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Anime Reviews

K-ON! 9 Novembre 2009

Archiviato in: Kyoto Animation — khorn3 @ 11:58
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…Il club di musica leggera potrà prosperare nelle mani di un gruppo di giovani e sciroccate ragazze?

K-ON!


Due ragazze, Ritsu e Mio, sono delle matricole nel loro liceo, e vorrebbero far parte del club di musica leggera: purtroppo, tutti gli altri membri hanno finito la scuola e son rimaste solo loro. Senza un minimo di quattro persone il club verrà sciolto, e quindi costoro si mettono alla ricerca di due nuovi membri! Riescono a trovare Tsumugi, una ragazza molto quieta che originariamente voleva entrare nel club corale, e Yui, una ragazza sbadata fino all’inverosimile che non sa nemmeno suonare uno strumento, ma che nella sua disastrosa incostanza si rivela decisamente appassionata. Inizia così l’avventura dell’eterogeneo gruppo, dai primi strimpellamenti ai concerti davanti all’intero corpo studentesco!

Va subito detto che le tredici puntate che compongono K-ON! sono interamente dedicate ad un genere ben preciso, lo slice of life: solo coloro che amassero tale sottoclasse dell’animazione dovrebbe avvicinarsi a questa serie.
Segnalato ciò, si può pertanto capire che la trama è praticamente inesistente: sopra è stato detto tutto ciò che si deve sapere, e accade nella prima puntata. Nelle altre si seguono le quotidiane vicende del gruppo tra prove, vita privata e amicizia.

Ovviamente, uno dei cardini di una serie di questo genere sono i personaggi: dai creatori di una cannonata come Lucky Star, ci si poteva aspettare una geniale caratterizzazione.
Purtroppo i personaggi ben presto risultano essere prigionieri di sé stessi: le battute sono ripetitive e le situazioni sono cicliche oltre l’inverosimile, rendendo quasi fastidiosa la continua riproposizione delle stesse gag. O c’è Mio (la “seria” del gruppo) che dice qualcosa che viene prontamente smentita da tutte le altre, o la stessa Mio viene terrorizzata da qualcosa, oppure si crea la situazione in cui tutti dovrebbero fare qualcosa e invece sorseggiano té mangiando pasticcini.
È innegabile, alcune risatine sono riuscite a strapparmele: erano tuttavia un’infinità meno di quanto ci si sarebbe potuto aspettare.

Il secondo punto che mi ha abbastanza deluso è il poco spazio che l’ambito musicale occupa in questa serie: capisco che uno slice of life prende una situazione qualsiasi e la usa come scusa per narrare vicende semplici e quotidiane, ma essendo K-ON! totalmente incentrato sul club della musica leggera, mi sarei aspettato un maggior coinvolgimento acustico. Le canzoni che ci sono son belle (ma su questo torneremo dopo), però si sentono in tutto DUE canzoni e basta. Qualche prova, qualche riff, qualche piccolo pezzo accennato mentre ci si allena… nulla. Non dico che mi aspettavo un lavoro rigoroso e professionale come in Nodame Cantabile, ma c’è una via di mezzo!

Come detto, le musiche sono una delle cose che hanno salvato la serie. È vero, hanno poco tempo, ma se piace il genere (ovviamente) la realizzazione è davvero buona e le canzoni sono orecchiabili senza alcun problema. Anche l’opening e l’ending sono di pregevole fattura, e risultano simpatiche.
L’aspetto grafico non è da meno: da una gran mano a salvare parecchie situazioni dove la comicità risulta carente, con un tratto buffo e che fa ridere in ogni caso.

Insomma, cosa rimane dopo aver visto K-ON! ? Rimane la sensazione di aver visto qualcosa di simile ad una scatola avvolta in una bellissima carta con un fantastico fiocco, ma vuota. La presentazione è notevole, l’idea è buona, le possibilità molte… e ci si trova a vedere quattro battute ripetute all’infinito, che fanno ridere ma alla lunga risultano stantìe. Anche Hidamari Sketch prende un’idea simile (con l’arte al posto della musica leggera), ma fa un lavoro molto migliore nella caratterizzazione dei personaggi.

Voto: 6,5. Nonostante quanto sopra scritto non lo si può definire una pataccata infame… ma ci son davvero rimasto un po’ male. Per fortuna che ogni tanto compare Krauser II…

Consigliato a: chi ama la musica leggera; chi non ha problemi con battute ripetute ad nauseam; chi vuole vedere una statua vestita ogni volta in modo diverso.

 

Neo Tokyo 27 Ottobre 2009

Archiviato in: Madhouse Studios — khorn3 @ 10:14
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…Tre storie totalmente scollegate tra loro, da tre grandi maestri:

Neo Tokyo


Questo anime si compone, come detto, di tre storie diretta da tre grandi maestri dell’animazione giapponese per una durata complessiva di circa tre quarti d’ora: andiamo ad esaminarle più nel dettaglio.

Labyrinth Labyrinthos
Sachi è una bambina che sta giocando a nascondino con il suo gatto Cicerone, mentre la mamma prepara la cena: trovando il gatto in un orologio a pendolo, scopre il passaggio per un mondo assurdo e fantastico, dove tutto muta e cambia in un istante.
Questo primo racconto è quasi completamente privo di senso: una volta finita la visione dell’opera completa si capisce che il suo significato è “introdurre” gli altri due lavori, sebbene in maniera molto indiretta, ma durante la visione si assiste in pratica ad una decina di minuti quasi senza senso. Sembra quasi di assistere ad un esercizio di stile da parte di Rintaro (creatore di Capitan Harlock e Galaxy Express 999), che però lascia molto poco allo spettatore. È un peccato, perché data la faraonica quantità di cambi di scena lo spettatore si trova a cercare un filo conduttore che in realtà è flebilissimo.

