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Anime Reviews

Mai Otome 0 – S.ifr 9 Settembre 2009

Archiviato in: Sunrise — khorn3 @ 09:01
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…Il terzo capitolo della fortunata serie: questa volta, un prequel!

Mai Otome 0 – S.ifr

Questo anime si sviluppa in seguito alla fortunata serie Mai Otome e ai relativi OVA, Mai Otome Zwei, di cui si è già discusso qui.
In questo caso facciamo un salto nel passato, e andiamo a trovare la madre della protagonista dell’opera originaria: la storia di Mai Otome 0 – S.ifr riguarda infatti Sifr Flan, una ragazzina 14enne che spera di diventare una Otome un giorno, Rena Yumemiya, Otome con qualche crisi di gestione dei poteri e futura madre di Arika, la succitata protagonista.

In questa breve serie di tre puntate si seguono pertanto le loro vicende: il tutto inizia quando Sifr viene rapita da degli uomini misteriosi, e viene salvata da un gruppo di Otome, protettrici della giustizia con i loro incredibili poteri. Viene ben presto a scoprire di essere la figlia illegittima del re di Windbloom, e di aver ereditato dei notevoli poteri a causa di ciò: lei voleva solo diventare una Otome, e ora ci sono interi stati che la vogliono prigioniera o morta!
Rena, colpita dall’onestà e dalla bontà di Sifr, decide di proteggerla nonostante gli ordini dicano il contrario: riuscirà tuttavia nella sua missione? Come farà a gestire i suoi poteri, che sembrano spezzare ogni gemma della materializzazione poiché troppo enormi? Chi c’è dietro agli attentati ai danni di Sifr?

Chiaramente, in tre puntate una trama non può essere sviluppata più di tanto. In questo caso la storia è parecchio semplice (ragazza semplice scopre di essere importante -> finisce nei guai -> i buoni vanno a salvarla -> mazzate a pioggia -> fine), e l’interesse infatti è in tutt’altre parti. In primis, la quantità di fanservice è notevolmente aumentata rispetto alle precedenti serie, dove già non scarseggiava: qui tette ballonzolanti e in bella vista accompagnano chiappe sode e ben mostrate per buona parte del tempo. Non arriva al punto di essere noiosamente ripetitivo, ma la quantità è davvero notevole.
Il secondo punto d’interesse possono essere i combattimenti: come ci si può immaginare, le capostipite delle Otome viste nella serie originaria hanno una potenza devastante, e in un paio d’occasioni ne danno piena dimostrazione. Sarebbe peccato svelare tutte le impensabili esagerazioni a chi volesse gustarsi la sorpresa, ma per rendere l’idea si può dire che ad un certo punto una Otome getta un’avversaria dagli strati più alti dell’atmosfera fino a terra, per poi agguantarla con catene e catapultarla a faccia in giù contro la luna (!!!); in altre occasioni si può assistere ad una caduta da un satellite in orbita geostazionaria fino al terreno, con atterraggio di una delle due contendenti a faccia in giù contro il granito a causa di un piledriver che manco Zangief in piena forma se lo potrebbe sognare.
Qualsiasi accenno a realtà e credibilità viene palesemente abbandonato, ma va benone così: in fin dei conti i combattimenti di Mai Otome sono belli proprio perché son fracassoni ed esagerati, ed in questo caso almeno su questo punto ci siamo.

Sui personaggi c’è molto poco da dire: non hanno quasi nessun tempo di sviluppo, e risultano abbastanza piatti e monocorde. L’unico elemento che può interessare davvero è Rena, in quanto se ne era parlato parecchio in Mai Otome e quindi è curioso vederla agire in prima persona. Anche lei, tuttavia, non rivela granché: il suo problema di eccesso di potere viene risolto con un deus ex machina palese, e non ha altri aspetti particolari a parte una quasi esagerata gentilezza, che però non rivela nulla.
Simpatico anche rivedere alcuni altri personaggi che avranno influsso nella serie successiva, ma anche in questo caso non si scopre nulla di nuovo su di loro.

I disegni sono decisamente gradevoli e godibili, con un’animazione fluida e brillante; le musiche non sono terribili, ma hanno fatto il terribile errore di cambiare la meravigliosa musica della trasformazione delle Otome: sacrileghi!

Una volta guardato Mai Otome 0 – S.ifr, pertanto, cosa rimane? Ben poco, a parte un po’ di mazzate abbastanza ben fatte e un’oretta e mezzo di divertimento senza tanti pensieri: ho tuttavia l’impressione che si stia iniziando a mungere la “mucca-Mai-Otome” un po’ tanto, e che non sia finita qui. L’indizio preoccupante è il finale, dove uno dei personaggi narra un paio di dettagli e poi specifica “ma questa è un’altra storia”… un ulteriore sequel potrebbe essere decisamente di troppo: vedremo.

Voto: 7. Intrattiene il giusto, senza promettere e senza stupire granché.

Consigliato a: chi ha visto Mai Otome e Mai Otome Zwei, e li ha apprezzati; chi ama le botte ignoranti e super-esagerate; chi vuole un bel po’ di fanservice con un anime il cui intero cast, a parte due persone, è femminile e ben tettuto.

 

Vision of Escaflowne 31 Agosto 2009

Archiviato in: Sunrise — khorn3 @ 11:14
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…Da una tranquilla vita liceale a un mondo in guerra, tra fantasy e robottoni.

