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Anime Reviews

My Neighbors The Yamadas 19 Ottobre 2009

Archiviato in: Studio Ghibli — khorn3 @ 11:30
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…Un film su una normale famiglia. Né più, né meno.

My Neighbors The Yamadas

Gli Yamada sono una tipica famiglia giapponese: nonna, padre, madre, figlio, figlia. Ognuno di loro ha il proprio caratterino, e nell’ora e quaranta di proiezione si assisterà a numerosi avvenimenti che li coinvolgono.

Come si può capire, ci troviamo di fronte all’archetipo dello slice of life: non c’è alcuna storia continuativa, e ci si ritrova di fronte a molteplici episodi della durata variabile tra i trenta secondi e i dieci minuti; tutto sta pertanto nelle mani di chi queste vicende le vive e le racconta.
I personaggi, pertanto, ricoprono particolare importanza: i due protagonisti principali risultano essere i due genitori, ma anche gli altrihanno i loro spazi. In così poco tempo chiaramente non c’è spazio per uno sviluppo vero e proprio dei caratteri, ma si impara a conoscere abbastanza bene ognuno di loro; è stupefacente notare come in così poco tempo si riesca a capire i caratteri di chi compare sullo schermo in maniera quasi empatica, senza nemmeno bisogno di spiegazioni.

Le vicende in sé passano dal decisamente divertente al moderatamente scialbo, con una decente predilezione per la prima categoria. Si sta parlando di eventi di vita di tutti i giorni nella maniera più letterale del termine, e pertanto non ci si potrà aspettare sicuramente un gran colpo di scena ad ogni momento: ogni tanto si riesce tuttavia ugualmente a rimanere colpiti da qualche battuta (generalmente qualche uscita becera del figlio, solitamente abbastanza tranquillo). In altri casi, invece, la battuta finale non arriva e la vicenduola rimane senza mordente.

I disegni sono estremamente particolari: essendo del 1999, sicuramente la Ghibli aveva tutto il budget necessario per fare qualsiasi cosa…ed è stato scelto uno stile assolutamente essenziale, come se si vedesse l’animazione di uno sketch in via di produzione. Questo inizialmente colpisce, ma in seguito si nota che l’animazione in sé è invece molto ben fatta: ciò porta ad un curioso connubio tra disegno abbozzato ed espressività e motilità dei personaggi di buona qualità, dando un risultato davvero interessante.
Le musiche non permeano ogni angolo del film ma quando ci sono risultano appropriate al tono sereno e rilassante che si viene a creare, e sono di ottima qualità.

Insomma, vale la pena vedere questo insolito lavoro? Secondo me sì, se si apprezzano le serie tranquille e pacifiche che parlano di vita di tutti i giorni in maniera diretta e quieta. È un ottimo spaccato di vita di una “buona famiglia”, e personalmente l’ho apprezzato.

Voto: 8. Mezzo punto interamente per gli ultimi cinque minuti, col discorsino del capofamiglia e la versione giapponese di que séra séra cantata dall’intera famiglia.

Consigliato a: chi vuole serenità e relax; chi vuole farsi un paio di risate con situazioni di vita di tutti i giorni; chi vuole conoscere il cane più inutile di sempre.

 

Hajime no Ippo: New Challenger 10 Ottobre 2009

Archiviato in: Madhouse Studios — khorn3 @ 04:42
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…La seconda serie sul pugile col pugno d’acciaio:

Hajime no Ippo: New Challenger


Questa seconda serie da ventisei puntate inizia dopo il termine dell’ultimo OVA, in cui Ippo aveva difeso il titolo nazionale giapponese contro Sanada. Oramai il suo “compito” è la difesa della cintura, contro i continui assalti dei contendenti: riuscirà a mantenere il suo posto sul ring? E come se la caveranno gli altri contendenti a lui vicini, nelle loro personali sfide?

Come si può capire, anche in questo nuovo capitolo di una delle serie sportive da me predilette la trama non ha un grande rilievo: in fin dei conti si sta parlando di boxe, e quindi non ci sono tanti fronzoli accanto a ciò.
Iniziamo dalla novità più rilevante: tutto l’anime non è più incentrato su Ippo e sulle sue battaglie, ma verte soprattutto su altri boxeur a lui vicini o meno. Ippo ha un solo combattimento vero e proprio, mentre gli altri sono svolti tra altri sportivi che possono diventare successivamente suoi possibili avversari o di cui ci si interessa momentaneamente, ma lui personalmente non entra più in campo come vero e proprio protagonista: anche lo spettacolare incontro-cardine, che domina l’ultima parte della serie, vede come protagonista Takamura (che finalmente, dopo la prima serie in cui era solo una comparsa e un primo combattimento in questo in cui è l’ombra di sé stesso, di mostra di che pasta è fatto divenendo a tutti gli effetti il vero campione di questa serie).

