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Anime Reviews

Samurai 7 28 Settembre 2009

Archiviato in: GONZO — khorn3 @ 10:59
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…Tratta dal più famoso film di Akira Kurosawa, una trasposizione steampunk dei sette samurai.

Samurai 7

Ci troviamo in una curiosa ambientazione, in una via di mezzo tra il Giappone del 1700 e un’epoca futuristica. L’occupazione principale del popolo è coltivare riso, solo per vedere il proprio raccolto rubato ogni anno dai banditi. Essi sono dei sopravvissuti alle precedenti guerre, per le quali avevano modificato il loro corpo diventando, di per sé, delle macchine: alcuni arrivano anche ad essere alti alcune decine di metri.
Il paesello chiamato Kanna decide di non voler più accettare una simile situazione, ed invia una piccola delegazione nella vicina grande città per cercare un samurai che possa difenderli. Anche i samurai, infatti, dopo le guerre sono diventati “disoccupati”: riusciranno tuttavia a convincerne uno (o più) promettendo solo del riso? Qualcuno si imbarcherebbe ancora in una missione rischiosa e senza gloria?

Dirò immediatamente una cosa: io non ho visto il film I Sette Samurai da cui questo anime trae massiccia ispirazione. Valuterò pertanto il lavoro per quello che è, e non come trasposizione.
Detto ciò, iniziamo a valutare la trama: quanto detto sopra rappresenta grosso modo la prima metà della serie, che dura un totale di ventisei puntate: essa è anche la parte più interessante. La ricerca dei samurai necessari all’opera, la formazione del gruppo, il viaggio di ritorno e la strenua difesa del paese contro i malvagi è simpatica da guardare, e la storia è abbastanza intrigante. Va inoltre detto che la situazione sociale rispecchia -seppur in maniera grossolana- ciò che accadde quando in Giappone i samurai divennero superflui, dopo le grandi guerre interne: alcuni diventarono criminali, altri si riciclarono in posti di potere e altri ancora semplicemente si rifiutarono di cambiare e vagarono per il mondo in cerca di un posto per loro.

La seconda parte, purtroppo, vede un deciso peggioramento della trama: è anche la sezione che è inventata di sana pianta dai creatori, e che non esiste nel film (che dovrebbe terminare con la difesa del villaggio). La seconda metà si rivela una specie di intrigo politico che riguarda i vertici del potere, e che solo di riflesso comprende i protagonisti – che ne rimangono infatti invischiati solo per liberare un paio di persone tenute prigioniere nella capitale. Le idee date dal “cattivo” non sono malaccio, ma sembrano un po’ buttate là: soprattutto, non si capisce come un personaggio voluttuoso e umorale come Ukyo, che per tutta la parte iniziale sembra un idiota, possa organizzare un simile piano teoricamente a prova di bomba. Anche gli altri personaggi si appiattiscono, perdendo la loro verve e le loro peculiarità che li contraddistinguono inizialmente.
Fortunatamente il finale, se si riesce a decontestualizzarlo dalla deludente parte che lo precede, è bello: inizia in maniera davvero tamarra (spadate che riflettono raggi laser del diametro di due metri, mezzi di trasporto che veleggiano su onde energetiche sparate da vecchie astronavi,…), ma quando la rissa si sposta ad un livello più umano la qualità sale notevolmente, e diverse sorprese attendono lo spettatore.

Parlando di personaggi, devo dire che è forse la parte che è stata meno sviluppata. I sette samurai sono molto diversi gli uni dagli altri, ed ognuno ha il suo carattere e le sue diverse abilità: uno è bravo in meccanica e ingegneria, uno è un bravo stratega, uno è un becero bonaccione che sa dire le cose come stanno senza giri di parole,… il gruppo risulta ben costruito, ma i personaggi non si sviluppano quasi per nulla in tutta la serie. La cosa è anche abbastanza comprensibile dato che fondamentalmente sono quasi tutti guerrieri esperti che hanno avuto il tempo di forgiare il loro carattere in battaglia: tuttavia qualche lieve cenno di miglioramento in più sarebbe stato apprezzabile. L’unico samurai che è nel gruppo con lo scopo di crescere, Katsushio, ci riesce ma non in maniera troppo lineare: rimane inutile per il 70% del tempo, e poi in maniera improvvisa diventa un mostro di potenza. Si capisce che la battaglia fa crescere in fretta, ma così è un po’ troppo!
Gli altri personaggi risultano purtroppo abbastanza anonimi. Kirara, che dovrebbe essere un personaggio centrale e che inizialmente mostra doni di preveggenza, perde rapidamente il suo ruolo e diventa una semplice accompagnatrice: lo stesso accade per tutti gli altri personaggi non combattenti, che vengono relegati a ruoli puramente secondari e che quindi non ricevono alcuna attenzione nello sviluppo del personaggio.

Due parole vanno spese anche in merito all’ambientazione e ai combattimenti.
Sul primo argomento devo dire che il mix tra passato e futuro risulta in massima parte molto ben fatto: se si riesce ad accettare che una spada sia un’arma di potenza inusitata (può segare in due astronavi, deflettere proiettili, segare case, macinare metallo come fosse burro e via dicendo) l’ambiente sarà abbastanza godibile. In un paio di punti abbastanza focali, purtroppo, non viene fatto un uso accorto della tecnologia che i personaggi hanno a disposizione: questo è un peccato – anche se probabilmente è meglio così, perché se i cattivi avessero saputo usare le armi a loro disposizione non ci sarebbe stata storia.
I combattimenti sono in buona quantità, anche se viene lasciato abbastanza spazio ad altro: essi sono creati con fortune alterne. In linea generale, quelli che sono “realistici” (persona contro persona) sono ben fatti, mentre quelli con persone contro robot, astronavi, città e quant’altro sono poco interessanti. L’idea di per sé che un personaggio possa segare in due un mech mi può anche andar benissimo, ma è proprio come il combattimento funziona a non essere attraente da vedere.