Vision of Escaflowne

Hitomi è una normale studente di 17 anni, che si diletta nel predire il futuro alle compagne con i tarocchi. È innamorata di un suo sempai del club di atletica di cui anche lei fa parte, Amano: decide pertanto di dichiararsi, dato che lui presto partirà per un’altra nazione.
Al momento cruciale, tuttavia, accade l’impossibile: dal nulla si manifesta un guerriero medievale con spada e armatura, assieme ad un gigantesco ed incazzatissimo drago! Una feroce battaglia si svolge, e dopo che il misterioso guerriero -che si chiama Van- riesce ad abbattere la feroce bestia con l’aiuto divinatorio di Hitomi e a prendere il suo cuore, misteriosamente i due spariscono nel nulla.
Hitomi si risveglia poco dopo in un mondo sconosciuto ed alieno, nel cui cielo si vedono brillare la terra e la luna, e uomini-bestia sono cosa comune: subito dopo, si scopre che Van è il nuovo re di un piccolo regno in questo mondo, e che la terra è tumultuosa a causa di guerre e ambizioni conquistatrici da parte di nazioni assetate di potere.
Riuscirà Hitomi a tornare a casa, sulla terra? Che destino attende Van e i suoi compagni? Quale è il piano dietro agli attacchi che la nazione di Zaibach sta continuando ad effettuare?

La storia inizia in maniera abbastanza interessante: una ragazza che dal nulla viene catapultata in un mondo medievale dove però ci sono robottoni (chiamati Guymelef) che si pigliano a spadate, e lei che guadagna un misterioso potere divinatorio. Gli avvenimenti nella prima metà della serie sono ben sequenziati, con Zaibach che dall’alto della sua superiorità tecnlologica (che ha un perché) può fare quasi quel che vuole, quasi indisturbata, e con gli eroi che man mano si barcamenano per mettersi in salvo tra battaglie e massacri di innocenti.
Nella seconda metà, tuttavia, il ritmo rallenta in maniera inesorabile e tediosa: probabilmente ciò capita poiché si vuol lasciare più spazio allo sviluppo dei personaggi, ma l’unico effetto è quello di rendere tutto insopportabilmente lungo. Se la serie fosse durata quindici puntate anziché ventisei sarebbe stato decisamente meglio, e la narrazione non ne avrebbe perso granché.
Sul finale inoltre le cose si confondono un po’, dato che i cattivi iniziano a giocare col destino: sarebbe carino riuscire ad immaginare come funziona una macchina per modificare il fato, ma non ci è dato saperlo. Il finale vero e proprio è abbastanza insipido: dopo tanta carne al fuoco, mi aspettavo decisamente di più.

I personaggi sono fatti con fortune alterne. Ce ne sono alcuni che sono ben creati: il lento ma costante sviluppo di Van, la seducente cavalleria di Allen, la progressiva pazzìa di Dilandau danno coerenza alle loro azioni. Purtroppo, d’altra parte, personaggi come Millerna, Dornkirk e la stessa protagonista, Hitomi, sono insipidi e risultano sempre poco interessanti. Soprattutto l’ultima nominata per tutta la serie non fa che essere tentennante ed indecisa, incapace di prendere qualsivoglia decisione e facendosi trascinare dagli eventi.
I coprotagonisti risultano abbastanza inutili al fine della storia, e pertanto sono totalmente privi di sviluppo: bisogna anche dire tuttavia che buona parte di essi viene falciata in qualche combattimento, poiché questo anime non ha grande pietà per i personaggi secondari.

Le questioni sentimentali, inoltre, sono parecchio presenti in Vision of Escaflowne. Triangoli amorosi, figli illegittimi, amori proibiti, indecisioni e quant’altro creano una situazione decisamente complessa. Va però detto che questo non arriva al punto di essere ammorbante e noioso: nella prima parte della serie, quando i ritmi sono più dinamici, tutto ciò si sviluppa tra le righe e si integra bene con le altre vicende che accadono. Quando il tutto rallenta, di riflesso anche la qualità delle romance viene un tantinello a mancare, prendendo un aspetto da simil-beautiful che fortunatamente si dissolve nelle ultime puntate.

Il disegno, per essere del 1996, è abbastanza scarso: anche l’animazione non è particolarmente eccelsa, con l’eccezione di alcuni combattimenti di Guymelef godibili.
Le musiche sono invece ben più orecchiabili e adatte alla curiosa ambientazione, sebbene abbiano un piccolo problema: l’80% delle canzoni della colonna sonora come unico testo hanno “Escaflowne… Escaflowne… Escaflowne” e basta. L’opening è molto apprezzabile, mentre l’ending risulta un pochino più anonima.

Insomma, cos’altro dire di Vision of Escaflowne? È un anime che parte con alcune idee interessanti e altre meno, con alcuni personaggi buoni e altri meno, con alcuni punti di vista condivisibili e altri meno. Si mantiene nella mediocrità in tutti gli aspetti, non riuscendo ad eccellere in alcun campo (trama, combattimenti, sentimenti) ma evitando anche il fallimento in ognuno di essi. Non è malaccio, ma l’ultima parte risulta davvero pesante e lunga da guardare: un peccato, perché velocizzando il tutto probabilmente la serie ne avrebbe guadagnato parecchio.

Voto: 7. Qualcosina in più per l’inizio, qualcosina in meno per la fine.

