazione). Anche i personaggi di contorno sono molto ben realizzati: partendo dalla maid Matsurika, sadica quanto e più di Mariya ma ben più posata, fino ad arrivare a tutte le compagne di scuola, esse hanno le loro peculiarità che le rendono utili per reggere gli scherzi che vengono orchestrati dalla coppia di carogne di cui sopra. Non c’è ovviamente un grande approfondimento su nessuno, visto che la serie verte sulla comicità più che sull’introspezione, ma qualcosina dei loro caratteri si capisce e questo non fa che rendere ancor più spassoso il tutto.

Il disegno è davvero meraviglioso. L’utilizzo dell’oramai classico stile SHAFT è usato tantissimo (anche qui riprende lo stile di Sayonara Zetsubou Sensei in più di un’occasione), ma in aggiunta troviamo dei disegni dettagliatissimi e molto gradevoli anche in versioni non-HD, alcune immagini mozzafiato quasi ai livelli di ef ~ a Tale of Memories ed inoltre vengono usati molti stili diversi, per rappresentare i diversi stati d’animo. I disegnatori hanno davvero dato il meglio per supportare la comicità delle battute con l’adeguato apporto grafico, senza il quale il divertimento sarebbe stato dimezzato.
Anche l’audio si difende benone, con opening ed ending davvero gradevoli e una colonna sonora improntata alla musica classica, coerentemente allo stile della scuola e in contrapposizione con il delirio che accade a video.

Insomma, Maria+Holic è il “classico” lavoro della SHAFT: un’idea originale presa da un manga, studiata a tavolino nei minimi dettagli, realizzata con somma cura e consegnata allo spettatore senza gravi pecche di sorta. L’unica cosa che si può davvero criticare in questo caso, come detto, è la ripetivitità: dopo 7-8 delle 12 puntate ero un po’ stufo di vedere sempre lo stesso pattern nella costruzione delle battute e delle situazioni comiche.

Voto: 8,5. Se solo fosse stato un po’ variato e se la comicità avesse coinvolto più personaggi, avrebbe potuto essere ancor più divertente. E il finale… ARRRRRRGH!

Consigliato a: chi ha amato i precedenti lavori SHAFT; chi vuole ridere con un bel po’ di dissacrante commedia; chi vuole conoscere Dio, la bambina senza età e con le orecchie da gatto guardiana del dormitorio n. 2 assieme al suo cane rauco.

 

Millennium Actress 21 Giugno 2009

Archiviato in: Madhouse Studios — khorn3 @ 11:18
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Una caccia all’amore lunga un’intera vita:

Millennium Actress

Fujiwara Chioko è un’attrice in pensione, che fu una delle più amate nel Giappone degli anni ‘50. Ritirata ora a vita privata, viene nuovamente intervistata da Genya Tachibana, in occasione della chiusura degli studi dove lei aveva lavorato per tanti anni: dal racconto della sua vita, e dalle memorie che riaffiorano, compaiono molte cose mai sapute da nessuno. Quali sono le motivazioni che hanno spinto Chioko a diventare un’attrice in un primo momento, e ad abbandonare tutto in seguito?

La prima cosa che va detta di Millennium Actress è che ha un montaggio parecchio complesso. La storia si basa sui racconti della vita di Chioko, ma nel contempo si racconta molto di più: si altalenano le memorie con i film da lei interpretati, e con eventi storici di presunte vite precedenti. Tutto ciò, unito al fatto che Genya e il suo assistente interagiscono con l’ambiente man mano che il racconto prosegue, può sembrare inizialmente fuorviante: dopo una 20ina di minuti stavo cominciando a spazientirmi, credendo di trovarmi davanti ad una storia con buchi di trama ed inconsistenze di continuity.
È solo quando si arriva alla seconda parte del film che le cose iniziano ad andare al loro posto: si capisce che non si sta parlando di ricordi O di film O di passato, ma di tutti e tre insieme.
La trama si svolge infatti attraverso i film ma anche attraverso gli anni, e quando si riesce a vedere l’ottica del racconto una simile completezza apporta molto più pathos alle situazioni, dato che ogni scena ha ben tre significati.
Il finale abbastanza inaspettato porta inoltre ad una conclusione parecchio emozionante, azzeccatissima.