The Running Man
Siamo in un oscuro futuro. Zach Hugh è uno dei più grandi corridori della Death Race, la corsa più pericolosa del mondo, corsa in piste quasi perpendicolari al terreno (su cui le vetture si tengono unicamente a causa della forza centrifuga) con bolidi potentissimi. Egli è oramai una leggenda, ed un giornalista dal gusto vagamente noir si reca all’autodromo per scrivere un pezzo su di lui… e per vedere la sua ultima gara.
Questa storia ha decisamente più senso rispetto alla prima, ma manca di profondità. Gli eventi che accadono sono abbastanza semplici (d’altra parte, è dura fare un grande approfondimento in 11 minuti), ma non per questo spiacevoli: qualche scenetta qui e lì con un po’ di sangue, inoltre, non fa mai male. Ci sono però alcune sequenze che secondo me male si intersecano nella narrazione principale, e che un po’ rovinano il gusto del “corridore maledetto” inserendo altri elementi secondo me non necessari.
Questo lavoro è diretto da Yoshiaki Kawajiri, e lo stile si riconosce: il produttore di Ninja Scroll, Vampire Hunter D: Bloodlust e X non passa inosservato.

Construction Cancellation Order
In ultimo, si arriva al lavoro principale, che occupa metà del tempo di produzione: il contributo di Katsuhiro Otomo (Akira, Memories, Steamboy… dicono nulla?) a quest’opera.
Una grossa multinazionale sta costruendo un faraonico progetto in una nazione tropicale. Purtroppo, un colpo di stato ha fatto sì che il lavoro debba essere immediatamente fermato: purtroppo, l’unica persona a dirigere i lavori -che sono effettuati interamente da robot- non sembra raggiungibile, e bisogna fermare i lavori per impedire di buttare ulteriori soldi in un già epocale buco finanziario.
Viene pertanto inviato un impiegato, Tsutomu Sugioka, a provvedere allo stop ai lavori: al suo arrivo si vede accolto dal robot #1, direttore lavori del sito di costruzione 444.
Rapidamente ci si rende conto che bloccare il lavoro non risulterà semplice come pare: il robot pare ignorare qualsiasi comando in tal senso, ed inoltre preme i lavori in maniera sempre più folle per mantenere una teorica scadenza con ulteriori costi! Man mano si può seguire il decadimento del povero impiegato da direttore lavori a prigioniero, e del robot negli antri della pazzia cibernetica.
Il lavoro è chiaramente molto semplice (si sta sempre ancora parlando di proiezioni di una 20ina di minuti), ma in questo caso -sebbene il finale avrebbe potuto essere un po’ migliore- si riescono a dare molte informazioni in poco tempo, creare un ambiente interessante, un antagonista al protagonista temibile e delle scene molto intriganti.

Come riassunto di tutto ciò, si può pertanto dire che per i miei gusti solo un lavoro su tre è riuscito appieno: i primi due hanno varie lacune che ne rendono poco interessante la visione, mentre l’ultimo risulta godibile in maniera notevole.

Dal punto di vista artistico, sono rimasto assolutamente impressionato. Questi tre anime sono del 1986, ma la grafica è notevolissima anche per gli odierni standard: pensandola con gli occhi di allora, è quanto di più vicino ad un capolavoro visivo si possa immaginare. Molta meno attenzione è stata invece data alla parte sonora: un peccato.

Insomma, vale la pena di guardare Neo Tokyo? Beh, dato che dura 40 minuti direi di sì, soprattutto per l’ultima storia. È un lavoro che mostra i suoi anni e che sicuramente tredici anni fa è stato un progetto innovativo, ma al giorno d’oggi altri lavori simili sono secondo me più meritevoli (Memories, per esempio). Questo non toglie che un’occhiata gliela si può dare comunque.

Voto: 6,5. I primi due lavori sono ben fatti, ma senz’anima: l’ultim, invece, nella sua semplicità colpisce il bersaglio.

Consigliato a: chi ama i cortometraggi; chi apprezza piccoli lavori di grandi artisti; chi vuol vedere un robot decisamente malmesso ma sicuramente ligio al suo dovere.

 

Grappler Baki 2 22 Settembre 2009

Archiviato in: Group TAC Co., Ltd. — khorn3 @ 08:22
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…Ogni tanto la trama è superflua, e puntare sulla pura e semplice violenza si rivela vincente.

Grappler Baki 2

Ci troviamo a tre o quattro anni di distanza dagli avvenimenti della prima serie (narrati nella disastrosa recensione qui). Baki è oramai il campione in carica del campionato segreto di lotta, e siamo giunti ad una nuova edizione: i trentadue guerrieri più forti del pianeta si affronteranno senza regole e senza limiti per dimostrare chi è il più forte. Riuscirà Baki a dominare sopra a tutti questi stili di combattimento diversi? La sua motivazione riuscirà a vincere su quella degli altri?

Come si può capire, la storia qui fa una parte davvero misera. Considerando il disastro narrativo della serie precedente, tuttavia, questo è un punto a favore di questo sequel: sono stati asportati tutti gli inutili pezzi di trama per lasciare spazio all’unica cosa che può interessare, e cioé il combattimento.
Si tratta difatti di gran lunga dell’anime più rissoso che io abbia mai visto: TUTTE le puntate sono composte per almeno 15 minuti su 22 di combattimento, e solo nei restanti ritagli di tempo viene data qualche informazione sul passato dei combattenti. Tali parti possono essere allegramente saltate, perché sono di utilità nulla: l’unica cosa che conta è che la gente vada nel ring e inizi a spaccarsi la faccia in ogni maniera.