Consigliato a: chi apprezza ambientazioni fantasy non convenzionali; chi cerca anime dove si faccia abbastanza a mazzate, ma dove il punto focale siano comunque i sentimenti; chi vuol vedere le carte dei tarocchi scritte in italiano, lette in maniera abbastanza accettabile ma ogni tanto scritte sbagliate.

 

Redline 17 Agosto 2009

Archiviato in: Madhouse Studios — khorn3 @ 10:17
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…La tamarraggine definitiva sotto forma di corsa automobilistica? Ecco a voi!

Redline

Siamo in un futuro imprecisato, in una terra imprecisata. La massima espressione della velocità è data dalla corsa più pericolosa del mondo, la Redline: non solo la sicurezza dei partecipanti non è garantita in caso di incidente, ma ogni arma è permessa a bordo delle vetture! JP, un corridore dall’aspetto molto anni ‘60, fa del suo meglio per battersi nelle gare di qualificazione ed arrivare a vincere la Gara delle Gare: riuscirà nel suo intento? Il suo poco affidabile partner riuscirà ad aiutarlo o finirà per mettergli i bastoni tra le ruote?

Iniziando a vedere questo film, si capisce sin dai primi secondi una cosa: spegnere il cervello è altamente consigliato. Essendo un anime basato puramente sulle corse di automobili (o, perlomeno, cose che assomigliano vagamente ad automobili), la trama è ridotta all’osso, e l’inserimento di un po’ di malavita qui e là e di qualche vago accenno di romance non cambiano il fatto che si guarda Redline per vedere macchine sfrecciare a velocità esagerate ed effettuare evoluzioni impossibili.
In tal senso, le attese vengono parzialmente soddisfatte: la corsa iniziale e quella finale sono il top, con una tamarraggine che è davvero fuori scala, mentre nel centro del film -dove la trama tenta pateticamente di svilupparsi- ci si ritrova con un po’ troppa staticità, per il genere.

Anche i personaggi sono caratterizzati solo al minimo indispensabile, ma bisogna dire che il protagonista e il suo meccanico risultano simpatici: JP è il solito buono fesso ma con le palle d’acciaio, ma anche in questo caso non c’era da aspettarsi null’altro. Rimane piuttosto oscuro il ruolo dell’amico pseudo-mafioso, che pare avere un qualche sviluppo caratteriale ma che rimane abbastanza anonimo (sebbene alla fine un suo gesto porti alla svolta finale).
Gli altri sono solo comparse, e anche Sonoshee, la protagonista, non è particolarmente brillante nel suo ruolo: guida quel che deve guidare, dice quel che deve dire e nulla più.

La grafica è decisamente particolare: la qualità è sicuramente altissima, ma il tratto ricorda molto più un disegno americano (sebbene l’anime sia 100% giapponese), che non il tradizionale tratto nipponico. Questo non è assolutamente un difetto, anche perché una muscle car rende ancor di più se disegnata con il tratto della sua terra d’origine, però è strano a vedersi.
L’audio è azzeccato per il genere, con musica truzza quanto le immagini che essa accompagna.

Insomma, Redline è un film senza pretese (anche se alcune pretese forse le aveva, dato che è stato presentato in anteprima al Festival del Film di Locarno) che si fa godere per quel che è: una massa di automobili supertamarre che sfrecciano in ogni luogo possibile, facendo più casino possibile.

Voto: 7. Non è un anime riuscito male, ma non offre nulla di particolare se non dal lato tecnico.

Consigliato a: chi ha nell’angolino del cuore una piccola anima tamarra che ogni tanto richiede un po’ di ignoranza sullo schermo; chi si diverte con corse impossibili; chi vuole vedere come sarebbero state le Wacky Races se le avessero inventate in Giappone, Muttley a parte.

 

Highlander: Search for Vengeance 16 Agosto 2009

Archiviato in: Madhouse Studios — khorn3 @ 10:01
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…Una rivisitazione del mito del clan McLeod.

Highlander: Search for Vengeance

All’epoca dei romani, un semplice cittadino (che in seguito verrà conosciuto come Colin McLeod) vede lil suo villaggio bruciato e la sua moglie crocifissa e uccisa per mano di un generale di Roma. Scoprendo di essere un immortale, giura vendetta contro l’aguzzino che gli ha rovinato la vita (e che risulta essere un altro immortale): attraverso i secoli continuerà ad inseguirlo, e lo sfiderà volta dopo volta per riuscire a riparare al torto subito. Ce la farà? Potrà un umile cittadino imparare l’arte della guerra tanto da superare un generale con più di duemila anni di pratica sul campo di battaglia?

Come si può intuire, la storia è parecchio semplice: la classica vicenda di vendetta, in questo caso diungata su migliaia di anni d’inseguimento. Lo sviluppo della trama è parecchio prevedibile e non porta particolari colpi di scena, risultando forse un po’ banale.
Anche i personaggi non brillano per originalità: tutto il gruppo dei “buoni” è parecchio stereotipato, e l’intelligenza non è esattamente il punto forte di nessuno di loro. Il loro sviluppo è praticamente nullo, poiché in un solo OVA non c’è abbastanza spazio per creare un’evoluzione credibile e che porti a qualcosa di utile.
Unica eccezione alla qualità dei personaggi è il cattivo del film, che risulta essere cattivo davvero: crocifiggere una donna e inchiodarla in cima ad una collina per far sì che veda la propria gente massacrata è un tocco di stile di una crudeltà decisamente notevole.

