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Anime Reviews

Xenosaga 5 Ottobre 2009

Archiviato in: Toei Animation — khorn3 @ 10:35
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…Da un videogioco, una serie di fantascienza.

Xenosaga

Ci troviamo diverse migliaia di anni nel futuro. La terra è oramai un lontano ricordo: l’umanità vive in giro per le galassie, avendo sviluppato il sistema di viaggiare più veloci della luce.
Purtroppo una grande minaccia incombe sulle popolazioni dello spazio: delle terribili creature aliene, gli Gnosis, sono arrivati da chissà dove e sembrano avere soltano interesse nel distruggere l’umanità e recuperare delle strane reliquie, chiamate Zohar.
I protagonisti della serie vengono colti in uno di questi assalti, mentre stavano trasportando una reliquia: ma perché questi misteriosi esseri insistono negli attacchi? Riucirà Kos-Mos, la superarma senziente, a capovolgere le sorti della battaglia? E tutto ciò potrebbe esser correlato alla guerra che 14 anni prima sconvolse l’ordine galattico?

Inizio premettendo di non aver mai giocato al videogioco da cui questa serie è tratta, e pertanto la valutazione verrà effettuata unicamente sulla visione distaccata dal prodotto di base.
Come si può vedere, in principio viene messa parecchia carne al fuoco. Il problema è che, in questa serie di sole tredici puntate, la carne al fuoco è davvero troppa! Probabilmente, nella fretta di infilare nel poco spazio tutte le nozioni necessarie, ne è venuto fuori un minestrone pressoché incomprensibile. Ripensandoci a posteriori posso dire di aver più o meno capito la storia, ma durante la visione di chiaro c’era davvero poco.
Si inizia parlando della superminaccia degli Gnosis e dell’importanza di recuperare le reliquie, e poi tutto ciò viene prontamente dimenticato; in seguito, si va a scoprire un po’ cosa era successo negli anni passati, con il supporto di alcuni nuovi personaggi; successivamente, intrigo politico! Che male non ci sta mai. Alla fine si cestina tutto quanto sopra elencato per far comparire un ultracattivo di cui s’era vagamente accennato prima, per avere una conclusione tutta esplosioni e discorsi buonisti, senza gran senso.
Si può vedere di fondo come le varie cose siano collegate, ma è un indizio lasciato alla necessariamente fervida immaginazione dello spettatore perché di tempo per spiegare cosa sta accadendo non ce n’è.

Lo sviluppo dei personaggi segue purtroppo lo stesso ritmo: correndo attraverso i compiti a loro assegnati, i protagonisti e i loro accompagnatori non riescono ad avere un sufficiente spazio per evolversi o spiegarsi. Qui e là si ha qualche flashback (pienamente prevedibile, di solito) che dovrebbe spiegare qualcosa in merito alle motivazioni o ai rapporti di un personaggio con qualcun’altro. Tutto ciò risulta invece soltanto tedioso, perché spiega cose che già si son capite (per forza, se no non si sarebbe riuscito ad afferrare nulla della trama) oppure eventi che alla fine sono irrilevanti.
Ogni tanto qualcuno tenta di sviluppare la propria personalità, ma anche in questo caso si cade nella banalità più totale.

Xenosaga, nella sua versione animata, fa qualche accenno a delle problematiche decisamente interessanti: inizialmente si parla di integrazione dei cyborg e di altre creature simili nella società umana, con prese di posizione abbastanza tipiche ma comunque condivisibili. In seguito viene sfiorato in lontananza anche qualche accenno di religione, ma tutti questi possibili approfondimenti -che avrebbero sicuramente giovato alla profondità della serie- risultano affrettati quanto le altre sezioni dell’anime.

I disegni non sono nulla di speciale: per essere del 2005 ci si può aspettare molto di più. Anche la CG non è granché, e i combattimenti non colpiscono particolarmente.
L’opening è curiosa e graziosa, senza parole nella canzone ma interessante; l’ending avrebbe potuto essere davvero orecchiabile se non fosse stata cantata con un engRish davvero terrificante.