I personaggi sono pochi: Genya e il suo assistente inizialmente risultano quasi fastidiosi nella scena generale, ma quando anche loro riescono a trovare una ragion d’essere all’interno della storia la loro presenza (o perlomeno quella di Genya) risulta più giustificata: alla fine ci si ritrova ad aver seguito anche una sottotrama che coinvolge il regista, e la stessa è sorprendentemente graziosa.
La protagonista è sicuramente Chioko: il suo disperato rincorrere un amore sconosciuto attraverso le nazioni, gli anni e le ere porta molto sentimento nella storia, che si dimostra infatti emotivamente molto carica, man mano che la trama prosegue. Lo svolgimento della sua intera vita viene qui messo sotto i riflettori, e la logica non abbandona mai le sue azioni. Fa le cose con un perché, e dimostra una forza d’animo non comune. Ottimo personaggio.

I disegni sono belli, ricordando quasi lo stile dello Studio Ghibli: chi apprezza quelli, apprezzerà anche questo.
L’audio è abbastanza anonimo: ci sono un paio di melodie gradevoli, ma nel complesso il sonoro ha un ruolo abbastanza ininfluente.

Insomma, cosa rimane dopo aver visto Millennium Actress? Sicuramente l’impressione di aver visto un ottimo lavoro che affronta i sentimenti senza cadere nella banalità, e che tocca seppur di sfuggita molti diversi aspetti della vita, dei sogni e delle speranze che ognuno può avere. La prima parte risulta a mio parere poco cristallina, poiché non è facile inserirsi in una struttura narrativa parecchio complessa: quando si comincia a capire cosa accade, il tutto migliora di moltissimo.

Voto: 8,5. Non vado più in alto solo perché la parte iniziale entra con difficoltà: la qualità del prodotto è tuttavia fuori discussione.

Consigliato a: chi ama le storie sentimenali o d’amore, ma non vuole le solite pataccate melense; chi vuol personaggi sostanzioni e interessanti; chi ammira la gente che ha la pazienza di perseguire un obiettivo per l’intera vita… e oltre.

 

Hyakko 14 Giugno 2009

Archiviato in: Nippon Animation — khorn3 @ 10:15
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Quattro neo-amiche in una classe tutta particolare:

Hyakko

Ayumi, Tatsuki, Torako e Suzume sono quattro nuove scolare di un immenso liceo: a causa di vari contrattempi (e principalmente per colpa di Torako) si ritrovano sgridate tutte quante insieme, e scoprono anche di essere della stessa classe. Inizia così un’amicizia tra personalità diversissime, ma che con il tempo pare consolidarsi: a questo punto, tuttavia, il resto della classe inizia a farsi notare…

Va detta subito una cosa: questo è un divertente slice of life nel più classico dei termini. Gli amanti di questo genere inizino già a procurarselo, chi non li ama lasci perdere subito: questo è al 100% appartenente a tale genere.
In quanto tale, non esiste una vera e propria storia dietro agli avvenimenti, ma essi sono parte della vita della classe 1-6.

Come è chiaro, non essendoci una storia devono essere i personaggi a tenere in piedi la baracca: in questo caso si può dire che ce la fanno in maniera egregia. Inizialmente pare che il mondo si chiuda sulle quattro iniziali protagoniste, e soprattutto sui litigi Torako/Tatsuki: fortunatamente, dopo poco si inizia a far la conoscenza di tutti i particolari elementi che girano nella scuola, e le loro caratteristiche influiscono anche sulle dinamiche di comportamento all’interno del principale quartetto.
L’opera di personalizzazione delle protagoniste e delle comprimare (e il paio di comprimari) è infatti egregia: alcuni sono i classici personaggi che ci si aspetta di trovare in una serie simile, ma altri sono quantomeno inusuali e fanno iniziare a ridacchiare anche solo quando compaiono a schermo senza nessun ruolo effettivo nella scena principale.
Anche la scelta artistica, di cui si parla anche sotto, ha la sua importanza: a parte i personaggi in sé, tanti piccoli dettagli aggiungono comicità alla comicità. Un docente che piange sangue a seguito di immani beceraggini da parte di qualche alunno, lingue che si trasformano in serpenti quando la rabbia diventa estrema e via dicendo, se usati in maniera azzeccata possono essere elementi che prendono una buona battuta e ne fanno una ancor migliore: in questo caso, ce la fanno benissimo proprio perché non sono espedienti usati troppo spesso, e quindi non cadono nella banalità.