Come si può capire, i combattimenti sono assolutamente la parte centrale della serie: gli stessi sono realizzati con fortune alterne. Quelli iniziali sono molto semplici (negli ottavi di finale generalmente si trova un grande campione che oblitera uno spaccone, come al solito), ma quelli dei quarti e delle semifinali sono fatti in maniera abbastanza simpatica: avendo i vari personaggi degli stili diversi, non si cade nella ripetitività degli attacchi. Quando si arriva alle finalissime, purtroppo, la qualità viene a cadere per un semplice motivo: entra in campo Baki.
Egli è infatti il personaggio più inutile della serie, e per fortuna durante buona parte del tempo non ha alcuno spazio: il suo stile è banale, non c’è gusto nel vederlo combattere e gli scontri che lo coinvolgono sono noiosi. Fortunatamente ne ha soltanto 5 su 31 totali, e quindi riesce a non infastidire troppo.

I personaggi, ovviamente, hanno uno sviluppo praticamente nullo: tutto quello che fanno è picchiarsi, e a loro non si chiede altro. Gli unici che tentano di avere uno sviluppo nel finale (Baki e il suo avversario) falliscono miseramente nella missione, e questo rende l’ultimo combattimento davvero bruttino: inoltre, lo stesso è rallentato da due puntate totalmente inutili sul padre di Baki (che in questa serie compare a singhiozzo, ma non mai un ruolo centrale – fortunatamente, dato che è semplicemente troppo forte per chiunque), che ne spezza ulteriormente il ritmo. Totalmente inutile e fuori luogo, inoltre, la puntata “extra” finale che parla ancora del caro babbo durante la guerra del Vietnam, cosa di cui non ce ne potrebbe fregare di meno.

Per essere del 2001, la grafica è purtroppo carente in alcuni momenti: è un peccato, perché con un migliore disegno alcuni combattimenti avrebbero potuto passare da interessanti a davvero belli (vedere con buona qualità delle ossa che si spezzano e degli arti che si dislocano è sempre un piacere). Da dimenticare totalmente l’animazione 3d della sigla iniziale, che è a dir poco imbarazzante: fortunatamente nelle puntate non se ne vede traccia.
L’audio è praticamente inesistente, con opening e ending che nulla c’entrano con l’attitudine bellicosa della serie.

Insomma, che dire della seconda serie di Grappler Baki? Ho iniziato a guardarla temendo il peggiore degli orrori, e ne son rimasto moderatamente sorpreso. Non è assolutamente un lavoro che potrebbe essere qualificato in maniera eccelsa, ha parecchi difetti, ma fa una cosa: prende la prima serie, asporta tutto ciò che era fallito miseramente e tiene il poco che era riuscito bene, arrivando ad un risultato perlomeno accettabile.

Voto: 6,5. Devo ammettere con un po’ di vergogna che un paio di combattimenti me li sono davvero goduti: non aspettatevi comunque roba d’immensa qualità.

Consigliato a: chi cerca gente con muscoli immensi alla Kenshiro; chi se ne frega di ogni tipo di storia e vuole solo gente che si picchia senza sosta; chi vuole vedere l’anime con il protagonista più assente della storia (fortunatamente).

 

Bounen no Xamdou 5 Luglio 2009

Archiviato in: BONES — khorn3 @ 11:05
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Altresì detto “Xam’d of the Lost Memories”, un anime andato in onda solo su PS3.

Bounen no Xamdou

Ci troviamo in un immaginario futuro, su un immaginario pianeta dove la guerra e l’oppressione son di casa. Akiyuki è un normale studente 16enne, ma rimane coinvolto in un attentato dinamitardo organizzato dal Nord, e in lui si impianta un misterioso essere simil-alieno. La città viene attaccata da tali cosiddetti “human-form”, e lui viene recuperato da Nakiami, una miteriosa ragazza tatuata in faccia che per evitare la sua morte lo porta a bordo di una nave che si occupa di invii postali, insegnandoli a controllare il suo nuovo potere per evitare di trasformarsi in pietra.

Come si puo notare, la trama iniziale è parecchio curiosa e misteriosa: il punto focale di questo anime è difatti la storia, parecchio articolata e con mille misteri.
In tal senso, bisogna dire che alcune delusioni vengono a galla: i misteri son molti e ci si trova in un’ambientazione sconosciuta, ma per la quasi totalità del tempo si viene lasciati nella totale oscurità. Su 25 puntate 20 passano nel più completo mistero, con ben pochi avvenimenti e un generale immobilismo che spazientisce; negli ultimi 5 episodi accade di tutto, compressando miliardi di informazioni in poco tempo. Gli anim che hanno dei misteri mi piacciono, ma quando essi vengono mantenuti a oltranza diventa controproducente perché lo spettatore non riesce a capire il motivo per il quale alcune cose accadono.
Alcuni misteri inoltre rimangono insoluti: l’intero motivo della guerra in corso, l’esatta natura degli Xam’d, le ragioni che spingono i personaggi a muoversi in tal modo sono abbastanza flebili. Alla fine viene data qualche motivazione, ma rimane ampiamente insufficiente per motivare il tutto.

Se c’è una cosa che è ben riuscita, invece, è l’ambientazione in sé: ci troviamo nel futuro, ma ci sono alcuni aspetti della cultura steampunk che rimangono presenti. La presenta di immensi motori meccanici, una società ucronica che controlla e opprime; questi elementi vengono ben mischiati a tecnologie future e situazioni complicate dovute alle guerre in corso (sebbene esse, come sopra detto, non vengano mai ben chiarite). Questo porta un generico alone d’interesse attorno alla serie, e aiuta anche nei momenti più bui e noiosi a continuare la visione.
Va detto però che, nonostante l’inizio con qualche battuta e l’ultima mezza puntata che tenta di riportare la luce nella serie, questo anime è decisamente opprimente e depressivo: le vicende che capitano sono via via più drammatiche, con scelte dolorose per i personaggi, abbandoni non voluti e decessi relativamente imprevisti: di certo non è una serie leggera, e va guardata sapendo che si assisterà ad una storia prettamente drammatica.