Sui combattimenti in sé ci sono diverse cose da dire: alcune positive, altre meno. Sicuramente dal punto di vista positivo si trova una miglior grafica, che meglio aiuta a convogliare i sentimenti dei partecipanti ai combattimenti: il rovescio della medaglia è che, seppur con un’ottima animazione, spesso nel momento dei colpi si ricorre al noioso trucchetto della “telecamera che vibra” di modo che non si capisca quasi cosa sia successo: uno dei maggiori piaceri delle scazzottate della prima serie era vedere l’impatto dei colpi e gli effetti devastanti che essi avevano, e qui ciò ci viene negato.
In secondo luogo, alcuni potrebbero gradire il fatto che per decidere il vincitore non c’entrino più soltanto meri fattori di allenamento e abilità, ma che spesso ci siano elementi esterni (fisici o psicologici) che influiscono: personalmente, tuttavia, ho trovato tali espedienti ben poco interessanti, dato che vorrei vedere i miei eroi che nel meglio delle loro abilità fanno tutto quanto in loro potere per vincere, e non gente con la caghetta o persone che non vogliono colpire gli avversari per moviti vari!

I personaggi che popolano la serie sono quasi tutti quelli già conosciuti ed apprezzati nella prima serie, con alcune differenze.
In primis, si può notare che al difuori del ring l’umorismo è notevolmente aumentato: già in precedenza Hajime no Ippo era un anime con una certa carica di comicità (grazie soprattutto alla demenza di Takamura e di Aoki), ma qui in questo ambito si sono superati. In alcuni punti ho riso di gusto come raramente anche delle serie dichiaratamente comiche riescono a fare, con battute ed espressioni davvero epiche. L’unico contrappasso da pagare per tale aumentata ironia è il fatto che Ippo, da sempliciotto, nella prima parte della serie sembra quasi diventare un idiota; personalmente la cosa mi è dispiaciuta un po’, ma certe battute erano davvero impareggiabili (ovviamente se si apprezzano le battutacce di dubbio gusto – stiamo sempre ancora parlando principalmente di Aoki e Takamura!).
C’è tuttavia un aspetto che era un grande punto di forza delle prime 76 puntate e che qui è praticamente scomparso: gli avversari. Non che non ce ne siano, ma sono delle macchiette che servono solo come comparse, per quanto forti e devastanti, per presentare questo o quel problema con cui i protagonisti si devono scontrare. Inizialmente avevamo fenomenali contendenti del calibro di Mashiba, Vorg, Sendo… pezzi da 90 che venivano schierati contro Ippo e che davano corposità e massiccio interesse alle sfide. Qui invece non c’è nessuno che riesca anche solo minimamente a reggere la scena in tal modo: anche l’ultimo sfidante di Takamura, Hawk, in questo senso non vale che un’unghia di quanto erano i vecchi avversari. Davvero un peccato.

Il disegno, come detto sopra, è parecchio migliorato: ogni tanto sembra quasi troppo “plasticoso”, ma ciò accade davvero raramente e in linea di massima è un piacere da vedere. L’audio rimane di buona qualità, e i momenti clou vengono debitamente sottolineati con l’apporto musicale adeguato.

Insomma, è stato fatto un passo indietro con questa seconda, attesissima serie di Hajime no Ippo? Purtroppo sì, anche se non di molto. È sempre un gran piacere da guardare, ci son sempre delle grandi scazzottate e ci si diverte sempre un bel po’; siamo però usciti dai canoni del mezzo capolavoro per tornare nelle ordinarie file della buona serie, dove però si riescono ad intercettare alcuni difettucci qua e là.

Voto: 8. Alcuni pezzi mi han lasciato un tantino perplesso, ma il combattimento finale di Takamura (eroe!) fa mantenere solidità all’intera serie mantenendola un vero piacere per gli amanti dei combattimenti.

Consigliato a: chi ha amato la prima serie; chi non si offende se il protagonista è quello che combatte meno di tutti; chi vuol vedere la famiglia con il peggior umorismo DI SEMPRE.

 

Escaflowne: The Movie 1 Settembre 2009

Archiviato in: BONES — khorn3 @ 09:57
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…Quattro anni dopo la serie, venne creato anche il film.

Escaflowne: The Movie

Hitomi è una liceale disillusa dalla vita e depressa: il mondo non le offre nulla, e si sente sola da morire. È oramai arrivata a meditare il suicidio e ad allontanare chiunque, augurandosi soltanto che tutto sparisca… ed è in tale frangente che le appare un misterioso uomo incappucciato, chiamantesi Folken, che la invita “nel suo mondo”.
Hitomi viene pertanto catapultata in una diversa realtà, e si risveglia all’interno di una strana creatura simil-robottonesca ma biologica. Dopo attimi di panico essa si apre e lei ne esce trovandosi davanti Van e i suoi compagni di viaggio, che la inneggiano come la Dea Alata!
Ma per quale motivo Hitomi è finita qui? Perché dovrebbe essere la Dea Alata? Van e i suoi colleghi riusciranno nella loro missione?

Questo film di circa un’ora e mezzo si rifà alla serie Vision of Escaflowne (recensita qui), ma si notano immediatamente parecchie differenze.
In primis, la trama ricorda vagamente quella della serie ma le somiglianze sono solo apparenti: le motivazioni dei personaggi, le vicende che accadono, i parecchi combattimenti che si svolgono e la storia principale sono parecchio differenti dall’originale. Avendo visto la serie si apprezza il passo veloce e spedito con cui accadono le cose (tanto i personaggi già si conoscono), ma per qualcuno a digiuno dell’universo di Escaflowne gli avvenimenti risultano troppo compressati in poco tempo, e la chiarezza della trama ne risente parecchio.