Insomma, Xenosaga è un fallimento su tutta la linea? Beh, non mi spingerei così oltre: sicuramente esistono prodotti peggiori. Il massacrante ritmo che è stato imposto alle puntate, tuttavia, ha richiesto un prezzo altissimo alla trama, ai personaggi e alla gradevolezza della visione.
Probabilmente il gioco, avendo molto più tempo per potersi sviluppare, riesce a fare molto meglio in tutti questi aspetti: tristemente, questo lavoro come stand-alone non riesce a reggersi in piedi.

Voto: 5,5. Qualche momentino quasi interessante, nella prima parte, c’era anche: purtroppo si è fermato lì.

Consigliato a: chi ha giocato al gioco, e non si offende a vedere solo una frazione degli avvenimenti narrati; chi ama robottoni e belle donne che sparano raggi laser a caso senza un preciso perché; chi si chiede perché, quando si ha un’arma potentissima, non la si usa ogni volta che si può.

 

Bottle Fairy 30 Settembre 2009

Archiviato in: XEBEC — khorn3 @ 09:07
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…Un breve e candido anime sulle abitudini giapponesi viste dagli occhi delle fate.

Bottle Fairy

Kururu, Chiriri, Sarara e Hororo sono quattro fatine grandi più o meno 10-15 centimetri, che desiderano diventare umane e vivono a casa di un ragazzo (dal nome sconosciuto, sempre e solo chiamato Sensei-san), per fare il loro “apprendistato” ed imparare gli usi ed i costumi del popolo giapponese. Riusciranno del loro intento? In che modo vedranno, da un mondo totalmente diverso, il mondo che conosciamo?

Questo anime è composto da tredici brevi puntate, di una dozzina di puntate l’una: ognuna è dedicata ad un singolo mese, più una puntata conclusiva. Passando mese dopo mese, si elencano le varie scadenze che un bambino/ragazzo medio incontrerà nel suo anno di vita in Giappone: Natale, Capodanno, San Valentino, gli esami, le vacanze estive,… è una buona base per conoscere come vengono affronate le più comuni festività che si incontrano nelle terre nipponiche (in buona parte molto diverse dalle nostre). Altre trame non ce ne sono: le quattro protagoniste, mese dopo mese, usano la loro intensa immaginazione per vivere in maniera tutta loro i vari avvenimenti con cui entrano in contatto.

Purtroppo l’umorismo in tali situazioni è abbastanza carente: il tono è estremamente leggero (ed immagino che il target di questo anime siano i bambini), ma raramente ci scappa anche un solo sorriso. Il ritmo è lento e gli avvenimenti sono pochi, rendendo il tutto parecchio lento – va bene fare una serie rilassata, ma soprattutto con un’utenza giovane bisogna mantenere alta l’attenzione!
Inoltre gli sketch non sono esattamente brillanti, con un solo personaggio che qui e là riesce a strappare un paio di sorrisi: Hororo, la svampita del gruppo, che ogni tanto effettivamente riesce a tirar fuori qualcosa di buono. Buona parte degli scherzi è basata su incomprensioni linguistiche, particolarmente facili con la lingua del sol levante, ma anche capendoli (grazie alle spiegazioni dei gentili subber) non sono propriamente divertenti: altre serie, usando lo stesso sistema, riescono a fare un lavoro molto migliore.

Il disegno è accettabile in virtù dello stile dell’anime, anche se non si tratta esattamente di capolavori. L’opening (e, seppur in misura minore, l’ending) è estremamente azzeccata per l’ambiente che si sviluppa durante la serie, mentre le musiche durante le puntate sono praticamente inesistenti: peccato.

Insomma, Bottle Fairy vale il paio d’orette di tempo che occupa? Purtroppo, tirando le somme, credo che la risposta sia più no che sì. È interessante l’aspetto “educativo” che può fornire ad una persona che è a digiuno di abitudini ed usi giapponesi, ma purtroppo non può offire altro: i personaggi sono banalotti seppur simpatici, la trama non esiste e la parte comica è forse la parte più mancata di tutte.

Voto: 5,5. Purtroppo non raggiunge la sufficienza, sebbene qui e lì qualche punto di carineria ci sia.

Consigliato a: chi vuole farsi una piccola cultura sulle feste dei bambini; chi adora i personaggi teneri e non troppo svegli; chi vuol vedere delle fate sotto vetro.