I disegni sono di qualità un tantinello bassa secondo me, per essere del 2004 e per aver avuto un budget di circa 300′000 dollari a puntata. Il tratto di per sé è gradevole, ma ci sono qui e là alcune cadute di stile e una puntata disegnata in maniera inqualificabile: inoltre, la CG è usata in maniera non proprio ottimale.
Le musiche invece sono di ottima qualità, e riprendono molto le musiche tradizionali giapponesi. Opening ed ending sono più moderne, ma risultano comunque orecchiabili.

In definitiva, Samurai 7 è un lavoro di decente qualità, che potrà sicuramente piacere a chi ama le spade: ha i suoi difetti, soprattutto nella seconda parte e nella relativa lentezza della prima, ma si lascia guardare.

Voto: 7,5. La prima parte meriterebbe di più, ma viene frenata dal resto.

Consigliato a: chi apprezza i samurai; chi non bada agli anacronismi; chi ha visto il film di Kurosawa e vuol farsi un’idea sua della trasposizione animata.

 

Majokko Tsukune-chan 9 Settembre 2009

Archiviato in: XEBEC — khorn3 @ 11:20
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…Un po’ di sano delirio in sei corte puntate senza senso.

Majokko Tsukune-chan


Tsukune è una piccola strega, dall’età stimabile di dieci anni, che gira il mondo a fare del bene a cavallo della sua scopa. Purtroppo non è particolarmente abile nel suo lavoro, poiché spesso non risolve i problemi, peggiorandoli o creandone altri. L’importante, comunque, è la buona volontà: lei ce la mette tutta per diventare una buona streghetta, nonostante le mille peripezie che le si parano davanti.

Come si può capire dalla storia, queste sei puntate da tredici minuti (sigle comprese) non sono certo da osservare per la trama. Le vicende durano 3-4 minuti e sono scollegate le une dalle altre: sono unicamente vicende che capitano a Tsukune, e che lei risolve in un modo tutto suo.
Il filone in cui questo anime si inserisce è quello della nonsense comedy: si posson riconoscere notevoli familiarità con Bokusatsu Tenshi Dokuro-chan o Dai Mahou Touge, sebbene questo lavoro punti un po’ meno sulla violenza bruta e un po’ più sulla semplice e banale stupidità senza senso. Questo non vuol dire che i personaggi non muoiano nelle più disparate forme (il sindaco fannullone, ad esempio, morirà una dozzina di volte, in vari episodi, e ogni tanto non ci sarà nemmeno un perché), ma lo fanno in maniera un po’ meno cruenta rispetto agli ilari massacri proposti dagli altri due titoli. Spesso, invece, ci si trova ad assistere a scambi di battute parecchio fulminei, che spiazzano e divertono non poco proprio in virtù della loro semplicità ed immediatezza.

I personaggi, per quanto semplici e poco profondi (vorrei vedere una caratterizzazione fatta in circa 50 minuti di proiezione!), risultano decisamente simpatici. Tsukune è la classica strega con la testa all’aria, la sua mascotte… beh, non fa in tempo a presentarsi granché (e non dico altro), il sindaco è un allegro fannullone e generalmente tutti i personaggi risultano istintivamente simpatici. Questo aiuta parecchio l’aspetto comico, poiché un branco di personaggi antipatici non avrebbe divertito nemmeno un po’.

Il disegno è semplice e di bassa qualità, ma è un tipo di grafica che si adatta perfettamente allo stile dell’anime: i disegni raffazzonati rinforzano l’aspetto di stupidità generico che aleggia attorno alla serie. Di sorprendente qualità, invece, opening ed ending: non sono dei capolavori, ma risultano decisamente carine ed orecchiabili.

Insomma, conviene guardare questo curioso anime? Secondo me sì, perché qualche risata la strappa. Occupa poco tempo, le sue puntate possono essere usate per alleggerire visioni più pesanti e in fin dei conti è fatto decentemente bene.

Voto: 7,5. A me, un paio di volte, ha fatto sghignazzare ad alta voce. Questo non può che essere un merito.

Consigliato a: chi ha un’oretta in cui spegnere il cervello; chi ride di mazzate in faccia, maialini arrosto, starnuti esplosivi e quant’altro; chi vuol conoscere la mascotte meno longeva del mondo degli anime.

 

Summer Wars 17 Agosto 2009

Archiviato in: Madhouse Studios — khorn3 @ 09:32
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…Dal compleanno di una nonnina alla fine del mondo in sole 24 ore?

Summer Wars

Ci troviamo nel 2010. Esiste oramai un programma che potrebbe essere definito come una fusione tra Facebook, Second Life e qualsiasi sito bancario/di servizi del mondo. Praticamente ognuno ha un account, e in tale sistema si può fare tutto: dal chattare con gli amici con il proprio avatar al pagare bollette, dall’inviare le dichiarazioni delle imposte all’ordinare cibo a casa, dal lavorare al votare,… qualsiasi servizio possa venire in mente, lì c’è. Questo sistema è chiamato OZ, e ha un sistema di sicurezza virtualmente imbattibile per ovvi motivi.
Kenji è un adolescente dotatissimo per la matematica, che come lavoro part-time aiuta ad effettuare la manutenzione di alcuni servizi periferici di OZ. Essendo decisamente impacciato nelle relazioni sociali rimane pertanto strabiliato quando Nasuki, la più bella della scuola, gli chiede di punto in bianco di andare in vacanza nella sua casa estiva con lei per le vacanze estive!
Inutile dire che c’è la fregatura… in realtà Natsuki ha bisogno di lui poiché ella aveva promesso alla nonna, che compirà 40 anni proprio in quei giorni, che si sarebbe presentata con il suo futuro marito. Kenji si trova pertanto a dover reggere il gioco con una famiglia numerosissima e a dir poco eclettica, tentando di mantere il segreto.
La prima sera riceve un messaggio da un misterioso mittente, riportante solo numero: Kenji, quasi per automazione, si mette pertanto a decifrare il messaggio ed invia la risposta. Il giorno dopo si sveglia per scoprire che il sistema di OZ è stato hackato e che migliaia di account sono stati rubati, e pare essere lui il colpevole! Ma chi può essere stato? Quali sono i pericoli di una valanga di account rubati, in un sistema del genere? E cosa potrà fare Kenji per evitare il disastro e salvare contemporaneamente la faccia con la famiglia di Natsuki?