Parlando di personaggi, si nota il più radicale dei cambiamenti rispetto alla serie da ventisei puntate. I personaggi (e tutto l’ambiente in generale) sono estremamente più cupi e problematici: Hitomi è una ragazza sull’orlo del suicidio che cerca solo un modo per sparire dal mondo e Van è un sanguinario guerriero poco sopra la civilizzazione di una bestia. Per motivi di tempo gli altri personaggi vengono solo velocemente accennati e non si ha il tempo di apprezzarli: ancora una volta, per chi ha visto la serie è un piacere vedere i protagonisti “con le palle” rispetto alla versione pappamolla e indecisa della serie, ma per i novizi risultano tutti unicamente personaggi di contorno. Data la quantità di fatti raccontati, inoltre, il tempo per lo sviluppo personale praticamente non esiste: qualche accenno di esso si vede nei due protagonisti, ma non è nulla di epocale. Grazie al cielo non vien perso tempo con inutili storie d’amore, che in questo film vengono praticamente ignorate in maniera totale: Van e Hitomi non sono due persone innamorate, ma sono due anime disperatamente solitarie in cerca di una stampella. La ben diversa impostazione rende molto diverso l’approccio che i due anno nei discorsi e nel modo di pensare, e personalmente ho gradito questo cambiamento.

La grafica è sensibilmente migliore alla serie, ed è piacevole da guardare sebbene le immagini siano parecchio scure; anche le musiche sono molto gradevoli ed orecchiabili.

Insomma, che dire di Escaflowne: The Movie? Sicuramente chi ha visto la serie lo apprezzerà dato che ne ha il necessario background, e partendo con una base di conoscenza degli avvenimenti il tutto risulta apprezzabilissimo e ben ritmato, con parecchi combattimenti (aggiungendo parecchio sangue versato e diversi arti mozzati); gli altri potrebbero darci un’occhiata se sono pronti ad assorbire mille nozioni in tempo zero, perché altrimenti non ci si capirà nulla.

Voto: 8. A me è piaciuto: non è nulla di spettacolare, ma è un deciso miglioramento dalla mortale lentezza della serie originaria.

Consigliato a: chi ha visto The Vision of Escaflowne; chi apprezza le trame compresse e viste di corsa; chi vuole vedere come esplode un cavallo dilaniato dalla magia.

 

Genius Party 17 Agosto 2009

Archiviato in: Studio 4°C — khorn3 @ 08:56
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…Quando lo Studio 4°C unisce gli sforzi di diversi autori, per una serie di corti.

Genius Party

Questo OVA è composto da sette diversi “corti”, creati da differenti autori di grande fama: tra le altre produzioni create da tali personaggi, figurano titoli come tutta la serie di Macross, Cowboy Bebop, Samurai Champloo, Animatrix,… insomma, di certo non roba da poco!

Ovviamente ognuno dei sette corti ha trama, disegno e passo diverso, ma una cosa è tenuta in comune: tutti tentano di portare un concetto allo spettatore, al fine di farlo riflettere. Alcuni tendono maggiormente al comico, altri al tragico, altri ancora inondano di concetti e parole: bisogna comunque tenere sempre le orecchie ben aperte per riuscire a seguire i discorsi. Si passa dal parlare dell’esistenza di Dio al discutere di un amore mai nato, dal meditare sul futuro della proliferazione umana al riflettere su quanti “noi stessi” esistono all’interno della nostra mente, e via dicendo. I vari corti possono essere presi come storielle a sé senza particolare profondità, ma a quel punto risulteranno decisamente noiosi: bisogna pensarci su un po’ per poter trarre qualcosa di buono dalla visione.

Anche il disegno cambia per ogni corto, ma personalmente (a parte due episodi, “Shangai Dragon” e “Baby Blue”) ho trovato la qualità abbastanza bassa, dovuta probabilmente all’approccio sperimentale dell’opera. L’audio è invece curato molto meglio, con una colonna sonora interessante.

Insomma, è difficile descrivere una serie di corti così diversi tra loro: si può tuttavia dire che Genius Party è un progetto sperimentale abbastanza ben riuscito, che tramite diversi punti di vista di diversi autori consegna allo spettatore degli spunti di riflessione, alcuni più semplici ed altri più intricati, per far funzionare un po’ il cervello. Questo non può mai essere un male.

Voto: 8. Sperimentale al massimo, e non tutti i corti sono troppo apprezzabili: si lascia però guardare con piacere, e un paio di vicende sono decisamente interessanti.

Consigliato a: chi ama gli esperimenti; chi vuol vedere cosa fanno sette autori famosi quando vien lasciata loro carta bianca; chi si chiede cosa sarebbe la prima cosa che un bambino non troppo sveglio desidererebbe, se avesse la possibilità di avere tutto ciò che vuole.

 

First Squad: The Moment of Truth 17 Agosto 2009

Archiviato in: Studio 4°C — khorn3 @ 12:07
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…Nella seconda guerra mondiale, occultismo e presenze dall’inferno vengono combattute per sconfiggere le SS!