 

Solty Rei 26 Luglio 2009

Archiviato in: GONZO — khorn3 @ 11:01
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Un Noir ambientato nel futuro:

Solty Rei

Ci troviamo in un imprecisato futuro. Siamo a dodici anni di distanza dal tragico Blast Fall: dall’aurora che sovrasta in ogni momento la città scese un globo di energia che rase al suolo quasi tutto, ivi incluse numerosissime vite.
Roy Revant è un cacciatore di taglie di vecchio stampo: aria truce, cappotto sempre addosso e violenza quanto basta, vive da allora cacciando i criminali nella speranza di ritrovare la sua figlia scomparsa nel tragico incidente di cui sopra.
La tecnologia del Resembling si è particolarmente sviluppata dopo la tragedia: molte persone, dopo tale evento, sono rimaste gravemente ferite e delle parti cibernetiche sono state innestate in loro, rendendole a tutti gli effetti più potenti.
Nella sua attività di cacciatore di taglie, Roy si ritrova in una situazione particolarmente pericolosa in cui viene salvato fortunosamente da una misteriosa ragazza con una potenza ineguagliabile: dopo vari tentennamenti essa viene data in affidamento a lui, e viene nominata Solty. Lei non sa nulla del suo passato, e curiosamente attorno a lei molte persone iniziano a gravitare… ma quale è la sua origine? Come mai così tanta gente è interessata a lei? E cosa si nasconde dietro al cataclismatico Blast Fall?

In primis, una valutazione va data alla storia in sé. Inizialmente mi pareva davvero debolissima: un’idea iniziale non del tutto da buttare era stata devastata da 20 puntate su 26 di filler, senza praticamente alcuno sviluppo. Nelle ultime puntate, tuttavia, vengono estratte alcune idee niente male: da un punto di vista riassuntivo si può dire che le idee c’erano, ma il loro sviluppo è singhiozzato e frammentario. Per quasi tutta la serie i personaggi agiscono senza alcuna apparente logica, per poi ricever spiegazioni solo alla fine: vedere tuttavia otto ore di anime senza capirci nulla non è divertente.

Parlando di personaggi, si va a toccare il punto più dolente di tutti: i protagonisti. Essi sono di una piattezza incredibile, stereotipati e monotoni in ogni loro aspetto. Roy nasce come classico burbero dal cuore ferito, Solty pare la classica ragazzina pseudo-aliena dissociata, Miranda si palesa come la spalla di Roy in ricordo di vecchie amicizie… e tutti loro non fanno un millimetro più di quanto il loro personaggio richieda.
Il gruppo di fuorilegge risulta noioso e, nonostante la loro teorica parte di importanza non indifferente, paiono delle inutili comparse: lo stesso si può dire delle quattro superpoliziotte, le cui vicende occupano intere puntate ma che risultano assolutamente non interessanti.
I “cattivi” agiscono in maniera stupida e illogica, buttando all’aria centinaia di anni di pianificazione per qualche capriccio (il classico “spiego tutto il mio piano solo per farmi fregare alla fine”): una vera delusione.

L’ambientazione non è malaccio, ma gestita dai personaggi di cui sopra risulta anch’essa poco affascinante: durante la storia i personaggi si trovano sempre più invischiati in tragiche vicende (con un paio di colpi di scena ben piazzati e ben congegnati, ma mal sfruttati nel proseguio della narrazione). È come se avessero voluto piazzare un Noir anni ‘20 in un ambiente post-apocalittico, con come risultato un minestrone con poco sapore.

I disegni, per essere della GONZO e del 2005, sono parecchio scarsi: anche la CG è mal integrata con il tratto usuale. L’opening personalmente non mi è piaciuta, ma ho trovato di inusuale qualità la musica durante le puntate: almeno su questo punto si sono messi d’impegno.

Insomma, cosa rimane dopo la visione di Solty Rei? Rimane l’impressione di aver guardato una serie nata con qualche buona idea, e sviluppata in maniera raffazzonata e poco curata. 20 puntate di filler, 4 puntate di sviluppo a passo di corsa e le ultime due puntate di altri filler non fanno che lasciare un retrogusto amaro per qualcosa che avrebbe potuto essere, e non è stato.

Voto: 5,5. Buoni spunti alle idee, ma lo sviluppo non raggiunge la sufficienza.

Consigliato a: chi ama il genere Noir rivisitato; chi desidera una storia tragica, ma con un inusuale lieto fine; chi vuole incontrare delle poliziotte con il nome di automobili.