La trama, come si può notare, è poco ortodossa e abbastanza originale. Ci sono due argomenti principali che vanno di pari passo: il rapporto tra Kenji e la famiglia di Natsuki e il tentativo di rimediare all’apocalisse informatico che si sta consumando sotto i loro occhi. Purtroppo le due cose non vengono legate troppo bene, e pare sempre di assistere a due argomenti separati che poco hanno a che fare l’uno con l’altro.
La parte più “tecnica”, legata all’aspetto informatico della questione, non è secondo me curata in maniera molto logica: è un peccato, perché con il budget della Madhouse si sarebbe potuta creare una realtà virtuale che assomigli a qualcosa di un po’ meglio di una città di Second Life creata da un principante. Anche i combattimenti virtuali che si svolgono tra avatar (?) non sono esattamente meravigliosi.
Il lato famigliare, invece, è decisamente ilare e parecchio gradevole da seguire, soprattutto in virtù della particolarità di alcuni elementi della famiglia: tengono alto il morale ed evitano che il passo della serie rallenti salvando pertanto la parte meno emozionante dalla noia.

Parlando di parenti, un paio di parole vanno spese in merito ai personaggi: curiosamente, i due elementi più anonimi sono i protagonisti, Kenji e Natsuki. Il primo è il classico sfigato che alla fine riesce a fare l’exploit della sua vita rivelandosi un vincente, e la seconda è anonimissima e senza gran personalità fino a due minuti dalla fine.
Gli altri, invece, sono personaggi semplici ma ben caratterizzati, ognuno con i suoi tratti distintivi: per essere contenuti all’interno di un singolo film da un paio d’ore, ciò è stato fatto decisamente bene. Nota di particolare merito alla nonnina, vero punto focale della famiglia dal primo all’ultimo minuto di proiezione e fonte di saggezza inenarrabile.

Il disegno è molto ben fatto e le musiche, anche se probabilmente non entreranno negli annali della storia, si lasciano comunque ascoltare senza problema alcuno.

In definitiva, Summer Wars è un film carino che porta un paio di elementi interessanti (la gestione dei dati e delle responsabilità in un mondo governato dalla Rete), che però vengono trattati in maniera superficiale e senza pretese di profondità; ha una trama abbastanza affascinante che purtroppo pare ogni tanto contenuta in vari compartimenti stagni, che mal si collegano tra di loro spezzando il ritmo del film.

Voto: 7,5. Abbastanza divertente, abbastanza interessante, abbastanza intrigante, ma non un granché in più.

Consigliato a: chi vuole un film leggero per passare un paio d’ore tra computer e campagne giapponesi; chi ama le famiglie allargate con parenti che fanno le cose più disparate; chi vuol vedere la Rete del futuro… anche se si spera che la grafica sia un po’ migliore!

 

Royal Space Force: the Wings of Honneamise 13 Agosto 2009

Archiviato in: Bandai Visual Co., Ltd., GAINAX Co., Ltd. — khorn3 @ 10:25
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…L’inizio del mito: il primo film dello Studio Gainax.

Royal Space Force: the Wings of Honneamise

Ci troviamo in un’ambientazione paragonabile ai giorni nostri, ma in una realtà alternativa: su questo pianeta non si è mai arrivati fino alla luna, e le grandi nazioni dominanti sono impegnate in un’estensiva guerra fredda. Shirotsugh Lhadatt da bambino sognava di pilotare dei caccia militari, ma purtroppo la sua scarsa abilità scolastica l’ha portato su un’altra strada: lavora nella Royal Space Force, l’ente che nel regno di Honneamise dovrebbe occuparsi dell’esplorazione spaziale. La realtà è tuttavia che non c’è alcuna effettiva ricerca in corso, e il tempo passa oziando e sperimentando fallimentari razzi in un ambiente annoiato e decisamente poco stimolante.
Dopo l’incontro con Riquinni, una ragazza che tenta di far proselitismo religioso, Lhadatt guadagna molto più spirito nel perseguire lo scopo di viaggiare nello spazio: tensioni politiche in aumento portano inoltre ad un rinnovato interesse per la corsa allo spazio. Riusciranno gli astronauti in erba a volare senza incidenti? Il viaggio nello spazio sarà ricordato come successo scientifico o mossa politica? Cosa si cela dietro agli interessi che circondano il razzo in costruzione?