L’umorismo è infatti un altro lato particolarmente curato in Hyakko: raramente ci si trova a sghignazzare (anche se un paio di forti risate me le ha strappate qui e là), ma le continue buffe situazioni portano ad un’aura generica di divertimento e allegria che, a parte un breve ma sicuramente non fastidioso periodo quasi alla fine, fanno guardare le puntate con il sorriso.

La grafica è tecnicamente nella norma per essere un anime del 2008, ma un grosso lavoro di caratterizzazione è stato fatto anche a livello di disegno sui vari personaggi: questo è molto importante perché in questo modo si enfatizzano i vari caratteri presenti, portando ad una miglior riuscita degli sketch.
Il sonoro è gradevole sebbene non eccelso: piacevole opening e simpatica ending, che tuttavia non eccellono particolarmente.

Insomma, che altro dire di Hyakko? È un buono, buonissimo, ottimo slice of life. È un genere nato in tempi relativamente recenti, e quindi è parecchio difficile da realizzare poiché non può basarsi su molti esempi collaudati: in questo caso, tuttavia, la Nippon Animation è riuscita a prendere molti spunti dai lavori precedenti e creare un riuscitissimo mix che fa arrivare all’ultima delle 13 puntate con il pensiero di “già finito? Ne voglio ancora!”.

Voto: 8,5. La nota non inganni: per gli amanti del genere, è assolutamente imperdibile. Non va più in alto solo perché è un genere estremamente settoriale, che non piace a moltissimi.

Consigliato a: chi adora altri lavori come Hidamari Sketch, Ichigo Mashimaro o Lucky Star; chi si diverte con un po’ di citazioni tratte da vita reale e, in parte, dagli anime; chi vuol vedere, entro i primi dieci minuti di puntata 1, caviglie quasi rotte e aggressioni ad ignari docenti.

 

Fruits Basket 2 Maggio 2009

Archiviato in: Studio DEEN — khorn3 @ 04:41
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Una storia sulla vita e sul modo di vederla positiva.

Fruits Basket

Honda Tohru è una ragazza alla quale la fortuna ha decisamente voltato le spalle: orfana di padre sin dalla nascita, ha appena perso sua madre in un incidente stradale. Il nonno dal quale doveva andare a vivere sta riattando la casa e non ha posto per lei; non può però chiedere alle sue amiche, perché non hanno spazio per poterla far stare. Si ritrova pertanto ad andare a scuola, lavorare per pagarsi il necessario e dormire in una tenda nel bosco, perché è l’unica soluzione che ha trovato!
Un mattino, andando a scuola, incrocia una casa nel bosco: chiacchiera con il proprietario e scopre così che è la casa dove abita il ragazzo più bello della scuola. Quando i padroni di casa scoprono che Tohru abita in una tenda accettano di tenerla in casa: viene tuttavia subito svelato il segreto della famiglia Souma, che è stata maledetta dagli spiriti dei dodici segni zodiacali cinesi (più il gatto). La protagonista inizia pertanto a vivere in questa strampalata famiglia, con i relativi risvolti comici e tragici che l’inusualità della situazione prevede!

Di primo impatto, Fruits Basket mi aveva fatto una pessima impressione. Sigla iniziale tanto dolce da far venire la carie, una protagonista positiva nonostante la sfiga si sia accanita con perseveranza, il classico triangolo amoroso che pare instaurarsi fin da subito.
Fortunatamente non ho dato retta a tali segnali negativi e ho proseguito nella visione, scoprendo che sotto l’aspetto di anime banale c’è in realtà molto di più. I personaggi inizialmente paiono parecchio stereotipati e legati all’animale che rappresentano in carattere, forze e debolezze, ma con il passare del tempo e degli avvenimenti le personalità si sviluppano e si intersecano creando dei legami ben congegnati. Anche all’esterno della famiglia i personaggi sono interessanti: le amiche di Tohru nel tempo si mostrano più che semplici inserti comici della storia, e soprattutto Saki ha una crescita non indifferente.
Parlando di sviluppo, i protagonisti fanno un buon percorso di maturazione durante le puntate. Non è nulla di eclatante e ci si evitano le classiche scene da “discorso illuminante che fa capire al personaggio come si sta al mondo”; è una transizione più fluida e dinamica, di cui quasi non ci si accorge se non pensando a come i personaggi erano qualche puntata prima, e notando a tal punto le differenze. Questo risulta molto piacevole perché crea un senso di realtà molto maggiore rispetto ad altre serie similari.
Ogni tanto Tohru può dare un po’ ai nervi con la sua infinita pazienza e gentilezza a tutti i costi, però è lei a fare da catalizzatore per tutti li avvenimenti che la circondano, e quindi la sua presenza è necessaria.