Sui personaggi, invece, ho impressioni miste: da una parte si può vedere che è stato fatto un buon lavoro nel crearli, dato che ci sono molti personaggi diversi che -sebbene abbastanza abituali- si intersecano bene tra loro; d’altra parte lo sviluppo è abbastanza aleatorio e incostante. In una serie in cui alcuni personaggi dovrebbero imparare a rapportarsi con l’umanità tutta e altri dovrebbero capire come gestire il loro teoricamente sconfinato potere, questo difficilmente può venire perdonato. Akiyuki per 25 puntate gira con’sto braccio mostruoso a farsi curare da Nakiami non appena va fuori controllo, e poi a puntata 26 misteriosamente grazie alla classica “frase rivelatrice” capisce tutto e diventa superfigo… non quadra per nulla.
I coprotagonisti fanno invece una figura un po’ migliore, soprattutto i genitori dei protagonisti: sembrano parecchio reali con i loro problemi e la loro disperazione, e mi son trovato a tenere più per loro che non per chi guidava la storia.

L’aspetto grafico è ottimamente curato, con disegni all’altezza dell’anno di produzione (2008) ed effetti 3D davvero imponenti; anche sulla musica viene fatto un ottimo lavoro, con openind ed ending brillanti e ben ritmate che son piacevoli da ascoltare. Soprattutto la canzone di chiusura mi ha sorpreso, cantata in perfetto inglese e davvero bella.

In conclusione, un paragone è d’obbligo: questo anime, creato dalla BONES, è praticamente la fotocopia di un loro altro lavoro, Eureka Seven; stessa struttura narrativa, stesso tipo di personaggi, stessa nave viaggiante che va a spasso in mezzo ad un mondo in guerra, stessi misteri.
Il paragone va tuttavia a palese vantaggio della serie sopra citata, poiché Bounen no Xamdou non riesce a curare i propri personaggi a dovere, rendendo la trama singhiozzata e frammentata: la logica inoltre qui e là ha qualche mancanza, e questo è davvero un peccato.

Voto: 6,5. Mi aspettavo di più da questa serie, che rimane comunque relativamente piacevole da guardare; peccato che la copia sia riuscita parecchio peggio dell’originale, Eureka Seven.

Consigliato a: chi ha amato gli altri lavori della BONES, e non vuole perderseli; chi non è infastidito da misteri che vengono mantenuti senza spiegazioni per tutta la serie; chi vuol conoscere la vecchina con la mira più brillante di tutti i tempi.

 

Kyouran Kazoku Nikki 10 Maggio 2009

Archiviato in: NOMAD — khorn3 @ 01:13
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Le storie della famiglia più stranamente combinata della storia.

Kyouran Kazoku Nikki

Migliaia di anni fa, un gigantesco mostro chiamato Enka terrorizzò la terra. Venne battuto, ma giurò che in mille anni uno dei suoi figli avrebbe distrutto in preda alla furia tutto il pianeta.
Mille anni sono ora passati, e con la scienza si è riusciti a scoprire che ci sono sei figli di Enka: il piano “famiglia accogliente” obbliga Ouka, un funzionario dell’Ufficio del Paranormale, a sposare Kyouka (una dei figli) e ad adottare gli altri cinque, di modo da avere una felice vita familiare ed evitare in tal modo la furia che potrebbe distruggere la terra.
Il problema è che i figli di Enka sono tutto fuorché normali! Il gruppo si compone di Kyouka, auto-proclamata divinità dalle orecchie da gatto, violenta e psicopatica; Yuka, figlia abusata di una famiglia crudele e meschina; Senko, ragazzo totalmente gay e poco incline a nascondere il fatto; Teika, leone re della Savana (?); Hyouka, robot nato come arma biologica (??); Gekka, misteriosa medusa fluttuante elettrica amante del sushi (???).
Inutile dire che se ne vedranno di tutti i colori…

La serie inizia con la scusa della famiglia messa insieme a causa di Enka, ma tale punto viene velocemente dimenticato: diventano subito un gruppo unito, e in vari momenti viene ribadito il concetto di famiglia che, seppur non legata dal sangue, lavora insieme per il benessere dei suoi componenti. Questo non vieta a Kyouka e Ouka di spaccarsi di mazzate, generalmente per le idee assurde di Kyouka su qualche membro della famiglia.
La struttura della serie punta a delle storielle della durata di 1-2 puntate, che però non sono legate da un filone narrativo generale: ogni volta che pare la storia stia iniziando a decollare, l’emergenza di turno finisce e tutto torna come prima. Questo porta la serie da 25 puntate ad essere poco intrigante: non c’è la suspance del “cosa verrà dopo”, e dopo una dozzina di puntate la cosa inizia a farsi stantìa.
Fortunatamente la comicità è accettabilmente funzionale, e qualche risata me l’ha strappata: non ci si ritroverà a sganasciarsi anche perché viene usato un tipo abbastanza basilare di gag, che però qui e lì riesce a risultare comico.