First Squad: The Moment of Truth

Ci troviamo nel 1942. La guerra sul fronte russo/tedesco sta oramai continuando da diverso tempo, e le forze in campo tentano di usare ogni mezzo per sopraffarre l’avversario.
Nadya è una giovane medium russa che ha il potere di prevedere il futuro. Dopo un assalto aereo, torna spaesata al Cremlino: scopre in tal sede di esser stata allevata per anni presso una scuola militare al fine di creare delle truppe che possano resistere anche alla morte.
Le truppe tedesche stanno ora per evocare dei malvagi spiriti dal passato, per poter cambiare le sorti della battaglia: l’abilità di Nadya di prevedere i “momenti della verità”, cioé i momenti in cui la storia viene decisa, potrà portarla a salvare l’uomo giusto al momento giusto. Ma riuscirà a farlo da sola? Oppure dovrà richiamare dall’oltretomba i suoi ex-commilitoni? Riusciranno a combattere contro uno spirito che da 700 anni medita vendetta?

L’ambientazione in cui si svolge questo film (interamente parlato in russo, nella sua versione originale) è decisamente curiosa: abbiamo la seconda guerra mondiale che impazza nello sfondo, ma cavalieri medievali e spade sono all’ordine del giorno. Il connubio è tuttavia ben creato, e risulta intrigante.
La trama in sé è abbastanza originale: raramente i buoni vanno a cercare alleati nelle file dei trapassati, ma in questo caso ciò viene fatto. L’unica cosa che può veramente lasciar perplessi è che, più che un film, alla fine risulta essere quasi un trailer: vengono messi in gioco tutti gli elementi della storia, viene dato l’inizio alle ostilità, vengono effettuati i primi scontri… e poi il tutto finisce. Mi auguro che una serie venga a seguire, perché sarebbe peccato buttare così un’ambientazione che fornisce parecchi spunti.

I personaggi sono ben fatti: Nadya passa da un inizio di totale confusione (dopo il bombardamento) ad una risoluzione ferrea. Il cambiamento potrebbe parere subitaneo, e il trucco del “avevi perso la memoria, in realtà sei un supersoldato” non mi è mai piaciuto molto, però la transizione non infastidisce più di tanto. Gli altri membri del gruppo sono un po’ anonimi (anche perché non c’è tempo per svilupparli), ma formano un bel gruppo d’attacco che ha la possibilità di creare un bel macello sul campo di battaglia.
I combattimenti sono infatti ben fatti, anche se non hanno fatto urlare al miracolo assoluto: sono comunque gradevoli e son ben piazzati all’interno della storia.

Un altro punto interessante di First Squad è l’introduzione, qui e là, di brevi pezzi di finte interviste a sopravvissuti di guerra (non disegnati, ma in carne ed ossa). Per quanto la trama sia chiaramente fantasiosa, tutto ciò aiuta a dare l’impressione di assistere ad un documentario più che ad un’opera di finzione, e questo porta ad immedesimarsi meglio nella storia.

I disegni sono di ottima qualità e sono animati bene: le musiche non mi hanno particolarmente colpito, ma il sottofondo è comunque ben realizzato.

In definitiva, First Squad: The Moment of Truth è un simpatico film su un passato alternativo all’interno della seconda guerra mondiale, che fornisce sempre milioni di spunti per rivisitazioni. Qui e lì qualche perplessità sulla logica della trama può esistere, ma si lascia comunque apprezzare soprattutto per le parti d’azione e per alcune idee davvero simpatiche: un simil-templare a cavallo che salta in una trincea a decapitare a spadate i soldati russi è davvero qualcosa che bisogna vedere.

Voto: 8. Speriamo ce ne sia ancora, e della stessa qualità.

Consigliato a: chi apprezza le ambientazioni storiche rimaneggiate; chi ama gli anacronismi voluti; chi vuole ascoltarsi un po’ di russo parlato su disegni giapponesi.

 

Mobile Suit Gundam 1 16 Agosto 2009

Archiviato in: Sunrise — khorn3 @ 11:18
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…A 30 anni dalla sua nascita, il più classico dei robottoni riesce ancora a tenere il passo?

Mobile Suit Gundam 1

Ci troviamo nell’anno 0079 del Secolo Universale, e molti umani oramai vivono in colonie sparse attorno alla terra. Una sanguinosa battaglia è in corso tra varie fazioni: da una parte la Federazione Terrestre, che comprende la quasi totalità dell’umanità, e dall’altra parte il principato di Zeon che, nonostante sia numericamente misero (un rapporto di forze di 30 ad 1), riesce a dare del filo da torcere alle truppe terrestri grazie all’utilizzo di armi rivoluzionarie chiamate Mobile Suit: in pratica, dei robottoni alti circa 4 metri. Le forze terrestri stanno a loro volta sviluppando una nuova Mobile Suit, ma Zeon attacca la colonia su cui quest’ultima sta venendo costruita.
Amuro, il figlio di uno dei ricercatori, si trova coinvolto suo malgrado negli scontri causati dalla succitata situazione: nella confusione e nel terrore che le Suit di Zeon stanno creando nella sua colonia, trova le istruzioni per guidare l’arma segreta oramai pronta: il Gundam, una Mobile Suit armata di tutto punto ed estremamente resistente.
Inizia così la forzatamente rapida crescita di Amuro nel mondo militare, ma nel frattempo la guerra non si placa: Zeon continuerà ad attaccare le colonie senza sosta? Riusciranno gli esuli della colonia di Side 7 a mettersi in salvo? Cosa c’è dietro alla mancanza di supporto che sembrano accusare?