Il tono di Fruits Basket è sempre tenuto abbastanza allegro, con battute e sketch generalmente ben riusciti. La crudeltà di Shigure con l’editrice, le uscite totalmente becere di Ayame o le innominabili torture di Saki forniscono materiale sul quale ridere di gusto, e anche quando si parla di temi seri o tristi raramente l’allegria viene a mancare. Nelle puntate finali la serietà ha un deciso aumento, come immancabilmente capita in anime di questo genere; devo però ammettere di essere rimasto sorpreso dalle motivazioni della serietà, e si è riusciti ad evitare le banalità che rischiavano di affacciarsi. La serie termina in maniera soddisfacente anche se non conclude la storia (l’anime è stato fatto nel 2001, il manga è terminato nel 2006).

Il disegno è gradevole, ma l’animazione è parecchio carente: penso che su di essa abbiano lavorato parecchio al risparmio. Anche le musiche non sono nulla di che, e personalmente non ho gradito opening ed ending che con il loro tono mieloso e zuccheroso danno un’impressione errata della serie che presentano.

Insomma, Fruits Basket è una storia che parla di buoni sentimenti che non si limitano all’amore, tutt’altro: amicizia, fiducia e affetto sono colonne portanti della serie. Riesce nella difficile impresa di non risultare noioso e scontato, avendo solo un paio di puntate più deboli che però non disturbano il tranquillo ma costante passo che l’anime mantiene.

Voto: 8,5. Se volete fare il pieno di good vibes, questo potrebbe fare per voi.

Consigliato a: chi cerca storie di sentimenti senza impegolarsi in storie d’amore; chi desidera una protagonista che lasci molto spazio anche ai comprimari che l’accompagnano; chi si chiede dove si dovrebbero infilare gli elettrodi con cui Saki minaccia i suoi nemici.

 

Kannagi 27 Aprile 2009

Archiviato in: A-1 Pictures, Inc. — khorn3 @ 09:46
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Se una Dea curiosa e un po’rintronata si materializzasse da una vostra scultura, come reagireste?

Kannagi

Jin è un giovane liceale che segue il club dell’arte. Per un’esposizione crea la scultura di una donna, che lui incontrò in un tempio quando era bambino: inspiegabilmente, da tale statua esce di botto una giovane ragazza che senza mezzi termini afferma di essere una Dea! Jin viene pertanto “arruolato” come aiuto per Nagi per ripristinare il suo antico potere. Ci sono però dei problemi più immediati: come spiegare agli amici l’improvvisa comparsa di un’avvenente fanciulla a casa sua? Come nascondere la sua presunta divinità? Come gestire i sentimenti delle varie persone che rimangono coinvolte nella vicenda?

Kannagi si presenta subito per ciò che è: una commedia sentimentale. Punta tuttavia molto più sulla commedia che non sulla parte amorosa: un po’ come Ouran, fino alle ultime puntate l’amore è messo in seconda fila, subissato da una valanga di risate incontrollabili.
Il punto forte di questa serie è infatti la comicità: era un pezzo che non incontravo delle battute originali: qui, nonostante le condizioni di partenza siano quanto di più cliché esista nel mondo degli anime, moltissime delle solite gag vengono evitate per puntare su un umorismo rinfrescante e genuino. Non si scade mai nella volgarità e le situazioni di totale comicità sono moltissime, soprattutto agli inizi: si riconosce la mano dell’autore, che è lo stesso che ha diretto le prime quattro puntate di Lucky Star. Inoltre, qui e là ogni tanto si vede che i personaggi sono consci del fatto di essere in un anime. Questo viene usato poco (è una gag che invecchia velocemente), ma in quei pochi momenti sono battute ben piazzate. Spettacolari infine gli attimi di mutismo da parte dei protagonisti, quando accade qualcosa di totalmente assurdo: la sola attesa della reazioni bastava a farmi iniziare a ridacchiare con aspettativa.

I personaggi sono estremamente piacevoli: anche loro sono inizialmente molto comuni, ma non si comportano proprio come quelli in tutti gli altri anime. Ovviamente ci sono alcune dinamiche che non possono essere evitate, ma varie situazioni di incomprensione vengono evitate, risparmiando allo spettatore le classiche scenette per nulla divertenti e mortalmente ripetitive.
Anche i comprimari sono ben realizzati, e portano un valore aggiunto alle situazioni di divertimento: le loro personalità non vengono esaminate con le usualmente inevitabili puntate dedicate, ma si svelano man mano tramite dettagli e situazioni che si presentano.