La storia di Wings of Honneamise inizia in maniera lenta, decisamente troppo lenta: inizialmente non si vede accadere granché, e l’unica cosa interessante è il lancio del succitato razzo. I problemi tecnici e le mille problematiche sono estensivamente esplicate, e non mancano, ma questo non riesce a dare il giusto passo e la noia rischia di fare capolino. In seguito, tuttavia, l’anime prende più velocità, e gli eventi si susseguono con un ritmo molto più cadenzato: lo sviluppo del protagonista prende il sopravvento sulla mera parte tecnica, e Lhadatt inizia a sviluppare la sua personalità, in precedenza rinunciataria e svogliata. Durante la visione della seconda parte, si vede un ulteriore cambiamento: dopo aver parlato dello sviluppo del protagonista e di chi lo circonda, si finisce a parlare dello sviluppo dell’umanità intera, e della brutta abitudine di ripetere gli errori all’infinito.
Tutta questa carne al fuoco, unitamente a notevoli intrighi politici e dimostrazioni di coraggio personale, fanno sì che la seconda parte del film passi con molta più facilità rispetto alla prima, e apportano anche dei ragionamenti decisamente interessanti.

La cosa che risulta forse più impressionante è tuttavia l’ambientazione: alla creazione della stessa è stata dedicata una cura quasi maniacale, con l’invenzione di scrittura e lingue apposite. Una geografia creata ad hoc e delle religioni create dal nulla fanno capire che l’attenzione per il dettaglio in questo ambito è stata assoluta, con il risultato di aver creato un mondo in cui ci si può immergere con tranquillità poiché risulta coerente e intrigante.

I personaggi focali non sono tantissimi, ma l’attenzione è quasi esclusivamente focalizzata su Lhadatt. Anche Riquinni e Minna hanno il loro tempo, ma non si sviluppano granché. Il protagonista, come detto sopra, segue invece un notevole processo di evoluzione: a parte l’iniziale enfasi in un lavoro che prima non lo interessava minimamente, che pare decisamente esagerato, per il resto lo sviluppo che porta un ragazzone a diventare un uomo è ben realizzato. Paure, timori, preoccupazioni e pensieri risultano reali anche se applicati ad un mondo diverso e a problematiche che non sono di tutti i giorni: la graduale perdita d’innocenza di Lhadatt verso un mondo corrotto e approfittatore è notevole e ben fatta.
Anche alcuni ragionamenti sull’umanità in generale fatti da Lhadatt sono notevoli: il gusto per la guerra e il sacrificio di ogni cosa per poter prevalere su qualcun altro sono due pecche umane che vengono ben rappresentate, spesso in maniera parecchio simbolica, e danno un livello di lettura non indifferente.

I disegni sono chiaramente datati (dal 1987 ad oggi ne è passata di acqua sotto i ponti), ma risulta comunque gradevole da vedere. Le musiche sono particolari, estremamente anni ‘80, e non posso dire che mi siano piaciute tutte: in alcuni aspetti avrebbero potuto utilizzare effetti sonori migliori, ma come lavoro d’esordio è decisamente accettabile. La strana ed intrigante ending si fa apprezzare.

Che altro dire di questo film che ha segnato il punto di partenza di una delle più grandi case d’animazione giapponesi? Beh, le sue pecche le ha, e la prima parte passa in maniera davvero lenta e pesante; nel restante tempo il tutto si risolleva invece non poco, e già si riesce a vedere l’impronta di psicologia e filosofia che permea tanti dei lavori della Gainax.

Voto: 7,5. Ha sentito il passare del tempo, ma è un pezzo di storia.

Consigliato a: chi vuole vedere come è nato un colosso; chi è attratto dagli intrighi politici; chi vuol vedere il gruppo di scienziati più sciroccato del mondo.

 

Kite 1 Giugno 2009

Archiviato in: Arms Corporation — khorn3 @ 10:17
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Violenza, criminalità, pistole e vendetta.

Kite

Sawa è una liceale a cui sono stati ammazzati i genitori. È in seguito stata presa in custodia Akai, un loschissimo figuro che lavora in polizia ma segretamente gestisce un gruppo di assassini. In seguito alla promessa di trovare gli assassini dei suoi genitori, inizia anche lei ad uccidere per mestiere: ma oltre ad approfittare di lei, Akai si interessa del caso? Cosa si nasconde dietro ai gesti dei vari personaggi? Chi ha in mano la verità?

Va innanzitutto detta una cosa: di Kite sono reperibili due versioni, una censurata e director’s cut. La prima dura circa 45 minuti e taglia tutte le scene di sesso esplicito, che invece nella seconda ci sono e ammontano a circa una decina di minuti: se del caso, quindi, reperite il file che più si addice ai vostri gusti. Nella versione censurata, comunque, non viene tagliato alcun elemento della trama.

Parlando di trama, la stessa è molto semplice. A ben pensarci ci sono anche alcuni buchi nella storia (che non svelerò per evitare spoiler), ma dopotutto si inizia a vedere Kite con l’intenzione di guardare un’oretta di violenza, corpi che esplodono e pungiglioni che trafiggono arti: di certo non ci si mette a cercare chissà cosa nella narrazione. Va tuttavia detto che nella seconda parte ci sono un paio di momenti in cui si rimane decisamente spiazzati, e il finale lascia asssolutamente di sasso: questo è un punto secondo me positivo.

I personaggi sono parecchio caratterizzati ma molto poco sviluppati: si capisce subito chi sono i bastardi (anche se verrebbe da dire “tutti”, visto l’ambiente in cui ci si trova), ed essi si comportano come tali. Anche la protagonista non è certo un personaggio che parla granché, ed infatti buona parte del tempo lo passa sparando o infilzando qualcuno.
Parlando di violenza, si può di certo dire che le scene d’azione sono ben fatte: sono poco credibili in alcuni punti, ma la spettacolarità compensa la mancanza di realismo in maniera più che abbondante. I proiettili esplosivi sono un punto aggiuntivo a favore dello splatter, che regna incontrastato in Kite. Data la grande violenza, anche la versione censurata è pertanto sconsigliata agli impressionabili e ai più giovani: anche senza le parti di sesso, rimane una produzione destinata ad un pubblico adulto.