 

Ayakashi 30 Marzo 2009

Archiviato in: Crossnet — khorn3 @ 09:19
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Adolescenti e spiriti sanguinari, nell’adattamento di una visual novel

Ayakashi

Yuu è un ragazzo con alcuni poteri speciali. Riesce, ad esempio, a piegare cucchiai e sviluppare alcune forze “paranormali”. Un giorno, i bulli della sua scuola iniziano a prendersela con lui, chiedendogli di mostrare il suo potere: Yuu scopre così di non essere il solo ad avere simili abilità, ma realizza al tempo stesso che esse possono essere utilizzate per scopi estremamente crudeli! In tale occasione fa la conoscenza di Eimu, una misteriosa e cupa ragazza che tenta di tenerlo all’oscuro di tutto… con scarsi risultato, dato che i guai sembrano cercare Yuu senza sosta.
Ma cosa si nasconde dietro ai poteri che alcuni ragazzi sembrano aver sviluppato? Perché tutti se la prendono con Yuu? Cosa ha lui di speciale rispetto agli altri?

In un primo momento, sono rimasto parecchio sorpreso dalla trama che si sviluppava in questo anime di dodici puntate, tratto da una visual novel: generalmente tali storie sono riempite di amore mieloso, mentre qui non ce n’è praticamente traccia. Inoltre, nel primo paio di episodi si assiste ad una buona dose di sbudellamenti assortiti, assieme ad un mistero che monta sempre più, in tutta rapidità: quando stavo per iniziare a nutrire notevoli speranze, tuttavia, esse sono state spazzate via.
Una volta preparata la scena iniziale, la storia inizia infatti a correre a perdifiato lasciando indietro sia i personaggi che gli spettatori: accade tutto a velocità smodata: non c’è tempo di assistere ad un avvenimento che ce ne sono già mille altri, e il collegamento tra gli stessi è vagamente intuibile ma ben raramente spiegato. Si arriva al punto in cui i personaggi si pongono una domanda (che anche gli spettatori, giustamente, hanno da fare), e la risposta è non lo so, andiamo avanti. Il problema viene poi totalmente trascurato e la risposta si perde nelle nebbie, con altri centomila fatti che continuano a succedere.
Le fasi finali inoltre son prevedibile e la conclusione è quanto di più banale possa esistere.

Si può pertanto capire come, in un ambiente similmente stressato, i personaggi non abbiano alcun tempo di crescere, svilupparsi o rivelarsi: gli unici cambiamenti accadono di botto e senza alcun avvenimento che possa causare le presunte “prese di coscienza” che provocano il mutamento. Questo porta inoltre a non avere alcuna connessione emotiva con le figure a schermo (senza contare che alcune compaiono senza alcuna logica, deambulano per mezza serie a caso, poi fanno qualcosa e infine spariscono in maniera stupida), e quindi a interessarsi poco al loro destino. Unica nota positiva il cattivo, che fino a 4/5 aveva tenuto un profilo sufficientemente crudele da esser credibile… per poi, nel finale, fare la figura del pirla.

I disegni e l’animazione, per essere del 2007, sono tendenti al carente: anche gli Ayakashi (gli spiriti che donano i poteri di cui si parlava prima) non sono nulla di che, e i combattimenti tra essi non sono assolutamente emozionanti.
Il sonoro è anonimo e non apporta alcun buon punto alla serie.

Insomma, Ayakashi è una mezza delusione. Ha il pregio di tentare una trama un po’ più originale del “tutti amano lo stupido personaggio principale” e un po’ di arti tranciati aiuta a rendere un bell’ambiente paranoico e pauroso, ma tutto ciò avviene solo all’inizio: poi si perde in sé stesso, risultando a malapena comprensibile e affrettato.

Voto: 5,5. Peccato, sviluppandolo con un po’ più di calma avrebbe potuto uscire qualcosa di davvero carino.

Consigliato a: chi vuol vedere tante belle ragazze sullo schermo (anche se il fanservice è assente); chi non disprezza mai qualche braccio mutilato e qualche innocente sgozzato; chi vuol vedere che da una visual novel si può tirar fuori qualcosa di diverso, sebbene la qualità sia quella che è.

 

Ikkitousen: Great Guardians 25 Marzo 2009

Archiviato in: Arms Corporation — khorn3 @ 05:35
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…e dopo il fanservice e ulteriore fansevice, cosa possiamo aspettarci dalla terza serie?