Quando si guarda questo film (che riassume parte della primissima serie di Gundam, andata in onda per la prima volta ben trent’anni fa) bisogna tenere in considerazione la sua età. Parecchie cose possono sembrare vetuste, e parecchi concetti superati: buona parte di tali concetti tuttavia sono nati proprio con questa serie, e non viceversa.
Detto ciò, è bene spendere due parole sulla trama: si può innanzitutto dire che la stessa è ben strutturata, e risulta interessante. Questo film non pretende infatti di raccontare tutta una guerra, ma narra due diversi periodi (la fuga da Side 7 e la militanza in terra) che riescono a trasmettere le sensazioni di angoscia e terrore che un conflitto porta con sé.
Per quanto di sangue ce ne sia ben poco, infatti, le perdite umani sono notevoli, e non sono solo persone “di sfondo” a saltare in aria: anche genitori e amici di vari protagonisti rimangono uccisi dal fuoco nemico, come è brutalmente giusto che sia. L’ambiente è greve e l’angoscia è palpabile: non si cade mai nella depressione, ma il tono rimane sempre molto serio.

I personaggi sono un altro punto sviluppato in maniera notevole, per i suoi tempi: la crescita di Amuro è interessante e passa vari stadi: dalla paura all’esaltazione, dalla presa di coscienza al superamento dei propri timori: il cambiamento durante le vicende narrate è tale che arriva a non esser quasi riconosciuto dalla madre nel suo agire.
Anche i personaggi comprimari non son fatti male, ma risultano molto più statici e non mostrano particolare evoluzione durante il film.

La grafica è chiaramente molto datata, ma con sorpresa devo ammettere che non risulta inguardabile come avevo avuto paura che potesse essere. Le musiche sono adatte al tempo in cui vennero prodotte, e con l’orecchio di oggi gli effetti sonori risultano di qualità decisamente poco eccelsa: fanno però il loro dovere, e quindi non c’è nulla da recriminare.

Insomma, vale la pena di utilizzare due ore e mezzo per guardare un anime di trent’anni fa? Secondo me, sì. In primis perché non è il classico “anime sui robottoni” ma va molto oltre nella sua valutazione, parlando dello sviluppo di un ragazzo e della sofferenza che la guerra porta invariabilmente con sé; è inoltre un pezzo di storia che sarebbe un peccato sorvolare.

Voto: 8. Con gli occhi di oggi non si può dare di più, ma la trama era davvero interessante e ha meritato tutto il tempo della sua visione.

Consigliato a: chi vuole sapere da dove arrivano i nostri robottoni di oggi; chi vuol vedere un anime dove le munizioni finiscono e dove i robot devono venir riparati; chi vuole sentire lo scambio di battute più beceramente maschilista che un anime abbia mai contenuto.

 

Howl’s Moving Castle 17 Luglio 2009

Archiviato in: Studio Ghibli — khorn3 @ 12:47
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In italiano, Il castello errante di Howl:

Howl’s Moving Castle

Siamo in un’ambientazione simil-ottocentesca, ma con gigantesche macchine volanti di vago sapore steampunk. Sophie è una ragazza che vive una vita tranquilla, facendo la cappellaia nell’impresa del padre.
Un giorno, per caso, incontra Howl: egli è un potente mago che guida un castello con l’abilità di vagare nelle terre, per non farsi mai prendere.
A seguito di tale fortuito incontro, tuttavia, Sophie vien maledetta dalla Strega delle Lande, diventando una vecchia signora in un sol colpo. Ella decide pertanto di andare in cerca della strega per farsi togliere la maledizione, e incontra il castello di Howl sulla sua strada: Calcifer, il demone del fuoco che da vita al posto, le promette di liberarla dall’incantesimo se Sophie lo aiuterà nel fuggire dalla sua prigionìa. Inizia così il curioso viaggio dello strano gruppo tra magie, guerre e un pizzico di romanticismo.

Descrivere la trama dell’anime oltre questo punto risulta davvero complicato: accadono molte cose, ma trovare un filo conduttore è decisamente difficile. Questa non vuole essere una critica alla struttura della serie, che risulta piacevole da seguire e non risulta mai confusionaria: vuol tuttavia dire che più che un anime da seguire, questo è un anime da sentire.
Ritengo infatti che il difficile nel descrivere Il Castello Errante di Howl sia proprio questo: non si capisce cosa c’è che interessa ed attrae, ma si risulta ugualmente immersi nelle vicende che seguono i personaggi che si incontrano.

Accennando ai personaggi, è bene spendere due parole su di essi: nel film non vengono mai presentati a fondo i passati dei vari protagonisti (a parte Howl, di cui si scopre qualcosa, e Sophia, di cui si vede un pezzo di vita all’inizio), ma essi risultano comunque gradevoli e abbastanza completi, per il ruolo che hanno da ricoprire. Particolare simpatia suscita Calcifer, il fuoco di casa, che si comporta esattamente come ci si aspetterebbe da un fuoco senziente: vuol bruciare e bruciar tanto, teme l’acqua e chiede d’esser ravvivato col timore di spegnersi per sempre.