I disegni, per essere del 1998, non sono malaccio: non sono nulla di che, ma le carenze nel disegno e nell’animazione “normale” spariscono quando la gente inizia a menarsi. In questo, Kite non si distanzia da Mezzo DSA, altro prodotto degli stessi creatori.
Il sonoro è invece praticamente inesistente: nessuna opening, nessuna ending, nessuna musica particolare. Non valutabile.

Insomma, perché guardare Kite? Beh, per avere tre quarti d’ora di sangue, cattiveria e tradimento (e sesso, a dipendenza se è la director’s). Io non posso negare di essermi divertito e, nonostante riconosca tutte le limitazioni di un prodotto certamente lontano anni-luce dalla perfezione, devo dire che son stato contento di aver dato una possibilità anche ad un prodotto usualmente fuori dai miei standard.

Voto: 7,5. Bang, bang! Aaargh! Bastardo! Bang bang! Zack!

Consigliato a: chi adora l’ultraviolenza; chi non si offende per qualche scena di sesso (o non ha i genitori che guardano da dietro la schiena); chi vuol scoprire quale è il personaggio di Hollywood che ha un gemello segreto.

 

Kamen no Maid Guy 23 Aprile 2009

Archiviato in: IMAGIN, Madhouse Studios — khorn3 @ 10:35
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Il camerierO più incredibile del mondo difende una giovane e ricca superdotata… cosa ne potrà saltare fuori?

Kamen no Maid Guy

Naeka è una 17enne che vive una vita all’apparenza normale, ma in realtà è la futura erede di una ricchissima famiglia: ha sempre espresso il desiderio di avere una casa comune e il nonno l’ha accontentata, ma con l’avvicinarsi della sua maggiore età ci saranno sempre più attentati alla sua vita per impadronirsi della colossale eredità. Vengono pertanto assunti due servitori per seguirla e proteggerla: Fubuki, una maid dai modi cortesissimi ma dall’insospettabile violenza e Kogarashi, un maid mascherato dal fisico paragonabile a quello di un wrestler sovralimentato, che risulta essere delicato come un carro attrezzi arrugginito ma potente come una supernova in esplosione.

La vita di Naeka e di chi la circonda, durante le dodici puntate di questa serie, è quindi messa in pericolo principalmente da due cose: i nemici che vogliono accaparrarsi l’eredità (e son pochi), e… le persone che vogliono metter mano alle gargantuesche tette della prosperosa adolescente, per amore o per invidia. Il fulcro di quasi tutte le puntate -sempre autoconclusive- è infatti in qualche modo la coppia di mammelle che Madre Natura ha gonfiato oltremisura sul petto di Naeka. Il lato ecchi è pertanto parecchio pronunciato, con una quantità di fanservice abbastanza alta, ma rimane comunque lontano dalla totale volgarità che si raggiunge in altre serie. Bisogna però dire che alla decima puntata in cui chiunque orbita attorno alle tette di Naeka la cosa inizia a farsi un po’ ripetitiva. La storia, inoltre, non termina: questo da però poco fastidio perché non c’è una vera trama che attraversa la serie, ma solo alcune indicazioni di fondo: c’è il chiaro indirizzo per una nuova serie, ma nulla viene lasciato davvero in sospeso.

Il punto forte di questa serie è, senza alcun dubbio, Kogarashi. Gli altri personaggi sono infatti carini ma non determinanti, e risultano abbastanza normali (anche se ogni tanto i punti deboli di Fubuki la fanno scattare in modo quantomeno esilarante); Kogarashi è invece talmente esagerato da risultare grottescamente comico. Non c’è limite al suo potere e alle sue capacità, ha 37 sensi contro i 5 delle persone normali, può paralizzare la gente con la voce, controlla il volo dei corvi, ha capelli prensili e indistruttibili, sopravvive alle bombe, vola facendo roteare la gonna, ha la vista a raggi X… presi singolarmente potrebbero essere dei poteri banali e stupidi, ma combinati nella maniera esagerata e mostruosa di Kogarashi creano un personaggio che riuscirebbe a vincere anche contro il Dottor Manhattan della DC. Il suo stile e le sue soluzioni mostruose sono uno spasso, ma purtroppo si trovano intrappolate in un’ambientazione mediocre (ricordiamoci che tutto gira sempre intorno alle tette di Naeka…), e quindi spesso non possono esprimere tutta la loro spettacolarità. Soprattutto nelle parti iniziali alcune uscite del servo mascherato sono davvero spassose, ma alla lunga anche lui cade un po’ nella ripetitività dell’onnipotenza. Metterlo in condizioni migliori avrebbe permesso ad un personaggio simile di reggere un’intera serie da solo, e qui si trova solo a fare da co-protagonista: peccato.

La grafica, per essere del 2008, non è niente di speciale. Le musiche nelle puntate sono accettabili, l’opening è imho bruttina ma l’ending risulta più simpatica e “Kogarashi-style”.

Insomma, Kamen no Maid Guy è un lavoro mediocre: si lascia guardare e, sopratutto all’inizio, riesce a far ridere ogni tanto: non è niente di speciale e non offre nulla di innovativo (se non il pazzesco personaggio di Kogarashi).

Voto: 7,5. Se avete qualche oretta da impegnare per due risate, dategli un’occhiata.

Consigliato a: chi cerca un ecchi non esagerato, ma comunque presente; chi non si stufa con la ripetitività; chi vuol sentire una risata bellissima, che fa kukuku.

 

Shounan Jun’ai-Gumi 31 Marzo 2009

Archiviato in: J. C. STAFF — khorn3 @ 10:40
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La nascita di una leggenda: la gioventù di Onizuka Eikichi!