Ikkitousen: Great Guardians

Questa terza serie riprende il filo qualche tempo dopo il termine della seconda. La minaccia di Motoku è stata sventata, e le tensioni tra le scuole si sono visibilmente rilassate: oramai molte guerriere si frequentano anche se sono di istituti diversi.
Un avvenimento, tuttavia, scuote la tranquillità: Ryofu Housen, che morì nella battaglia finale contro Toutaku (prima serie), sembra essere tornata in vita! Non ha tuttavia conservato alcuna delle sue memorie… cosa sarà mai accaduto? Lei è davvero Ryofu e, se sì, come fa ad essere nuovamente viva? Come mai alcune persone iniziano a comportarsi in maniera a dir poco strana? Chi c’è dietro a tutto ciò?

Partiamo innanzitutto dal punto focale di questa serie: il fanservice. Durante le prime puntate si torna ai livelli della prima serie, con mutande e tette in ogni dove: inoltre, rifanno la loro comparsa le scene ai limiti dello yuri-hentai: nulla di esplicito, ma la differenza è solo di pochi cm2 di stoffa. Dopo circa la metà delle dodici puntate, tuttavia, il livello di zozzerie visive si riduce abbastanza sensibilmente. C’è addirittura un combattimento in cui si colpiscono e le tette non volano al vento!!

Sulla trama, gli autori hanno probabilmente fatto un ragionamento. Nella prima serie avevano avuto qualche ideuzza, e il resto era nebbia. Nella seconda serie la storia era un casino senza senso. Nella terza… perché darsi la pena di pensarci troppo?
In seguito a tale illuminato pensiero, la prima metà della serie è composta di filler comico/ecchi che non portano da nessuna parte il mistero della resurrezione di Ryofu (preso per naturale dopo due minuti da qualsiasi personaggio). Verso puntata 7-8, probabilmente per uno scrupolo di coscienza, il problema inizia ad essere affrontato. Nelle puntate rimanenti, la trama prende pertanto un’accelerata notevole: tra sbandate, discorsi e qualche mazzata, si arriva ad avere un quadro abbastanza completo della situazione. Volendo fare un riassunto, ci troviamo dinnanzi alla solita storia del personaggio che è cattivo perché è stato maltrattato, non capisce l’amicizia, si sente solo e quindi vuol distruggere tutto: l’originalità è morta alla seconda parola di questa frase, ma perlomeno non si sono avventurati in idee assurde e insensate. Anche tutta la menata del “devo farlo perché è il mio destino”, di cui erano tristemente permeate le prime due serie, è un po’ meno presente.

I personaggi sono i soliti di sempre, con un paio di nuove entrate che però risultano parecchio inutili. La sorella di Hakufu ha la stessa utilità di una narice sulla schiena, e il Grande Cattivo trama nell’ombra… talmente nell’ombra che interagisce con gli spettatori solo nelle ultime due puntate.
Sui protagonisti che ci accompagnano da tre serie è stato fatto un lavoraccio: praticamente tutti sembrano le caricature di sé stessi, e soprattutto Kan’U Unchou e Ryonmou Shimei (due delle poche che nelle precedenti vicende avevano fatto una figura almeno decente) sembrano delle totali idiote in confronto alle pseudo-rispettabili guerriere che erano prima. Anche i loro stili di combattimento diventano totalmente inutili, poiché qui ci si picchia ben meno che nelle prime due serie: peccato.
Inoltre, praticamente chiunque ha un quoziente intellettivo a cifra singola: tutti vengono presi in giro dai più ingenui dei trucchetti, cadono nelle trappole inconsciamente dopo che, tre minuti prima, qualcuno aveva detto loro che X era un nemico, eccetera.
L’unico personaggio che in fin dei conti mi ha sorpreso è Ouin Shishi: per quasi tutta la serie pensavo “ecco, la continuity se ne va a ramengo, lui non era più così” e poi mi son trovato colpito dal fatto che tutto ciò avesse una motivazione, e che essa fosse coerente con il carattere dell’eroe di 1800 anni fa che vive in Shishi.