Volendo trovare un punto debole nella serie, ci si potrebbe rivolgere alla trama. Di per sé da una serie del genere non ci si aspetterebbe nessuna storia (ad esempio, Seto no Hanayome fa ridere tantissimo anche senza alcuna trama oltre all’imput iniziale),ma in questo caso pare quasi che gli autori volessero far entrare elementi aggiuntivi per forza, salvo poi dimenticarsene in corso d’opera. Inizialmente Nagi non riconosce la tecnologia, poiché è stata assente dal mondo per molti anni: questo viene però dimenticato nel giro di dieci minuti. In seguito, si fa un gran parlare del padre di Jin: due puntate dopo la questione viene accantonata. Successivamente tocca alla missione di distruggere gli spiriti cattivi: rimane in auge per una puntata, poi svanisce per fare una veloce ricomparsa nel finale, senza però alcun’importanza.
Sembra quindi che abbiano continuato a dire “dai, mettiamoci dentro qualche altro dettaglio!”, ma che poi abbiano scoperto che la storia andava bene così com’era e abbiano sperato che gli spettatori se ne dimenticassero. In effetti sul momento funziona – non si sente la mancanza di tali dettagli mentre si segue la serie -, però a posteriori ci si rende conto che molte cose sono andate perdute in corso d’opera.
Infine, sebbene una virata verso la serietà verso la fine era prevedibile, in questo caso la cosa è stata forse troppo netta: si passa dalla totale ilarità di cui si parlava prima ad una serietà e pesantezza notevoli. Le due parti, separatamente, sono di buona qualità; si mischiano però maluccio, e personalmente avrei preferito la parte finale in tono con lo stile spensierato e ridanciano del resto della serie.

Il disegno è estremamente bello e fluido: le espressioni sono fenomenali, e sia nei momenti divertenti che in quelli seri convogliano perfettamente l’emozione che intendono esprimere.
Anche le musiche sono molto curate, con un’opening scoppiettante come la serie e un’ending calma e rilassante. Gradite molto.

Insomma, Kannagi è sicuramente un ottimo lavoro: il 2008 è stato un anno avaro di buone produzioni, ma questa spicca su molte altre per originalità e realizzazione. Non fatevi intimorire dall’apparente banalità della trama: qui c’è da ridere parecchio, se avete un umorismo simile al mio.
Spero solo che non ne facciano una seconda serie: il termine fa pensare che sia già pensata, ma rischierebbe di scivolare palesemente nel tragico amorepuccipucci, e sarebbe un vero peccato.

Voto: 8,5. I buchi di trama e lo scivolone finale si fanno sentire un po’, ma chi ama le commedie d’amore che non siano tutte sospiri e bacetti questo è uno spettacolo.

Consigliato a: chi cerca risate e qualche sentimento, senza però doversi sorbire qualche mielosa seriaccia; chi vuole ridere delle disgrazie di un pover’uomo in balìa degli eventi; chi vuol sapere se anche gli Dei vanno in bagno.

 

Ga-Rei Zero 26 Marzo 2009

Archiviato in: AIC ASTA — khorn3 @ 04:40
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Uccideresti, per amore, qualcuno che ami?

Ga-Rei Zero

Ci troviamo nel Giappone dei giorni nostri, e purtroppo demoni e spiriti sono una comune occorrenza nelle notti giapponesi. Essi non hanno altro fine che uccidere la gente; il governo ha reagito a tali pericolose manifestazioni tramite degli esorcisti, che possono vedere tali entità soprannaturali e falcidiarle senza pietà.
Nella notte in cui la serie inizia, tuttavia, ci si trova davanti ad una quantità e potenza di mostri mai vista… cosa la sta creando? Chi sta macellando tutte le squadre anti-demoni presenti? Per quale motivo?