Shonan Jun’ai-Gumi

Chiunque avrà visto la serie di Great Teacher Onizuka saprà che il protagonista, Onizuka Eikichi, prima di diventare un docente era il membro del più famoso duo di teppisti che ci fosse in giro: l’OniBaku Duo. Insieme al suo amico di sempre Danma Riuji. In questa serie composta da 5 OAV da circa 45-50 minuti l’uno assisteremo pertanto alle gesta della loro gioventù, quando avevano sedici anni e non pensavano ad altro se non a risse e donne!

Come si capirà da subito, la trama di certo non brilla per originalità. I due protagonisti sono due allupati adolescenti in cerca delle loro prime avventure: la grande differenza sta però nel fatto che essere di fama “quelli da battere dalle gang” li porta ad una quantità di guai e pestaggi senza precedenti.
Le prime due puntate sono assolutamente spettacolari, e riassumono alla perfezione i caratteri che poi si vedranno nella serie principale: Eikichi è un maniaco allupato rissaiolo impulsivo e adora cazzeggiare senza limiti mentre Riuji, per quando dotato anche lui della sua dose di maialaggine, tenta già di ragionare un po’ più sulle cose. Inoltre, mentre Eikichi cerca gnocca in ogni dove, è palese che Riuji punta a qualcosa di più profondo: con il proseguio della serie ne si vedranno anche i frutti. Questo porta a capire maggiormente i motivi che li hanno portati a diventare quelli che si vedranno in seguito.
Le ultime tre puntate, purtroppo, non sono all’altezza delle prime due: il disegno cala notevolmente (credo che il terzo OAV sia stato disegnato dal cane di uno degli uomini delle pulizie della J.C. Staff), e il tono diventa parecchio più serio – sebbene gli intermezzi di stupidità siano ancora presenti. Si perde un po’ l’aria scanzonata che si aveva all’inizio, ma questo può anche essere dovuto al fatto che nelle loro avventure i personaggi crescono e maturano (soprattutto Riuji – d’altra parte, Eikichi sarà un pirla ancora a 26 anni…).
Inoltre, quasi alla fine, si fa l’incontro con un altro personaggio che si vedrà in GTO, ma che non ha continuity: Kadena Nao, che nella serie principale è l’avvenente infermiera e che invece qui è una docente. La cosa di per sé non da fastidio, ma considerando che carattere, presentazione e problematiche sono identiche, sembra quasi di guardare le stesse puntate già viste.

I combattimenti qui sono parecchi, in virtù del fatto che si parla comunque di risse tra bande: anche essi seguono l’andazzo delle puntate, essendo di buona qualità nelle prime due e calando un po’ nelle altre tre. La resistenza del duo OniBaku è incredibile, ma in fin dei conti non sarebbero diventati le leggende che sono se non avessero avuto una buona resistenza ai colpi!

Il disegno, come detto, è altalenante. Nelle migliori puntate è in linea con lo standard dei tempi in cui è stato realizzato. Non esiste opening, e la ending è simpatica ma nulla di particolare.

Insomma, Shounan Jun’ai-Gumi (o Shonan Junai Gumi, come più spesso si trova) è un anime che andrebbe visto da chiunque ha amato la serie di Great Teacher Onizuka: è vero che ci sono molti difetti, ma vedere in azione il duo che avevamo sempre sognato non ha prezzo!
Per chi non avesse visto la serie di cui sopra, invece, la visione è evitabile: non conoscendo i protagonisti l’intrattenimento sarebbe ben poco, e le ultime puntate risulterebbero semplicemente noiose. Aggiungiamo inoltre che non c’è alcun finale, e si capirà perché è un anime dedicato ai soli fan.

Voto: 7,5. Avrebbe potuto essere più alto se avesse seguito lo stile dei primi due episodi, davvero belli e divertenti: peccato.

Consigliato a: chi ha amato GTO; chi apprezza le risse tra bande; chi vuole vedere, seppur solo per qualche attimo, la madre di Eikichi. Chi avrà potuto dare la nascita ad un simile essere?

 

Macross Frontier 27 Marzo 2009

Archiviato in: Satelight — khorn3 @ 06:46
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Come direbbe qualcuno… verso l’infinito, e oltre!

Macross Frontier

La serie di Macross nasce nel 1982, e si compone di molti capitoli diversi: per poter apprezzare appieno la serie creata per i 25 anni di esistenza, un po’ di background sulla serie iniziale può risultare molto utile.

Nell’originale, ci si trovava nel 1999: Durante la terza guerra mondiale un’astronave aliena cadeva sulla terra; gli umani misero da parte le loro differenze e, tramite reverse tecnology, impararono i segreti del movimento a velocità superiori alla luce insieme a tanti altri segreti per il viaggio spaziale. Quando l’astronave era pronta per partire, tuttavia, si presentarono gli originali proprietari per riprendersela… facile immaginare cosa successe poi. Durante la sanguinosa guerra tra umani e Zendradi (gli alieni, che corrispondono a degli umani giganti) si venne a scoprire che entrambe le razze nascevano dalla stessa protocultura, che regnava nell’universo mezzo milione di anni fa; si riuscì a scoprire inoltre che uno degli unici modi di comunicazione con essi era la musica e il canto, internazionale attraverso le galassie.
Lynn Minmay, un’idol finita in maniera rocambolesca a bordo della nave, divenne pertanto un punto focale della riappacificazione delle due razze, diventando l’eroina che salvò l’intera umanità e lanciò la nostra stirpe a cercare nuove case nello spazio.