È chiaro che il fulcro della serie sono i personaggi: con un assortimento così assurdo, gestirli non è di certo facile.
Su questo lato è stato fatto un buon lavoro, e le apparentemente inconciliabili differenze lavorano di concerto senza problemi, completandosi a vicenda. Nonostante la serie non abbia alcuna pretesa di profondità quasi tutti i protagonisti hanno un qualche tipo di sviluppo attraverso le puntate: anche se non è nulla per cui urlare al miracolo, è comunque gradevole. Ognuno ha le sue particolarità e i suoi diversi modi di inserirsi negli sketch: alcuni rimangono più marginali (Teika e Yuka, a parte le puntate a loro dedicate, fanno spesso da sfondo), mentre altri -principalmente Gekka e Hyouka, per le loro capacità belliche molto apprezzate da Kyouka, hanno molto più screentime. Fortunatamente, essendo loro due i miei personaggi preferiti, questo non ha minimamente disturbato la visione.

La grafica, per essere del 2008, non è davvero niente di che: da chi ha fatto Rozen Maiden mi aspettavo qualcosa in più.
Sul sonoro si sono invece impegnati di più: l’opening è delirante e frenetica come Kyouka, ed è pertanto molto azzeccata (senza contare che mostra quanto il giapponese può esser veloce): ci sono inoltre ben otto ending, una per ognuno dei personaggi principali, in cui essi stessi cantano qualcosa su sé stessi. Alcune son più belle e altre meno, ma l’idea è encomiabile.

Insomma, cosa resta dopo la visione di Kyouran Kazoku Nikki? Ben poco, perché la mancanza di una storia degna di tale nome e il fondamentale riciclo delle situazioni porta, dopo un po’, alla ripetitività: sul lato ridanciano, tuttavia, qualcosina di buono qui e là è stato fatto e almeno la prima metà della serie passa indisturbata. Poi è recycling.

Voto: 6,5. Non è malaccio, ma a farla di 12-13 puntate sarebbe stato molto meglio: la sola presenza di Gekka, tuttavia, giustifica la visione!

Consigliato a: chi vuol vedere le avventure di una famiglia DAVVERO stramba; chi si diverte con le classiche gag a base di cazzotti e freddure; chi vuol sentire un pesce cucinato che implora di essere mangiato.

 

Ghiblies 19 Aprile 2009

Archiviato in: Studio Ghibli — khorn3 @ 12:23
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Quando uno studio d’animazione si prende in giro da solo.

Ghiblies

Nel 2000, lo studio Ghibli ha fatto uscire due brevi OVA (per un totale di circa mezz’ora) composti da piccoli sketch autoironici, nei quali si vedono rappresentati alcuni dei personaggi che lavorano all’interno dell’impresa.

Inutile dire che in 30 minuti di brevi sketch non ci possa essere una gran trama: c’è qualche piccolo trucchetto sul come animano alcuni personaggi, e il divertente raffronto con il corrispettivo reale; qualche piccola frecciatina tirata tra di loro; qualche storiella forse inventata, forse no, che coinvolge lo staff. Il tono è a volta ridanciano, a volte malinconico: dipende di cosa stanno parlando.

Bisogna dire che questo, più che un anime a sé stante, andrebbe preso come un piccolo extra dei lavori effettuati dai creatori: come opera a sé stante non ha nessun senso se non far ridacchiare un po’ la gente che lo guarda pensando “guarda un po’ che razza di gente crea i lavori che io tanto amo”.

Il disegno dipende dagli episodi: nel primo OVA è abbastanza terribile (d’altra parte, non c’è la pretesa di un disegno accurato), mentre nella seconda puntata alcune vicende hanno un disegno molto migliore (la mitica storia del curry e i ricordi del quatrocchi tra tutte). La musica è praticamente inesistente.

Insomma, cosa è “Ghiblies”? Null’altro che un lavoro per chi ama lo studio Ghibli e di loro vuol sapere e avere tutto: non ha altro senso, e non ne vuole avere. Personalmente avrei gradito di più se si fossero visti un po’ più vicende legate alle opere effettuate o all’ambiente lavorativo.

Voto: 6,5. Per gli appassionati… però la storia del curry è bellissima!

Consigliato a: chi ama lo studio Ghibli; chi si diverte con gli extra regalati dalle case produttrici; chi vuole sognare di incontrare il mitico negozio di curry dove più il piatto è piccante, meno si paga.

 

Hunter X Hunter OVA Greed Island Final 16 Aprile 2009

Archiviato in: Nippon Animation — khorn3 @ 10:05
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…ed eccoci alla conclusione della serie con più OVA della storia.

Hunter X Hunter OVA Greed Island Final

Ancora una volta, ci troviamo dove la serie di OVA precedente lascia. Siamo oramai all’interno di Greed Island, il MMORPG creato dal padre di Gon, e i nostri tre protagonisti sono in missione per terminare il gioco. La missione tuttavia non è facile, e sicuramente c’è gente pronta ad ostacolarli senza tregua!

La storia si svolge interamente a Greed Island, con le regole del gioco (e quindi spell, incantesimi, oltre agli oramai totalmente sovrumani poteri raggiunti dai vari personaggi). La riuscita o il fallimento di quest’ultima serie si giocano pertanto su un punto: saranno riusciti gli autori a rendere interessante il gioco in sé, e le vicende che comprendono Gon, Killua e Biscuit? La risposta è: in parte.
Questo avviene perché le idee originali ci sono, e sono parecchie: sia nel funzionamento dei meccanismi di gioco (facile criticare il funzionamento di un MMORPG nel 2009, ma nel 2001 erano a livelli protozoici rispetto a ciò che esiste oggi) che nelle idee partorite dai personaggi.