Una cosa che sicuramente risulta ben fatta è l’azione: il direttore è lo stesso di Vampire Hunter D: Bloodlust, e ciò si nota nei disegni. La violenza è parecchia e crudamente rappresentata, con arti che volano qua e là; questo non può che fare piacere, vista la qualità delle botte.

I disegni sono molto piacevoli: come detto sopra, l’animazione è fluida e ben fatta, e quindi è un piacere per gli occhi. L’audio non è nulla di spettacolare, ma fa il suo dovere quando deve.

Insomma, vale la pena vedere Highlander: Search for Vengeance? Se si cerca un po’ di sbudellamento senza dover accendere il cervello, assolutamente sì. Se si cerca un film impegnato, con personaggi profondi e una storia massiccia… guardate altrove.

Voto: 7. Intrattiene il giusto, non brilla ma non è terribile.

Consigliato a: chi apprezza lo stile della violenza di Vampire Hunter D: Bloodlust; chi gradisce teste mozzate, braccia volanti e facce tagliate in due; chi si vuole chiedere come mai, nel futuro, non basta un colpo con un fucile da cecchino per mandare a terra un immortale, e poi tagliargli con comodo la testa…

 

Michiko to Hatchin 7 Giugno 2009

Archiviato in: ManGlobe — khorn3 @ 08:48
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La storia di un viaggo nel Sudamerica, alla ricerca di un uomo introvabile.

Michiko to Hatchin

Michiko Malandro è una detenuta di un carcere di massima sicurezza, a causa dei suoi mille guai con la legge. Hana Morenos è una bambina orfana adottata dalla famiglia di un prete, che la tratta peggio di un cane: è lo zerbino di casa, e non può permettersi di dire nulla.
Michiko riesce ad evadere dalla prigione per mantenere una promessa fatta al padre di Hana, del quale lei fu innamorata: proteggere la figlia ad ogni costo. Lei non crede tuttavia che Hiroshi Morenos sia morto come hanno annunciato i giornali: una volta recuperata Hana (ribattezzata Hatchin), le due partono alla ricerca di tracce che portino all’attuale locazione di Hiroshi.

La prima cosa che colpisce, sin dai primissimi minuti, è l’ambientazione: è raro che un anime sia ambientato fuori dal Giappone, e ancora più raro è che sia ambientato in un paese immaginario che rispecchia in tutto e per tutto il Brasile o i paesi adiacenti. L’ambientazione è fatta benissimo, e gli autori hanno accuratamente ricreato un ambiente credibile: le insegne sono tutte in spagnolo, la colonna sonora (di cui parlerò più avanti) è cantata nelle lingue del luogo e ne segue lo stile, e via dicendo. Ci sono inoltre alcuni tratti superlativi, che creano un mix unico: ad esempio la Vespa sovradimensionata e sovralimentata di Michiko, oppure la capigliatura immensa di Atsuko, o ancora il fatto che le auto della polizia sono dei maggiolini.

Dopo aver espresso la soddisfazione per l’ambiente in cui Michiko to Hatchin è ambientato, passiamo alla trama: qui alcuni problemi iniziano a farsi notare. Si capisce sin da subito che è una serie “on the road”, con un viaggio che dura per tutte le ventidue puntate. Si deve tuttavia purtroppo constatare che questa serie è vittima della stessa pecca che toccava Samurai Champloo (creato dalla stessa casa produttrice, e si nota parecchio): un inizio al fulmicotone, dei personaggi carismatici, un’idea originale, un’ambientazione con possibilità infinite… e poi per tutta la serie non succede nulla di particolare. Qui è la stessa cosa: dopo il primo paio di puntate si fa la conoscenza con i vari personaggi ed essi sono ben realizzati, ma poi le vicende che capitano durante il viaggio non portano alcun effettivo cambiamento alla trama, che per tutto il tempo rimane unicamente “trova Hiroshi”, con le due poveracce che viaggiano verso nonsisacosa.
Il finale, inoltre, è stato per me molto deludente: non dico che non me l’aspettassi, ma dopo 22 puntate di inseguimento si poteva sperare in qualcosa di più.

I protagonisti, in un anime di questo genere, sono il punto focale della situazione: essendo sempre in viaggio pochi elementi esterni possono esser mantenuti lungo la serie, e quasi tutto il tempo ci si ritrova a guardare Michiko e Hatchin. Inizialmente il loro rapporto è estremamente conflittuale, anche perché hanno due caratteri diametralmente opposti, ma alla fine (come prevedibile) si sviluppa un sentimento molto simile a quello madre-figlia. Il percorso per arrivarci, tuttavia, non è molto chiaro: non c’è mai alcun vero sviluppo tra di loro, che quando sono a contatto irrimediabilmente litigano ma che quando son lontane si cercano. Questo è uguale all’inizio della serie come alla fine, inficiando pertanto tutto un possibile discorso di sviluppo personale, che c’è ma è molto minore di quanto avrebbe potuto essere. Bisogna però dire che quando si trovano ad avere a che fare con le loro specialità (Combattimento ed intimidazione quelle di Michiko, diplomazia e cucina quelle di Hatchin), sono un piacere da vedere in azione.