In Macross Frontier, ci troviamo ora nel 2059: seguiamo una delle navi che sono partite dalla terra al seguito della prima serie: la Frontier, per l’appunto. La storia inizia con Ranka, una ragazzina qualsiasi, che tenta di andare a vedere il concerto di Sheryl Nome, un’idol che si trova sulla colonia per il suo tour. Dopo averla incontrata piuttosto per caso, e aver potuto parlare con lei, anche Ranka decide di seguire la strada del canto per realizzare i suoi sogni; purtroppo, il loro viaggio è disturbato dall’improvviso attacco di una razza aliena insettiforme, i Vajra, che senza motivo apparente iniziano a colpire senza sosta la colonia, minacciandone la sopravvivenza stessa. Come faranno a difendersi? A cosa è dovuta tale insistenza, dopo 40 anni di pace e tranquillità? Il vero pericolo sono solo i Vajra, oppure c’è dell’altro che sta tramando alle spalle dei poveri abitanti di Frontier? E cosa si nasconde nel passato di Ranka, talmente orribile da esser stato dimenticato da lei stessa?

Questa serie offre ciò che ci si può aspettare da Macross: combattimenti tra nemici e astronavi/robottoni, musica e un triangolo amoroso.
La trama in sé inizialmente viene quasi del tutto ignorata, dando ampio spazio allo sviluppo delle relazioni tra i tre protagonisti (Ranka, Sheryl e il fortunato ma stupido Alto). Questo porta ad avere quasi una storia da Harmony piuttosto che una storia di fantascienza: questo non è un problema per chi ama il genere, ma anche in quel campo le banalità e le situazioni-cliché si sprecano.
Passata la prima dozzina di puntate, invece, la situazione si cristallizza e viene inserita la trama vera e propria, che è di qualità altalenante: alcune parti sono simpatiche (soprattutto nelle ultime puntate, alcune rivelazioni e alcuni avvenimenti lasciano di stucco – senza contare le rivelazioni finali, secondo me brillanti), mentre altre sono un po’ traballanti (l’intero agire dei “cattivi” mi ha lasciato un tantinello perplesso). In ogni caso la storia si lascia guardare senza problemi, anche se pure nella seconda parte c’è imho qualche lentezza di troppo.
Il tono dell’anime è serio, anche se nelle parti iniziali ed intermedie spesso ci sono piccoli intermezzi comici a sollevare l’ambiente: non si arriva ad avere un’atmosfera di tragedia e di disperazione, ma comunque più avanti nella serie le battute spariscono per lasciare spazio ad altro.

I personaggi, in questa serie, creano l’ossatura della storia molto più che in altri lavori simili. Per quanto essi siano abbastanza tipici (la ragazzina piena di volontà e speranze, la star che si confronta con i suoi problemi, il figo di turno stupido come un lampione,…) mi sono risultati parecchio simpatici, e questo è importante: le loro problematiche risultano più vicine in tal modo, e ci si preoccupa per la loro sorte. Questo aiuta anche ad interessarsi alla trama in sé, dato che è strettamente correlata a loro, e da una mano nelle parti in cui essa, come sopra detto, è meno brillante.
In ogni caso, è tutto un fiorir d’amore: non è una storia tutta amoreamorepuccipucci, per nulla, ma quasi ogni personaggio coinvolto -anche quelli minori o con poca rilevanza con la storia- rimane invischiato a modo suo in un intreccio amoroso di variabile entità.

Sulla parte artistica ci sono un paio di parole più del solito da spendere.
La parte grafica è in parte mediocre e in parte eccellente: l’animazione dei personaggi lascia talvolta parecchio a desiderare, mentre le parte in CG e i combattimenti hanno un’animazione e un disegno davvero superbi. L’unico problema dei combattimenti è che sono talmente caotici che risultano confusionari, e ci si ritrova a vedere le scie dei missili che riempiono lo schermo senza nemmeno capire cosa essi stiano seguendo… ciononostante, parecchie immagini rimangono mozzafiato e di eccellente fattura.
La musica è, sia per qualità che per trama, un punto focale di Macross Frontier. Forse i realizzatori non avranno creato i personaggi o la storia migliori del mondo, ma sulla parte sonora non c’è nulla da poter recriminare: la qualità delle canzoni è altissima. Gli amanti del Jpop saranno in visibilio, così come gli amanti del Rock possono amare Nana o quelli del metallo possono amare Detroit Metal City: per quanto generalmente non sia un tipo di musica che vado a ricercare, molte delle canzoni mi sono rimaste in mente poiché davvero splendide. Sono anche andati oltre: i concerti creati sono ottimi, e quando si combinano con le battaglie sopra citate il risultato è spettacolare. L’eccellenza definitiva viene raggiunta quando le canzoni di Ranka e di Sheryl vengono combinate in un riuscitissimo remix… davvero un’opera degna di nota, che giustificherebbe di per sé la visione di questa serie.

Insomma, come valutare Macross Frontier? È difficile, perché ha tante cose riuscite e tante che invece lasciano a desiderare. È sicuramente un lavoro che porta con onore sulle sue spalle i 25 anni di tradizione Macross, con i relativi pregi e difetti.

Voto: 7,5. Per me un po’ lentino e un po’ troppo invischiato in triangoli amorosi: con gusti diversi, probabilmente può piacere anche di più.

Consigliato a: chi è un fan della serie Macross; chi adora la J-pop; chi vuole vedere il cellulare più bello che sia mai stato immaginato.

 

Goku Sayonara Zetsubou Sensei 26 Marzo 2009

Archiviato in: SHAFT — khorn3 @ 06:48
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Terza parte di una delle serie più pazze del mondo: riuscirà a tenere il passo?

Goku Sayonara Zetsubou Sensei

Eccoci alla terza parte di una delle serie che personalmente amo di più: in questo caso, si tratta di tre OVA, ognuno di circa 25 minuti.
Lo stile rimane lo stesso, i personaggi anche, la follìa è immutata: si riesce a mantenere l’equilibrio tra idiozia e comicità?