Le idee purtroppo non sono tutto, e la realizzazione delle stesse spesso lascia abbastanza a desiderare. In primis, il gioco di Greed Island in sé: le regole di base venivano imparate già nella seconda serie di OVA, ma qui si approfondisce la conoscenza con alcune carte e si capisce una cosa: se in dieci anni nessuno è riuscito ad exploitare il sistema e gli altri giocatori con carte simili, sono tutti scemi. La combinazione di alcune carte è potentissima, e possono essere usate senza problemi e poi riacquistate: i soldi si fanno facilmente accoppando mostri a caso e quindi problemi di fondo non dovrebbero essercene. La limitazione delle carte è una buona idea per quelle più potenti, ma le più utili sono praticamente infinite…

Inoltre, Gon e Killua si trovano solo confrontati con due veri combattimenti: uno è una partita di dodgeball, l’altro è il combattimento finale. In essi (soprattutto nel primo) ci sono alcuni buoni spunti e un utilizzo creativo delle abilità dei combattenti, ma c’è un problema: per SETTE tiri di palla ci mettono QUATTRO puntate. Capisco i ragionamenti e le riflessioni, ma qui siamo a livelli dove le partite di Holly e Benji e i combattimenti di Dragonball Z passano in un batter d’occhi! Questa è una piaga che tocca l’intera serie, e l’inutile e ripetitiva verbosità di tutti i personaggi porta spesso e volentieri alla noia in poco tempo.
Il combattimento finale è carino (anche se pure lui dura tre/quattro puntate, ma vabbé) e comprende l’unico vero “momento-shock” della serie, ma na un piccolo vizio di fondo: il cattivo, se avesse avuto un QI superiore a 4, avrebbe vinto in 15 secondi grazie alle sue abilità. Per tutta la serie il personaggio viene presentato come astuto e manipolatore, e alla fine agisce in maniera totalmente stupida… non è da lui, e questo dato di fatto toglie un po’ di gusto al combattimento stesso.

Parlando di personaggi, Gon e Killua hanno oramai il loro carattere formato dalle precedenti serie: Killua qui ha un ruolo molto più marginale e per fortuna Gon non ridiventa fastidioso: diventa però scemo. Fa scelte totalmente idiote, fa saltare piani a riuscita sicura e fa commenti che mettono in pericolo tutto il gruppo: ci si aspetterebbe qualcosina in più da lui.
Purtroppo il mio preferito, Hisoka, qui ha un ruolo marginale e non rispecchia affatto l’idea che in precedenza ci si è fatti di lui: in definitiva, un personaggio così particolare avrebbe meritato uno spazio di molto maggiore.

I disegni rimangono di buona qualità, anche se come al solito non c’è nulla di particolare: le musiche fanno il loro lavoro.

Insomma, La serie conclusiva di Hunter X Hunter rispecchia bene o male la qualità del resto della serie: non malaccio, ma non giustifica il tempo che ruba. Avessero compresso tutto in 6 puntate, sarebbe venuto fuori un lavoro estremamente migliore e molto più godibile, senza bisogni di inventarsi discorsi che non fanno altro che annacquare tutto l’ambiente. Il finale da una speeeeeeeeeeeeeeeeecie di conclusione al tutto, ma è parecchio insoddisfacente: in pratica, si sa come va a “finire” negli ultimi nove secondi di sigla finale. Dopo novanta puntate, pretendevo qualcosa in più.

Voto: 6,5. È meglio della sconclusionata seconda serie di OVA, anche se il ritmo rimane quello lentissimo di fine prima serie: qualcosa di buono qui e lì c’è, e se si fossero dati un po’ più di pena avrebbero potuto far meglio.

Consigliato a: chi di HxH ha già visto il resto e, già che ci siamo, vuol chiudere la questione; chi ama gli anime sui MMORPG e sui giochi di carte; chi vuol vedere la 57enne più giovanile della storia.

 

Hunter X Hunter 10 Aprile 2009

Archiviato in: Nippon Animation — khorn3 @ 03:39
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Giovani ragazzi in cerca di un futuro avventuroso, tra battaglie e prove!

Hunter X Hunter

Ci troviamo in un mondo di fantasia, in un’ambientazione creata da un mix fantasy/moderno. Ci sono spade, lance e osterie medievali, così come ci sono automobili, fucili e luce elettrica.
Gon è un ragazzino 12enne che vive in una zona rurale con sua zia e sua nonna: un giorno, mentre si avventura tra le piante, incontra un Hunter che gli salva la vita. Gli Hunter sono degli avventurieri che hanno superato delle rigidissime prove per veder accertato il loro status: solo il meglio del meglio può ambire a tale titolo.
Gon, rimanendo affascinato da tale persona, si decide: diventerà anche lui un Hunter! Nonostante le proteste di sua zia riesce a partire per le selezioni, scoprendo nel contempo che suo padre è stato il più grande Hunter di tutti i tempi. Dopo aver ricevuto il suo titolo di Hunter, si fissa pertanto come obiettivo di trovarlo!

Questa lunga serie da 62 puntate può essere divisa in vari spezzoni, che trattano diverse trame. Il primo e migliore pezzo è quello delle selezioni per diventare Hunter: sono 62 puntate in cui facciamo la conoscenza dei quattro personaggi principali (Gon, Killua, Kurapica, Leorio), delle loro motivazioni e dei loro compagni/avversari. I personaggi in questa fase risultano insolitamente complessi e completi per essere in uno show dedicato a dei 13-14enni. Ognuno ha i suoi fantasmi del passato, e anche i comprimari sviluppano delle interessanti sinergie con i protagonisti. Particolare interesse si sviluppa da subito per Killua (figlio di una famiglia di assassini) e Hisoka (una specie di Joker psicopatico): assieme alle prove a cui vengono sottoposti tutti -la maggior parte delle quali è decisamente originale-, si sviluppano anche parecchie curiosità in merito ai segreti che ognuno nasconde.
Ovviamente l’unico personaggio cristallino, buono, tonto e senza problemi è Gon: il fatto di non essere l’unico protagonista porta però a diluire la sensazione di “personaggio che ce la fa solo perché ci crede”, e non risulta pertanto fastidioso.