I co-protagonisti (Satoshi, Atsuko e via dicendo) agiscono in maniera abbastanza erratica ed incomprensibile: la poliziotta si mette ad aiutare Michiko dopo aver passato anni a ridere di lei in cella, per poi metterle i bastoni tra le ruote ed in seguito aiutarla di nuovo; Satoshi vuole uccidere tutti, poi li vuole aiutare, poi li vuole ri-uccidere,… questi continui cambi di logica lasciano spiazzati, e non si riesce mai bene a capire che cosa pensano i personaggi.

La serie, oltre che essere di viaggio, è abbastanza incentrata sull’azione: questa è di ottimo livello, i combattimenti sono fatti molto bene e sono piacevoli da guardare: ne avrei addirittura preferito un maggior numero, perché quando Michiko si mette a menare non c’è speranza per nessuno!

Il disegno è particolare, e per i miei gusti molto piacevole: come detto, l’animazione è brillante (d’altra parte, già nel 2004 con Samurai Champloo i personaggi erano animati benissimo).
Le musiche sono un grande punto a favore di questo anime, dato il grande lavoro di adattamento all’ambientazione di cui parlavo prima. Musiche molto strane per un anime, ma fors’anche per questo molto belle. L’unica canzone un po’ fuori dal contesto è l’ending, ma è perdonabilissimo.

Insomma, alla fine del viaggio cosa rimane? Ottima domanda. Rimane secondo me una serie dalla buona idea, con degli sprazzi molto piacevoli (alcuni rari scambi di frasi tra Michiko e Hatchin sono soprendentemente azzeccati), ma che avrebbe potuto diventare molto meglio se si fosse lavorato di più su trama e personaggi. Rimane comunque piacevole da guardare ed i 23 minuti di durata delle puntate volano con velocità.

Voto. 7. Piacevole, ma poco più. Per una serie che parla di un viaggio, El Cazador de la Bruja è sicuramente meglio riuscito.

Consigliato a: chi ama i road-movie; chi apprezza le protagoniste che sanno farsi rispettare; chi vuol vedere un personaggio in un anime che non sa il giapponese, e si perde nel quartiere giapponese di una città.

 

Only Yesterday 23 Maggio 2009

Archiviato in: Studio Ghibli — khorn3 @ 12:09
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Lo Studio Ghibli di 18 anni fa, tra ricordi del passato e lezioni di vita.

Only Yesterday

Questo anime si trova ambientato tra la metà degli anni ‘60 e la fine degli anni ‘70. Taeko è una donna in carriera, ha 27 anni, è single ed abita a Tokyo: durante le vacanze estive, per il secondo anno, ha deciso di recarsi nei campi a dare una mano con il raccolto del cartamo, un fiore utilizzato come tintura.
Nel viaggio verso la campagna e durante il suo soggiorno, la sua mente continua a tornare alla sua infanzia, quando aveva dieci anni: la scoperta dei rapporti interpersonali e i problemi che ogni bambino si trova a dover affrontare; la vita con le due sorelle maggiori e i genitori, con il padre distaccato e apparentemente severo… che, riflettendo sul suo passato, Taeko riesca a capire cosa è davvero importante per lei?

Questo film di quasi due ore è un continuo saltare tra le due situazioni, Taeko10anni e Taeko27anni. La prima cosa che va detta è che in fin dei conti in questo anime non succede granché: non c’è una vera storia e di per sé non ci sono avvenimenti nel vero senso del termine, ma solo normale vita e qualche riflessione dietro ad essa.
Immagino che l’idea fosse di mostrare il passato di Taeko per poi motivare i cambiamenti che nel finale la portano (prevedibilmente) a scegliere la sua via, ma secondo me questo collegamento non è riuscito appieno. Le vicende di Taeko bambina sono carine e rivelano uno spaccato di vita molto interessante, che riporta la mentalità del Giappone degli anni ‘60: anche la storia di Taeko ai giorni nostri non è malaccio, sebbene sia un po’ sottotono rispetto all’altra. Non sono però riuscito a trovare gran collegamento tra le due cose, se non in alcuni dettagli e in alcune frasi: è quasi come seguire due film diversi, i cui tranci si intersecano senza apparente motivo.

Considerando che la storia è quasi inesistente, i personaggi hanno un ruolo fondamentale per tenere in piedi la baracca: bisogna purtroppo notare che la protagonista non riesce in fin dei conti ad avere il carisma e l’energia che i personaggi delle produzioni della Ghibli solitamente hanno. Una 27enne che all’apparenza ne mostra di più, e che in fin dei conti non fa nulla se non tirar storie a Toshio (che conosce sul posto) fino a realizzare alla fine cosa desidera.
Accennando a Toshio, è giusto spendere un paio di parole sui personaggi che circondano la protagonista: nell’arco temporale del passato, la famiglia è estremamente stereotipata: una sorella cattiva e l’altra tranquilla, la madre angelo del focolare, il padre silenzioso e distaccato e la nonna saggia. Questo non è un difetto, in fin dei conti rappresenta con cura quello che si può immaginare fosse il setup tipico di una famiglia nipponica del dopoguerra. I compagni di classe sono una banda di simpatici teppisti, e risultano in buona parte interessanti: è un peccato che quando si passa all’età adulta, nessuno di essi più si ripresenta.
Parlando dell’arco temporale più recente, anche qui alcuni personaggi sono abbastanza caratteristici: Toshio per me vince il trofeo di miglior personaggio, caratterizzato benissimo e con un doppiaggio davvero notevole: gli altri risultano di contorno e poco più. Anche qui, è un peccato che praticamente non ci sia quasi alcun collegamento con le vicende passate: questo aiuta soltanto ad aumentare quel senso di distacco tra le due storie di cui si parlava prima.