Le prime due puntate di questa serie da dodici puntate sono assolutamente spiazzanti: una violenza fuori dal comune, una tamarraggine ai limiti dell’inverosimile (sgommare con una moto in faccia ai mostri per ferirli con le rune incise sulle gomme è solo una delle piccole perle che ci vengono regalate) e con avvenimenti a raffica, che lasciano via via più increduli gli spettatori. Dopo tale cruenta introduzione, si entra nella parte centrale della storia: un immenso flashback che porta a capire come mai si sia arrivati ad una situazione come quella vista in principio.
Il tono cambia decisamente, e lo stile diventa più rilassato sebbene mantenga una notevole serietà di fondo: la violenza diminuisce (seppur senza sparire del tutto) e si da spazio allo sviluppo dei personaggi e all’evolversi della trama, non complicatissima ma comunque avvincente. Si riesce sempre a tenere viva la curiosità sul come si arrivi fino al punto visto inizialmente: va detto che, a parte qualche sbavatura qui e là, le spiegazioni reggono bene e il procedere personale e di trama è logico.
Negli ultimi episodi, quando ci si ricollega (in maniera eccellente) alle scene iniziali, torna buona parte della cruenza precedentemente visionata, ma alimentata questa volta dai forti sentimenti che i protagonisti hanno avuto il tempo di sviluppare.

In quanto ai personaggi, bisogna dire che gli autori hanno avuto grande crudeltà verso di loro. Tutti quanti scivolano via via in situazioni più orribili e tragiche, e spesso non per colpa propria, o solo in minima parte: per le due protagoniste ho provato una pena indescrivibile, poiché per nessuna delle due sarebbe stata augurabile la via che si sono trovate, loro malgrado, a percorrere.
Lo sviluppo dei personaggi è limitato, per ovvi motivi di tempo: la trama da dire è parecchia, e in 12 puntate non c’è tempo per tutto. I cambiamenti di sentimento sono abbastanza prevedibili ma non per questo mal fatti, e aiutano a creare una connessione empatica con coloro che vediamo a schermo.

I combattimenti sono davvero notevoli: quelli che includono solo Kagura o Yomi sono i “classici” combattimenti di spada, ma il massimo della tamarraggine e dello spettacolo si ottengono con le astruse armi che sono in dotazione alla squadra speciale: 24ore cariche a proiettili-mantra, trivelle estraibili sulle mani, ferri da stiro benedetti, spade potenziate con proiettili per velocizzarne il colpo, la succitata moto a copertoni sacri… chi più ne ha più ne metta. Per quanto le esagerazioni siano tante, comunque, rimangono in ogni caso dei combattimenti divertenti da vedere, e raramente scivolano nel grottesco: io me li sono goduti.

Va inoltre detta una cosa su questa serie e sul motivo per cui essa è stata realizzata. Ga-Rei è un manga che si svolge dopo le vicende che vengono qui narrate, e Ga-Rei Zero è un prequel che è stato successivamente realizzato, con molta probabilità a fini pseudo-pubblicitari: termina infatti dove inizia il manga, e incuriosisce lo spettatore a vedere come va avanti.
Contrariamente a molti casi simili, tuttavia, la produzione non si è limitata a tirare insieme una storia raffazzonata con i personaggi disponibili tanto per far vedere qualche bella sequenza di combattimento, ma ha creato una storia consistente, realistica e coerente. Ci sono molti personaggi che nel manga non sono più presenti, denotando uno studio della storia che va oltre al semplice riciclaggio di quel che già esiste. In questo ambito, credo che sia una delle serie migliori che mi sia mai capitata di vedere: quando avevo letto che si trattava di un prequel semi-promozionale mi attendevo un’infame schifezza, e invece ne son rimasto piacevolmente colpito.

I disegni sono in linea con gli standard del 2008, e le musiche sono energiche e moderne: mi sono piaciute.

Insomma, Ga-Rei Zero è un anime nato sotto i peggiori auspici ma che riesce ad emergere dalla mediocrità grazie a dei combattimenti inusuali e grazie ad un impatto emotivo (tendente al tragico) abbastanza pronunciato: a ben guardare la storia è banalotta e si riescono a prevedere quasi tutti gli avvenimenti prima che essi accadono, ma rimane comunque una visione piacevole. È raro riuscire a far stare così tante cose in dodici puntate senza far sembrare tutto affrettato, ma qui ce l’hanno fatta.

Voto: 8,5. Se volete solo risse ignoranti, guardate le prime e le ultime puntate: se volete anche una storia struggente e tragica, veda anche il resto.

Consigliato a: chi vuole dei combattimenti tamarri; chi sopporta che i protagonisti vengano mentalmente torturati dai loro realizzatori; chi non saprebbe rispondere alla domanda con la quale questa review è iniziata.