Con la sorprendente fine delle selezioni e con il passaggio a status di Hunter, a puntata 27, le cose tuttavia iniziano a sfaldarsi: le trame rimanenti non sono nulla di originale (vai a salvare un amico / proteggi una persona / …) e non vengono elaborate in maniera particolarmente furba, come invece era stato fatto inizialmente. Il ritmo, già tranquillo nella prima parte, viene qui ulteriormente diluito da semi-filler che portano il tutto ad una notevole lentezza, che fa sparire la curiosità del “come andrà a finire”.
I personaggi stessi si appiattiscono e le loro caratteristiche, prima dinamiche ed in evoluzione continua, si cristallizzano sulle loro più evidenti caratteristiche e non cambiano più.
Anche le fasi finali, che dovrebbero portare al clou della serie, sono abbastanza scialbe: tutto l’arco narrativo finale è un dilungarsi in attesa del climax finale… che poi non c’è!
Inoltre, va detto che nella prima parte il combattimento era una parte importante ma marginale dei problemi: con la forza bruta generalmente si risolveva poco, e c’era bisogno di avere buone idee e la giusta attitudine per poter passare le prove. Finito tale periodo, improvvisamente e senza spiegazioni Gon diventa una specie di Hulk distruttore di mondi, e le botte diventano il principale fulcro di almeno una ventina di puntate: i combattimenti non sono male, ma soffrono del classico male che troppo spesso si incontra: le interminabili chiacchierate durante gli incontri. Inutile dire che, per quanto le mosse usate possano essere affascinanti, questo fa perdere parecchia dell’adrenalina che ci si potrebbe augurare da un incontro tra due potenti personaggi.
Sorvoliamo inoltre il fatto che in un primo momento la gente combatteva con le proprie abilità marziali/militari, ed in seguito cominciano ad evocare forze misteriose e a lanciare dragoni spirituali…

I personaggi, come detto, sono abbastanza tipici ma inizialmente ben sviluppati: l’eterogeneità del gruppo porta a parecchi interessanti risvolti e a discussioni abbastanza inusuali per questo tipo di anime. Quando la serie inizia a calare, non ci sono più sviluppi: l’ulteriore problema è che Gon diventa sempre più l’elemento centrale di tutta la storia, e quindi il suo buonismo inizia a farsi sentire in maniera abbastanza fastidiosa.

I disegni, per essere del 1999, non sono malaccio: sono tipici di quel tempo. Sulle musiche è invece stato fatto un ottimo lavoro, con le opening ed ending che risultano molto orecchiabili e ben fatte.

Insomma, vale la pena di guardare la serie principale di Hunter X Hunter? Le prime 26 puntate secondo me sono molto belle e si discostano dai soliti anime: il resto è invece un trascinarsi infinito, che dispiace soprattutto perché il potenziale con dei simili personaggi era molto più alto. È come se avessero pensato solo alle qualificazioni, e una volta finito tale periodo non avessero più saputo cosa far fare ai protagonisti…

Voto: 6,5. Molto più alto per la prima parte, ma il resto annacqua ciò che di buono c’è.

Consigliato a: chi non si fa infastidire dalle puntate lente in cui succede poco; chi apprezza i personaggi sempre positivi e felici nonostante le avversità; chi vuol vedere un assassino professionista venir preso a gelatate in faccia.

 

Muteki Kanban Musume 29 Marzo 2009

Archiviato in: Telecom Animation Film Co., Ltd. — khorn3 @ 01:36
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Come NON gestire un ristorante di ramen: a calci e pugni!

Muteki Kanban Musume

Questo breve anime di 12 puntate parla di Miki, che lavora in un ristorante di ramen gestito dalla madre:il lavoro in sé non è nulla di particolare, ma c’è un problema… Miki ha un carattere vagamente intrattabile, che generalmente sfocia in una violenza brutale e devastante. L’unica a poterla controllare è la madre, ancor più violenta di lei, che tenta di portare avanti il suo lavoro tra i mille attacchi di chi vuol sfidare la figlia!

Come si può capire, la trama è praticamente inesistente: sin da subito si capisce che il punto focale sono i combattimenti tra i vari personaggi. Essi nascono da qualsiasi interazione con Miki, la cui risposta è sempre un ghigno satanico e un paio di calci nello stomaco.
Dopo il primo paio di puntate (la prima fa ridere parecchio, nelle altre vengono introdotti i vari co-protagonisti), la situazione tuttavia si cristallizza e si ripete immutata episodio dopo episodio, diventando velocemente ripetitiva. I commenti del povero Ohta riescono sempre a strappare un sorriso o una risata e alcune situazioni sono talmente assurde che fanno ridere, ma per il resto non ci sono grandi novità o eventi. La violenza non è abbastanza per diventare divertente a prescindere (come invece capita in Dai Mahou Touge o in Bokusatsu Tenshi Dokuro-chan), e i personaggi non riescono a fare molto dopo gli episodi in cui vengono introdotti.

Parlando di personaggi, come detto, lo sviluppo è ovviamente nullo: i caratteri sono ben definiti e funzionano nell’ambiente dell’anime, pur non essendo rivoluzionari. I piani demoniaci di Megumi sono sempre ingegnosi, così come i fallimenti di Kankuro sono sempre prevedibilissimi: fanno ciò che ci si aspetta da loro, nulla in meno e nulla in più.