La grafica dei personaggi non è proprio meravigliosa, ma le espressioni sono impagabili; eccezionali anche gli sfondi e i disegni fermi, di altissima qualità. Tecnicamente parlando, tuttavia, il meglio viene dato nella curiosa ed azzeccatissima colonna sonora, che oltre a canzoni del tempo che fu offre anche pezzi in italiano e ungherese, che risultano particolarmente inusuali ma molto piacevoli.

Cosa rimane dopo aver visto Only Yesterday, insomma? Molto poco. È una piacevole visione ed occupa due ore di tranquillità e personaggi positivi, ma non arriva da nessuna parte e i messaggi che vorrebbero essere espressi non riescono a passare. Questo non vuol dire che sia una brutta opera, ma è sicuramente inferiore alla qualità usuale della casa produttrice in parola.

Voto: 7. Occupa un paio d’ore con piacere, ma non aspettatevi alcuna grande rivelazione.

Consigliato a: chi ama gli slice of life monopuntata; chi vuole una storia d’amore poco invasiva, e molto tranquilla; chi si chiede che musiche può ascoltare un fattore mentre si reca nei campi.

 

Kurozuka 12 Maggio 2009

Archiviato in: Madhouse Studios — khorn3 @ 07:10
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Una storia tra passato e futuro, samurai e fucili, amore e omicidio:

Kurozuka

Ci troviamo inizialmente nel Giappone di un lontano passato: Kuro, nobile del tempo e abile spadaccino, è in fuga con il suo fido seguace da inseguitori che desiderano la loro morte: cercando riparo per la notte in mezzo al bosco, trovano una casa dispersa tra gli alberi ed entrano: ad accoglierli c’è Kuromitsu, misteriosa quanto affascinante e raffinata donna. In seguito all’avvicinarsi dei loro inseguitori, praticamente subito viene svelato il segreto di Kuromitsu: ella è in realtà un’immortale, e per salvare Kuro dalla morte certa passa la sua immortalità anche a lui, portando quindi entrambi a navigare attraverso le ere. Nulla è tuttavia facile come sebra, e a seguito di un attacco a tradimento Kuro si risveglia in un mondo futuro che non conosce, senza la sua amata al fianco, e senza più ricordare nulla: come farà a ritrovarla? Come mai sono passate migliaia di anni senza che lui se ne ricordi? Quale è il segreto dietro alle visioni che lo perseguitano?

La storia inizia in maniera molto dinamica, violenta e intrigante: tuttavia, con lo svolgersi degli avvenimenti e con il trasferimento dell’ambientazione dal Giappone tradizionale ad un mondo oscuro e pseudo-futuristico, si capisce che la trama è assieme il punto forte e debole di Kurozuka.
La parte positiva è che la storia è costruita di modo da essere intrigante e misteriosa: le rivelazioni avvengono man mano, ed avendo un flusso temporale degli avvenimenti non sempre lineare bisogna fare attenzione per capire cause ed effetti di certe azioni. Le progressive visioni di Kuro su Kuromitsu, inoltre, portano ulteriori momenti di mistero che incuriosiscono sempre più.

La parte debole, tuttavia, è che tutto questo passaggio tra ere e personaggi risulta confusionario e non sempre totalmente logico.
In primis, lo spettatore per sette puntate sulle dodici totali è destinato a non capire assolutamente nulla dei perché e dei percome: il mistero è affascinante, ma quando si è costretti a veder succedere le cose senza idea del perché dopo un po’ si rimane indispettiti.
In secondo luogo, Kuro si sveglia in un mondo distante eoni da quello che lui ricorda: come mai non rimane minimamente stranito da tutto ciò? Sin dai primi minuti sa esattamente come si usa una pistola e non si spaventa per luci e rumori, ma sino all’ultima puntata non sa nemmeno cosa sia una moto o simili (pur sapendola guidare). Volendo le spiegazioni finali possono dare una parziale motivazione a tutto ciò, ma per tutta la durata della proiezione ci si sente un po’ traditi da tali incongruenze che si fanno notare parecchio.

I personaggi hanno due difetti: il primo è che praticamente nessuno di essi si sviluppa in alcun modo, nemmeno i protagonisti: Kuromitsu si comporta sempre come Kuromitsu senza mai avere indecisioni, e Kuro subisce tutta la storia senza mai prendere veramente una qualsiasi decisione. Il suo carattere non viene né formato né cambiato, e alla fine lui ha qualche conoscenza in più della propria storia ma questo non cambia nulla in lui.
In secondo luogo, i personaggi secondari non hanno praticamente alcun ruolo se non quello di accompagnare i protagonisti: non hanno quasi nessuna personalità, ed alcuni si comportano anche in maniera non molto logica.
Va detto che Kuromitsu è un personaggio estremamente carismatico e quando è in scena il fascino traspare facilmente: purtroppo ciò si limita all’inizio e alla fine della serie, mentre per tutto il resto del tempo lei non compare.

I combattimenti sono di ottima qualità ed il sangue versato è davvero tanto, rendendolo forse un po’ inadatto ad un pubblico impressionabile; anche essi sono però principalmente focalizzati ad inizio e fine serie, con la parte centrale più scarna.
Con tutti questi punti, ci si chiederà: ma cosa c’è allora in mezzo alla serie? Beh, c’è lentezza. La storia si sviluppa lentamente in un ambiente cupo e soffocante: è bella ma, come detto sopra, estremamente intricata e spesso si è ad un passo dal perdersi del tutto, senza contare che porta i personaggi per mano senza lasciar fare loro alcuna scelta.