La risposta, purtroppo, non è del tutto positiva. La comicità nonsense c’è ancora, ma è parecchio annacquata; i personaggi caratteristici sono ancora presenti, ma le loro peculiarità non sono minimamente sfruttate – diventano semplicemente degli interlocutori nei monologhi del protagonista.
Viene mantenuto il taglio della seconda serie nelle tematiche, affrontando questioni della vita di tutti i giorni sotto un punto di vista diverso: anche in tale ambito, tuttavia, la riuscita è decisamente meno brillante rispetto alle antecedenti meraviglie.

Tutta questa delusione è motivata dall’eccellenza a cui mi ero abituato: questo non vuol dire che sia un cattivo prodotto in termini assoluti. Soprattutto nella prima parte, i vari riferimenti ad altri anime o a personaggi reali è azzeccata e divertente, senza contare tutto il delirio del “tanto non verrà pubblicato, quindi facciamo quel che ci pare” con millemila disclaimer dappertutto… insomma, le idee ci sono ancora, ma sono rarefatte e non riescono a reggere il ritmo continuo.

I disegni sono rimasti praticamente immutati, con lo stile SHAFT presente anche se non in maniera estrema come nella prima e nella seconda serie. Le musiche sono prese dalle due serie precedenti: l’opening è quella della prima serie, ma è stata creata un’animazione ancor più disturbante (per quanto pensavo fosse impossibile).

In definitiva, Goku Sayonara Zetsubou Sensei è un calo rispetto alla qualità della serie iniziale e del suo sequel: gli appassionati (come me) la guarderanno con piacere, ma si nota che l’ispirazione è minore. Speriamo che, nel caso di una quarta serie, si ritorni ai livelli antecedenti.

Voto: 7,5. Dannazione, che peccato.

Consigliato a: chi del Maestro Disperazione non ne ha mai abbastanza; chi sopporta il cambio di stile d’animazione ogni due minuti; chi vuole vedere come era disegnato SZS sulle sue prime uscite.

 

2×2 = Shinobuden 19 Marzo 2009

Archiviato in: Ufotable — khorn3 @ 02:38
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Da una serie che come titolo alternativo ha Ninja Nonsense, cosa ci si può aspettare?

2×2 = Shinobuden

Kaede è una normale adolescente. Una sera, una sua coetanea vestita da ninja si intrufola maldestramente in casa sua credendosi invisibile: risulta che Shinobu è un’apprendista ninja, e sta facendo un esame per la scuola di ninja che frequenta. Assieme a lei c’è Onsokomaru, una… euhr… palla gialla svolazzante non meglio definita, che funge da suo maestro. Dopo tale incontro Kaede e Shinobu diventano amiche, e Kaede inizia a frequentare il villaggio ninja dove c’è la scuola: peccato non ci sia una singola persona sana di mente!

Come detto in apertura, sin dal titolo si può immaginare che cosa si troverà in questa breve serie di 12 puntate: un sacco di nonsense. Per quanto le due ragazze siano in apparenza le protagoniste della serie, la figura del leone la fa senza dubbio Onsokomaru: è su di lui che tutte le gag comiche poggiano: le ragazze e gli altri ninja sono solo comprimari della follìa dello strano essere giallastro. Questo è dovuto anche al fenomenale seiyuu che da la voce a Onsokomaru: nientepopodimenoché Norio Wakamoto, lo stesso elemento che da la voce al narratore di Hayate no Gotoku, a Vicious di Cowboy Bebop, a Charles di Britannia in Code Geass,… un vero pilastro fondamentale del dubbing maschile di anime, che con le sue voci da un immenso valore aggiunto ai personaggi che interpreta.

Non avendo una storia e non avendo ovviamente alcuno sviluppo di personaggi, la qualità della serie si gioca su un’unica cosa: fa ridere o no? La risposta è: sì, in piccole dosi.
Le gag iniziali sono assolutamente meravigliose (per poco non mi sono strozzato dal ridere quando è stata rivelata la segreta tecnica ninja per trasformare la birra in piscio), ma col passare delle puntate si fanno un pochino ripetitive: bene o male si ripiega sempre sulle perversioni del Maestro, sulla stupidità dei ninja o sull’inabilità di Shinobu. Qui e là ci sono sempre delle perle di assoluta comicità, ma vedere diverse puntate di fila spegne un po’ la comicità che le anima, sebbene la mancanza di senso rimanga sempre una costante indelebile.

I disegni sono abbastanza low-budget, ma per il 2004 e per il tipo di serie che rappresentano sono più che accettabili: anche qui, il tratto si adatta perfettamente alle stupide fattezze di Onsokomaru.
L’opening è energetica e rappresenta bene il mood della serie: le musiche durante le puntate sono abbastanza trascurabili. Come detto sopra, grande attenzione è stata tuttavia data alle voci (oltre a Wakamoto, anche i seiyuu di tutti gli altri personaggi sono persone di grande esperienza che hanno grande esperienza nel campo): senza tale accuratezza, la serie avrebbe probabilmente fatto ridere la metà.

Insomma, 2×2 = Shinobuden è una serie che ha poche pretese, ma che fa ridere se presa in piccole dosi: non è probabimente adatta per una maratona di anime, ma è un’ottima serie da inframmezzare alla visione di altre cose più pesanti. Vedersene un paio di puntate alla volta può davvero tirare su il morale.

Voto: 7,5. Come detto non è un capolavoro e le gag alla fine sono sempre le stesse, ma mi ha strappato un buon numero di risate.

Consigliato a: chi vuole spegnere il cervello e ridere; chi vuole assistere alle scene di una palla volante maniaca ninja; chi si chiede come si allenano segretamente gli eroninja.