La grafica porta il tratto riconoscibile dello Studio Ghibli, ma sicuramente molto meno di altri lavori: la CG viene usata in maniera abbastanza intensa, e risulta abbastanza gradevole alla vista. Splendido soprattutto il castello in movimento, che ha un’aria maestosa e intrigante.
Le musiche sono tuttavia abbastanza anonime, e non aiutano molto a suppotare le varie scene che ci si trova ad osservare.

Insomma, che dire del Castello Errante di Howl? Che è un film animato strano, molto strano. Non si riesce a capire cosa ci sia di piacevole, ma piace; non si comprende quale sia la trama, eppure la si segue; non si vede qual è l’obiettivo dei personaggi, eppure si capisce se ci stanno riuscendo. Un lavoro davvero curioso.

Voto: 8. In virtù di quanto sopra, non lo classifico sicuramente da capolavoro: sarei tuttavia bugiardo se dicessi che non ho gradito la visione.

Consigliato a: chi non si offende se non capisce ogni singolo perché; chi adora lo steampunk fantasy; chi vuol conoscere Heen, il cane più asmatico del mondo.

 

Freedom 16 Luglio 2009

Archiviato in: Sunrise — khorn3 @ 10:01
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In un futuro lontano, la terra sarà deserta e la luna piena di vita?

Freedom

Ci troviamo nel 2267. Più d’un centinaio d’anni prima, l’uomo stabilì una massiccia colonia abitata sulla luna, per prepararsi alla colonizzazione di marte; la caduta di una stazione spaziale generò tuttavia un cambiamento apocalittico nella metereologia della terra, causando tempeste elettromagnetiche di scala planetaria e rendendo la terra un pianeta morto e inabitabile. La popolazione presente sulla luna abbandonò pertanto la missione riguardante marte, per concentrarsi sulla sopravvivenza del genere umano.

Takeru è un giovane che ha appena finito le scuole dell’obbligo, e dovrà scegliere in cosa impegnarsi a Eden, la sua città: è anche un appassionato di corse illegali, e modifica di continuo il suo veicolo per parteciparvi. A seguito di una punizione data dal severo governo, si ritrova a dover fare lavori di manutenzione a titolo volontario all’esterno delle cupole, sulla superficie lunare. È in tale occasione che vede cadere uno strano oggetto, e quando si avvicina trova i resti di un piccolo razzo con la fotografia di una bellissima ragazza in un luogo sconosciuto, e su cui c’è scritto “Noi stiamo bene. E voi?”.
Parte quindi la ricerca di tale misteriosa persona. Da dove arriva il messaggio? La terra non è forse un pianeta morto come si pensava? E se così fosse, perché ciò è stato tenuto segreto a tutti?

La storia è parecchio inusuale, e molto interessante. Ho trovato l’idea di principio estremamente valida, e mi ha tenuto interessato per tutto il tempo dei 7 OVA che compongono questa serie. La trama è articolata e ben strutturata, ma ha un problema molto grosso: è velocizzata all’inverosimile. Hanno compresso in 7 OVA materiale più che sufficiente a creare una classica serie da 26 puntate, e questo porta ad una continua corsa alla narrazione: la solidità del tutto ne risente molto. Allo stato attuale si vedono tre ragazzini che fanno una gara di velocità, poi trovano una foto e il giorno dopo decidono di partire per la terra: con altre 24 ore sembrano aver imparato a guidare razzi e aver preparato tutto l’occorrente. Sarebbe stato molto meglio un maggior sviluppo delle situazioni (non elencherò quali per motivi di spoiler), perché in questo modo pare sempre che le cose siano state fatte in due minuti, e quando si parla di viaggi spaziali non è molto credibile.
Inoltre, l’intero governo di Eden non è molto logico come elemento: viene sempre fatto notare come una società despotica che vieta ogni libertà eccessiva e mantiene tutto sotto costante controllo, ma le falle nei loro sistemi di sicurezza sono mostruose. Dicono ad esempio di non saper dove sono alcune costruzioni… come se ce ne fossero milioni sulla luna! E questo è solo un esempio delle varie incongruenze in tal campo.
Va detto infine che il rigore scientifico è abbastanza casuale, con navicelle che atterrano dall’atmosfera senza paracadute sulla roccia senza scalfirsi, oppure razzi costruiti da rottami che resistono a stress e calore senza problema alcuno.

I personaggi sono abbastanza carini, anche se abbastanza classici: abbiamo il solito protagonista testone che riesce a fare tutto con la forza di volontà, l’amico che pensa sulle cose e l’amico timido ma esperto di tecnologia: il trio tuttavia funziona bene e i coprotagonisti sono molto belli (la comitiva in stile anni ‘60 con i vecchietti hippie è meravigliosa).

La grafica fa notare il disegno di Katsuhiro Otomo (Akira dice nulla?), ma la cosa caratteristica è che tutto è fatto integralmente in CG. Questo fa risultare i movimenti forse un po’ tanto “legnosi”, ma tutto sommato è una grafica ben fatta ed apprezzabile.
Le musiche sono secondo me ben azzeccate: opening ed ending rispecchiano bene l’ambiente della serie, e nelle puntate il contributo musicale è di qualità.