Il disegno, per essere fatto da una casa produttrice così piccina, è carino: non è un’opera d’arte, intendiamoci, ma lo stile ben si adatta al tipo di anime.
Le musiche sono abbastanza ininfluenti, con l’eccezione dell’opening che è orecchiabile e che fa un ottimo lavoro nel depistare lo spettatore dal vero senso della serie: dalla sigla parrebbe un normale anime, e poi si rivela in tutta la sua stupidità. È inoltre da notare il personaggio di Kankuro per due cose, una negativa e una positiva: quella negativa è che tutte le sue frasi finiscono in ~nya, e la cosa da parecchio fastidio. La cosa positiva è che è riconoscibilissima la voce di Viral di Tengen Toppa Gurren Lagann, che ci sta benissimo per un pazzo psicopatico del genere.

Insomma, questa serie riesce a metà nei suoi compiti: qualche risatella la strappa, ma avrebbe potuto fare molto di più se avesse calcato di più sull’aspetto delirante delle vicende: è come un Excel Saga o un Cromartie High School in versione annacquata e ripetitiva: un vero peccato, perché le basi c’erano e ci si sarebbe potuto ricamare su ben altro.

Voto: 6,5. È un peccato, ma dalle premesse date nella prima puntata mi aspettavo parecchio di più.

Consigliato a: chi non si offende con la violenza gratuita; chi cerca un po’ di stupidità gratuita; chi vuol vedere come si educa una figlia: a facciate contro il muro.

 

Nodame Cantabile: Paris Chapter 19 Febbraio 2009

Archiviato in: J. C. STAFF — khorn3 @ 08:31
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Non sempre i sequel sono all’altezza degli originali.

Nodame Cantabile: Paris Chapter

La storia comincia da dove Nodame Cantabile si interrompeva: Chiaki e Nodame si trasferiscono a Parigi per continuare i loro studi, lei come pianista e lui come direttore d’orchestra. Inoltre, Chiaki inizia anche a lavorare “sul serio”, mentre Nodame si trova confrontata con problemi che non si aspettava: riusciranno a continuare ad inseguire i loro sogni, e a proseguire nella loro relazione?

Prima di iniziare a lamentarmi, voglio precisare una cosa: l’anime in sé è comunque godibile, non risulta noioso e si lascia guardare con tranquillità. Facendo un paragone con la prima serie, tuttavia, ne si ottiene una versione compressa, offuscata e poco ispirata.
Iniziamo dai personaggi: Chiaki è sempre uguale, ma Nodame splende molto meno che nella prima serie. La loro storia si evolve un pochinoinoinoinoino, ma in maniera non esagerata. Rimane comunque accettabile.
Abbandonando il Giappone, però, i due si lasciano alle spalle anche tutti i loro amici che avevano fatto da spalle a millemila gag: come dimenticare il violinista con le pose rock, o il percussionista vestito da sposa? Ecco, tutto ciò non c’è più. Subentrano dei personaggi secondari di riserva, ma sono dei rimpiazzi che non reggono assolutamente la scena e risultano abbastanza inutili. Non arrivano ad essere fastidiosi, ma non apportano praticamente nulla alle gag e alla trama. I tormentoni ripetuti sul voler trovare marito e sull’essere un otaku non è che facciano ridere più di tanto…

In secondo luogo, la trama. Nella prima serie assistevamo alla crescita personale ed artistica dei protagonisti, che partivano essendo un paranoico precisino ed una casinara fino ad arrivare ad essere il direttore di un’orchestra giovanile e una quasi-vincitrice di concorso di pianoforte. Trame come la costituzione e lo sviluppo dell’orchestra S rimanevano nel cuore dello spettatore, perché vissuti assieme ai personaggi: anche in questo caso, tutto ciò non si ripete. La trama è affrettata e compressa (pare siano stati brutalmente asportati parecchi pezzi dal manga, comprimendo tutto all’inverosimile), e non c’è modo di affezionarsi ad una situazione o preoccuparsi per un problema poiché esso è già risolto prima che ce ne si accorga.

Infine, la musica. La colonna sonora e i concerti sono ciò che ha reso Nodame Cantabile un lavoro diverso da quasi qualsiasi altro, pieno di emozione e sensazioni inusuali per l’otaku medio. Essendo qui tutto compresso in undici puntate, chiaramente non c’è il tempo di dedicare mezza puntata ad un brano, per quanto esso sia importante ai fini della storia: ne si sente un accenno di 40 secondi, e morta lì.

La grafica è rimasta invariata, il che non da particolare fastidio e qui e là risulta anche azzeccato per qualche gag: anche l’abitudine di usare la CG sulle mani dei musicisti è rimasta. Hanno però forse un po’ esagerato e hanno espanso la CG a tutta l’orchestra e in alcuni casi sembra che ci siano dei pupazzi a suonare, piuttosto che delle persone.
La musica… beh, è pur sempre musica classica, e non ne si può parlar male. A parte le lamentele di cui sopra, il sonoro rimane sempre e comunque di grande qualità. L’opening è carina (anche se non regge il confronto con la fenomenale apertura della prima serie), e come ending hanno usato una versione modificata del Bolero di Ravél, con su un buon cantato in francese.

Insomma, come si può dedurre per me Nodame Cantabile, Paris Chapter è stata una cocente delusione. Ho amato veramente molto la prima serie, e seppur in sole 11 puntate mi aspettavo di ritrovare qualcosa di simile: ho invece trovato una versione spenta ed ingrigita, che non soddisfa nessuno. Per fare un sequel del genere, meglio lasciar stare! Spero che, se ne faranno una terza serie, seguiranno il filone della prima e non di questa.

Voto: 6,5. Per chi non ha visto la prima serie potrebbe essere qualcosa in più, per chi l’ha vista anche qualcosa in meno.

Consigliato a: chi ama la musica classica, anche se in piccole dosi; chi vuol vedere il proseguio della prima serie, e non ha paura delle delusioni; chi di Mukyuu e Gyabo non ne ha mai abbastanza.