Il disegno è davvero bello: credo sia una delle più accurate produzioni del 2008. Per le musiche c’è stata una scelta strana, con un’opening techno che, per quanto strana, non è spiacevole: ending nella norma, e durante le puntate il sonoro fa il suo lavoro.

Che dire di Kurozuka? Dirò che ricorda tantissimo un altro lavoro, Texhnolyze, che aveva fatto della sperimentazione il suo punto forte: un inizio intrigantissimo, uno sviluppo nebuloso, lento, cupo e confusionario, un finale non del tutto logico ma scenicamente ed emotivamente impressionante (soprattutto in questo caso: anche se ad un certo punto si capisce più o meno dove si va a finire, si rimane ugualmente colpiti); entrambi sono uguali, in questi aspetti. Kurozuka è deprivato tuttavia di una parte del fascino generato dall’ambientazione e dall’oppressione presente nella sua serie gemella, senza contare che i personaggi sono molto meno carismatici – e quello più bello è tenuto in naftalina per tutto il tempo.

Voto: 7. Se ne tenga alla lontana chi non ama le serie lente: tuttavia, qualche pezzo qui e là è risultato decisamente piacevole, e la realizzazione tecnica è impressionante. Se solo avessero realizzato meglio il passaggio tra le varie ere di Kuro…

Consigliato a: chi vuol vedere un samurai nel futuro; chi ama i combattimenti belli sanguinari, anche se non molto frequenti; chi si chiede quanta cacca si produce in tre giorni.

 

Hunter X Hunter OVA Serie 1 13 Aprile 2009

Archiviato in: Nippon Animation — khorn3 @ 03:38
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Ecco la prima delle serie di OVA a seguito dell’omonima serie:

Hunter X Hunter OVA Serie 1

Questa serie di 8 OVA segue direttamente la serie principale da 62 puntate. Il fulcro della narrazione è ora la lotta di Kurapica contro il Ryodan (o Ragni, come preferiscono farsi chiamare loro). Tutta la vicenda della ricerca del padre di Gon viene esplicitamente accantonata: questo non può che farmi felice, dato che Gon da protagonista diventa una comparsa (e il suo pruginoso ottimismo viene pertanto quasi azzerato, dato che in questa serie c’è poco da ridere o sorridere).

La storia ha uno sviluppo abbastanza lento ma non soffre della mortale noia che la fine della serie regolare aveva: non arriva ad equivalere la prima parte della suddetta, ma risulta comunque apprezzabile. La cosa più curiosa è che non è Kurapica ad essere il protagonista, e fa anzi una figura abbastanza barbina. Da freddo calcolatore e persona di raziocinio diventa un emotivo instabile che deve farsi tenere dai suoi amici per non sbroccare… peccato.
La parte del leone, in questo caso, è però interpretata dai cattivi: il fulcro delle discussioni sono le riflessioni dei Ragni e le loro decisioni come gruppo, ed inoltre le loro personalità vengono analizzate molto più nel dettaglio di quanto non si fosse fatto prima. Ne risulta che il gruppo è abbastanza eterogeneo e i personaggi riescono a tenere la scena interessando lo spettatore, anche se ogni tanto le chiacchierate si dilungano un po’ troppo.
Un’altra cosa da notare è che i combattimenti sono praticamente spariti: in questi OVA non ci si picchia ma si riflette. Da una parte è peccato dato che c’erano tanti diversi poteri da poter utilizzare, ma d’altra parte ci si evita delle scene di combattimento di scarsa qualità come quelle precedentemente sperimentate.

I disegni risultano un po’ migliorati dalla prima serie, anche se non è nulla di particolarmente eccezionale: le musiche subiscono un po’ di calo qualitativo, con opening ed ending non malvage ma sicuramente lontane dalle prime.

Insomma, vale la pena di guardare questo primo sequel? Se ci si è sciroppati tutta la prima serie sì, dato che si è già vaccinati e la narrazione riceve una rinvigorita; senza i primi avvenimenti, però, risulta impossibile capire cosa succede e quindi un neofita di Hunter X Hunter non ha motivo di guardare queste otto puntate.

Voto: 7. Non è malvagio: forse un po’ tanto lento qui e là, e il finale lascia nuovamente a desiderare, ma si lascia guardare.

Consigliato a: chi ha visto la prima serie; chi voleva HxH con un tono un po’ più serio; chi vuol vedere come Gon riesce a far girare le balle anche ai cattivi con sole due parole.

 

Final Approach 14 Marzo 2009

Archiviato in: ZEXCS — khorn3 @ 12:12
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Ogni tanto le paure, per fortuna, non diventano realtà:

Final Approach

Il Giappone è oramai ad un declino demografico, a causa della carenza di nuove nascite: il governo, per porre rimedio al problema, ha deciso di promuovere un programma di matrimoni organizzati. È in tal modo che, in maniera piuttosto irruenta, Shizuka entra nella vita di Ryo, dichiarandosi da subito sua promessa sposa e installandosi in pianta stabile nella casa di quest’utlimo e della di lui sorella.
Inutile dire che Ryo non è affatto contento della situazione, e tenta di scacciare Shizuka in ogni modo! Ma riuscirà nel suo intento, o i piani di matrimonio di costei riusciranno ad andare a buon fine? Come mai ella è così adamantina nel voler stare con Ryo?