Leggendo tutto ciò, si potrebbe pensare che Freedom sia una ciofeca siderale: nulla è più lontano dalla verità. È un buon lavoro, con un’idea di base davvero ottima e una realizzazione di tutto rispetto: il fatto di aver buttato via un potenziale capolavoro per pressare tutto in così poco tempo mi ha tuttavia fatto arrabbiare non poco, e da ciò deriva quanto sopra scritto. Gli amanti di Otomo o di una fantascienza relativamente terre-à-terre potrebbero trovare qui pane per i loro denti.

Voto: 8. Dannazione, quanto mi spiace.

Consigliato a: chi ha amato i disegni di Akira, e ne vuole ancora; chi apprezza storie di un certo spessore, anche se raccontate con fretta e moderata superficialità; chi vuol vedere un anime sponsorizzato dai Cup Noodles.

 

Hikaru no Go 3 Giugno 2009

Archiviato in: Pierrot — khorn3 @ 10:27
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È possibile creare un anime di settantacinque puntate su di un gioco sedentario come il go? Pare di sì!

Hikaru no Go

Hikaru è un normale ragazzino di undici anni. Un giorno, mentre sta frugando con una sua amica nel ripostiglio del nonno, vede una vecchia e polverosa tavola di go: stranamente essa ha su una macchia che solo lui può vedere… poco dopo aver notato questo dettaglio, si manifesta dinnanzi a lui lo spirito di Sai. Egli fu un abilissimo giocatore dell’antico Giappone, che centinaia di anni prima aveva accompagnato Shuusaku (il più leggendario giocatore di go di tutti i tempi); vedere la macchia sulla tavola da go vuol dire essere predestinati ad un grande successo in tale disciplina. Peccato che Hikaru non sappia nemmeno da che parte si comincia a giocare… inizia pertanto la loro avventura nel mondo di tale riflessivo gioco, inizialmente per accontentare la voglia di giocare di Sai -e il suo desiderio di riuscire a trovare la Mossa Divina- ma in seguito anche per vedere i progressi straordinari che Hikaru riesce a fare, una volta trovato un obiettivo da perseguire.

La storia di per sé non è nulla di eccezionale, ma da una buona base per spiegare il motivo per il quale Hikaru si interessa al go: inoltre, avere uno spirito come Sai con lui ventiquattr’ore al giorno rende anche molto più credibili i pazzeschi progressi nella sua abilità di gioco (non dimentichiamo che lui è predestinato, dopotutto, e avere Sai che insegna ogni giorno è il meglio del meglio!).
Sin da subito si capisce chi sarà l’antagonista indiretto nell’intera serie: Akira, il prodigioso figlio del più grande giocatore vivente di go, che viene stracciato dall’abilità di Sai (nascosto dietro le fattezze di Hikaru per ovvi motivi).
Un’altra cosa molto piacevole è che in un anime di go si parla di go, e non di mille altre cose: niente storie d’amore, niente problemi vari che complichino tutto, quasi nessuna interruzione dal seguire il proseguire attraverso i vari gradi verso il professionismo. Il fatto stupefacente è che nonostante il go sia un gioco che definire lento è dir poco, e nonostante 75 puntate siano tante da riempire, le uniche puntate che sembrano davvero lente sono quelle in cui non si gioca! Ottimo lavoro è infatti riconoscibile nel rendere interessante e dinamico uno sport che non lo è per nulla; la decina di puntate verso la fine in cui Hikaru decide di non giocare più a go sono infatti di gran lunga i più noiosi. È vero che era un passaggio necessario per la crescita del personaggio, ma avrebbero potuto comprimerlo e ricominciare a giocare prima!
Per fortuna il finale e il successivo OVA puntano più al gioco e meno alle chiacchiere: sebbene la serie non finisca per nulla (il manga è andato avanti per diversi ulteriori capitoli), si giunge ad una “conclusione” abbastanza soddisfacente – sebbene sarebbe stato interessante vedere il torneo delle tre nazioni che si stava prospettando all’orizzonte!

Parlando di personaggi, bisogna dire che uno dei lati più interessanti è il rapporto tra Hikaru e Sai. Raramente capita che due menti debbano dividere lo stesso corpo in tal modo, e in Hikaru no Go i contrattempi non passano di certo inosservati: come può un ragazzino di unidici anni giocare come il più esperto dei professionisti? Inoltre, quando Hikaru decide di imparare sul serio a giocare e seguire la via di Akira, la gente attorno a lui vede un peggioramento abissale: da genio diventa l’ultimo della classe, perché deve imparare da zero. Questa è una “macchia” che lo segue lungo tutta la serie, e di certo fa onore al rigore logico seguito dagli altri personaggi.
I coprotagonisti sono ben studiati, sebbene non molto profondi: il loro avvicinarsi ed allontanarsi ad Hikaru non è dettato da stupide scuse quali un trasloco o un nuovo studente, che sono dei pretesti oramai vecchi.
In questo caso, invece, questo segue le vicende e i successi/insuccessi del protagonista: quando punta al professionismo deve per forza abbandonare il vecchio club di go, e i personaggi ad esso correlati passano ovviamente in secondo piano; quando passa gli esami, chi non ce l’ha fatta rimane indietro e via dicendo. Questo è valido anche per le nuove sfide ed i nuovi incontri.

Il disegno inizialmente è davvero terrificante, e verso la fine diventa quasi accettabile: decisamente lo Studio Pierrot in questo ambito non si è sforzato per nulla. Le musiche sono invece fatte in maniera apprezzabile, con opening/ending simpatiche e musiche durante le puntate che aiutano a creare un’atmosfera più dinamica ed evitare l’”effetto-mortorio” che una normale partita di go potrebbe avere sull’osservatore casuale.

Insomma, cosa pensare di Hikaru no Go? È sicuramente una serie lenta e calma, ma non arriva quasi mai al punto di diventar noiosa. Presenta uno splendido gioco come il go in maniera istruttiva e piacevole, portando nel contempo personaggi interessanti e sfide avvincenti.
Va inoltre segnalata la SPETTACOLARE idea, alla fine delle puntate, di inserire un piccolo angolo gestito dall’avventente professionista di go Yukari Umezawa, che puntata per puntata parte dalle regole più semplici fino a dare consigli sul controllo del territorio e sulla gestione degli attacchi nemici sul campo di battaglia del go. Questo aiuta a capire meglio cosa succede durante le puntate, dato che non è particolarmente divertente vedere i personaggi trasalire per una mossa di cui non si comprende assolutamente il senso, ed inoltre insegna anche ai più profani la base del gioco.
Senza contare che lei è un gran bel vedere, ovviamente.

Voto: 8. Ha i suoi alti e bassi, ma fare così tante puntate senza diventar noiosi è un pregio notevole.

Consigliato a: chi ama i giochi da tavola; chi non cerca folle azione, ma si accontenta anche di qualcosa di più riflessivo; chi vuol sapere, d’ora in poi, con quale nick entrare in una partita online di go/shogi.

 

Pale Cocoon 6 Maggio 2009

Archiviato in: Studio Rikka — khorn3 @ 09:41
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Un OAV di soli 20 minuti in un misterioso futuro.

Pale Cocoon

Ci troviamo in un lontano futuro, attorno al 2500-2600. L’umanità oramai vive al chiuso, in immense costruzioni simili a fabbriche dove si muovono e vivono: nessuno più vede il cielo da secoli.
Per ricostruire il mondo come era un tempo, prima di un inquinamento che ha portato alla sua progressiva distruzione, Uta lavora al dipartimento di archeologia: si occupa di restaurare i dati degli archivi che vengono trovati ricostruendo immagini, video e suoni provenienti dalle epoche passate. La sezione è sempre meno popolata poiché l’interesse verso “il mondo che fu” è sempre minore; un giorno tuttavia riceve da esaminare un paio di files che portano Uta a chiedersi il significato del suo lavoro e del mondo che ora lo circonda.

Di certo questo anime della durata di soli 20 minuti riesce a colpire molto più di quanto non ci si aspetterebbe, soprattutto nella prima parte. Ci si trova in un mondo dal sapore vagamente cyberpunk secondo me molto ben realizzata. Già nei primi due o tre minuti l’ambiente riesce a rapire l’occhio dello spettatore, e i discorsi che Uta fa con colui che gli passa il lavoro fanno capire una cosa sulla quale spesso non si ragiona: così come il mondo di duemila anni fa è una materia per noi misteriosa e piena di dubbi, ugualmente tra duemila anni sarà la nostra per le civiltà del futuro. Non è nulla di particolarmente scioccante o complicato, ma spesso si è portati a pensare che ciò che esiste ora durerà per sempre, e Pale Cocoon è qui per ricordarci che ciò non è vero.

La storia in sé inizia bene, benissimo, meravigliosamente: il finale poteva puntare alla speranza oppure alla disperazione, e la strada che sceglie secondo me è stata la meno indicata. Inoltre, il momento clou non è intenso come probabilmente lo si vorrebbe. Questo non toglie tuttavia che gli argomenti portati all’inizio e un paio di toccate di stile verso la fine rimangono validissimi.

Ovviamente in soli venti minuti è difficile valutare il protagonista e la sua accompagnatrice, ma i realizzatori hanno fatto del loro meglio su di loro e risultano coerenti e caratteristici: testardo lui, disillusa lei, in un ambiente che non lascia molto spazio per altri sentimenti possibili.

Il disegno è bello, con un massiccio uso di CG in maniera parecchio gradevole; anche la parte sonora aiuta a creare l’ambientazione in cui la storia si muove.

Insomma, Pale Cocoon è una piccola gemma per chi apprezza una fantascienza cupa che però non cada nel claustrofobico: ha i suoi problemi e non è probabilmente definibile come un capolavoro, ma con la sua breve durata riesce a colpire in un paio di punti e a dare un paio di spunti intelligenti.

Voto: 8. Come Hoshi no Koe, ha i suoi difetti ma 20 minuti li si possono dedicare senza tanti problemi.

Consigliato a: chi vuole della fantascienza con degli argomenti non proprio innovativi, ma guardati in maniera interessante; chi apprezza i brevi OVA; chi si chiede come sarà il cielo in futuro.