Sin dall’inizio, si capisce senza ombra di dubbio che si tratta di un harem anime tratto da una visual novel, e con questa base mi aspettavo il peggio del peggio, con banalità senza fine: per fortuna sono rimasto parzialmente smentito. Se infatti alcuni elementi standard sono forzatamente presenti (primo da tutti la totale idiozia del protagonista maschile, che rifugge una donna bellissima che fa tutto per lui), molti teatrini triti e ritriti ci sono risparmiati. I personaggi che seguono il nostro protagonista hanno un motivo per farlo (e non lo amano “tanto per”); non ci sono tutte quelle patetiche incomprensioni che permeano i lavori di bassa qualità, fatti solo per strappare qualche lacrima ai personaggi; il finale, sebbene prevedibile come il panettone a Natale, ha comunque un certo pathos – non ci si sente così legati ai personaggi da rimanerne troppo colpiti (in fin dei conti abbiamo solo 13 puntate da 10 minuti a disposizione), ma comunque si percepisce una certa carica emotiva.

I disegni, per essere del 2004, sono relativamente carenti a parte in un aspetto: le ragazze. Essendo infatti tratto da una visual novel, a questo aspetto è stata data la massima cura.
Il sonoro è abbastanza anonimo sia in opening/ending, che in BGM.

Insomma: non è che Final Approach sia un capolavoro o un anime da iscrivere negli annali storici della storia dell’animazione. I personaggi, sebbene ben fatti, non sono particolarmente profondi; la comicità è abbastanza terre-à-terre (anche se ha alcune punte di qualità, come lo scontro Shizuka-Haru); la gente sullo schermo si comporta in buona parte nella maniera che ci si aspetterebbe da loro. Per essere tuttavia un lavoretto piccolino e tra i primissimi anime creati dalla ZEXCS, è stato fatto un lavoro più che accettabile.

Voto: 7. Per chi piacciono gli harem anime, un’occhiata è più che legittima – troveranno un lavoro migliore di mille altre schifezze. Per gli altri, se avete un paio d’ore da impiegare e proprio non sapete cosa fare…

Consigliato a: chi apprezza il genere; chi sa che dalle visual novel ogni tanto si può trarre qualcosa di accettabile; chi vuole sentire come si pronuncia il “to be continued” in giapponese, che vediamo alla fine delle puntate degli anime sin dalla nostra più tenera infanzia.

 

Baoh Raihousha 18 Febbraio 2009

Archiviato in: Pierrot — khorn3 @ 09:41
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Dal lontano 1989, quaranta minuti di pura violenza.

Baoh Raihousha

L’agenzia Doress raccoglie in tutto il mondo persone con poteri particolari, per poterle studiare ed esaminare. Ikuro è un povero 17enne che ha subìto un grave incidente stradale, ed è stato curato da un medico della Doress: gli è stato impiantato un organismo ospite, “Baoh”, che lo può rendere una macchina per uccidere imbattibile.
Mentre stanno portando il suo corpo criogenizzato al laboratorio centrale Sumire, una ragazzina di nove anni con poteri psichici, per errore lo libera ed inizia la loro fuga. Una volta scappati, l’Agenzia li vuole morti: chi vincerà in una sanguinaria battaglia per la sopravvivenza?

Va detto subito che in 40 minuti non ci si può aspettare un grande sviluppo di storia o di personaggi. Infatti, essi sono praticamente assenti: dopo i primi cinque minuti di spiegazioni e tranquillità (che fondamentalmente riassumono quanto sopra scritto) inizia la parte di azione, che continua senza alcuna interruzione fino al termine di questo OAV. Non c’è sviluppo dei personaggi, la storia è lineare come non mai: il punto focale di questa serie è tuttavia da un’altra parte.

Baoh Raihousha è infatti una semplice ed opulenta dimostrazione di violenza e massacro: il sangue si getta a litri, e si assiste con frequenza impressionante ad arti strappati, teste esplode, teschi sciolti, persone impalate, investimenti col treno… chi più ne ha più ne metta, non ce n’è mai abbastanza.
Le battaglie e le scene di eccidio sono ben fatte: sorvolando sul fatto che Ikuro riceve un potere nuovo ogni trenta secondi, i combattimenti rimangono comunque abbastanza gradevoli – sebbene generalmente la battaglia si traduce in un’esecuzione da parte di Ikuro nei confronti delle sue vittime.

La grafica, per essere di vent’anni fa, non è male: rispecchia in pieno lo standard degli anni ‘80. Il sonoro è abbastanza anonimo, anche se le due canzoni finali sono carine ed ancora una volta mostrano appieno con il loro stile il decennio da cui vengono.

Insomma, Baoh Raihousha è un anime che offre poco, ma quel poco lo offre con un’intensità estrema: l’unico scopo nel vedere questo anime è una sana e truce voglia di sangue versato a fiumi, nelle maniere più terribili che si possano immaginare.

Voto: 7. Perfetto nei massacri: inutile in tutto il resto.

Consigliato a: chi ha un’inestinguibile sete di sangue; chi non si offende ad una grafica che, anche se carina, oramai ha i suoi anni; chi si diverte a veder volare arti mozzati in ogni dove.