La grafica ha fatto un passo indietro rispetto alla seconda serie (che sia stato un taglio di fondi, visti i risultati del passato? Chissà), e i combattimenti sono meno spettacolari di un tempo – e sono anche di minor numero.
Nulla da dire sulla parte audio, con opening ed ending nella norma e delle voci appropriate.

Beh… che dire. Giunti oramai alla terza serie, non avevo alcuna aspettativa per Ikkitousen: Great Guardians. Per quanto rimanga una serie a mio parere scarsa e senza alcun mordente, tuttavia, devo concedere che in un paio di punti ho visto qualche barlume di decenza che non fa sprofondare questo terzo capitolo ai livelli del secondo.

Voto: 5,5. Siamo sui livelli della prima serie: tante tette, qualche scena quasi zozza e uno straccio di trama per tenere insieme tutto. Non basta, ma magari qualche 15enne ingrifato potrebbe rimanerne colpito.

Consigliato a: chi ha gradito la prima serie di Ikkitousen; chi vuole tante tette all’aria, e non si stufa delle trame trite e ritrite; chi si chiede quanti baci saffici si possono infilare in un anime con la scusa del “è per la trama”.

 

Ikkitousen 13 Marzo 2009

Archiviato in: J. C. STAFF — khorn3 @ 12:29
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Oltre le frontiere del fanservice:

Ikkitousen

Millenni fa ci fu un periodo denominato “dei Tre Regni”, in cui grandi guerrieri e generali si dettero guerra con un’abilità bellica impareggiabile. Le loro anime sono state conservate in talismani, chiamati Magatama: le persone che indossano tali amuleti vengono pertanto pervasi dallo spirito e dalle caratteristiche dell’eroe relativo.
Ci troviamo ora nella Cina moderna: sette licei si fanno la guerra a suon di mazzate per stabilire la gerarchia tra di esse. Un’antica leggenda dice però che arriverà il Re dei Re e soggiogherà tutti: corrisponde a realtà? È possibile che Hafuku, una ragazza dalla testa all’aria, sia tale persona? Oppure qualcuno interferirà con il suo destino già preannunciato, e cambierà le carte in tavola?

Questo anime parte, prima di aver visto anche solo un minuto di puntata, con delle buone carte in tavola: un’idea non originale ma che può dare motivazione a molti combattimenti; una trama basata su un antico racconto cinese realmente esistente; la possibilità, con sette fazioni in gioco, di molti cambiamenti di fronte e colpi di scena.
Dopo aver visto un paio di minuti, tuttavia, si capisce che tutto ciò non andrà a realizzarsi: si comprende infatti che ci troviamo avanti ad un concentrato di assoluto fanservice mascherato da anime.

La sere di elementi in tal senso è davvero impressionante. L’80% dei personaggi è di sesso femminile. Nessuna ha una taglia di reggiseno inferiore alla quarta. In ogni puntata ci sono da un minimo di 25 fino a 50 esposizioni di mutande, tette o combinazioni dei due elementi. Nei combattimenti ogni colpo sarà inizialmente indirizzato al torso, per strappare la maglietta. Le (fortunatamente) poche battute sono tutte a sfondo beceramente sessuale. Vengono regalate scene yuri totalmente gratuite. Ogni inquadratura si ferma per 10/15 secondi sulle minigonne o sui reggiseni strabordanti.
Sicuramente dimentico moltissimi dettagli in tal senso, ma dall’elenco qui sopra si può capire il tono della serie: qualsiasi possa essere la piega che venga presa dalla storia, essa verrà inesorabilmente schiacciata dalle continue interruzioni che tali elementi portano.
Anche i combattimenti risultano abbastanza noiosetti, in parte perché l’animazione non è spettacolare, e in secondo luogo perché ad ogni calcio la gamba rimane sollevata a mostrare le mutande per diversi secondi, spezzando ogni ritmo di combattimento possibile.

La storia in sé è abbastanza una delusione: l’acclamato legame con il romanzo dei Tre Regni è totalmente fittizio, dato che di tutti i personaggi nominati non uno compare nella saga originale, e gli avvenimenti narrati non vengono qui rispecchiati. La storia si spinge avanti in maniera poco credibile, dato che quasi tutto viene giustificato con “è il mio destino che mi dice di fare così”: è una delle scuse più squallide per motivare delle azioni altrimenti inspiegabili. Non mi metterò nemmeno a parlare delle incongruenze storiche tra ciò che dichiarano e ciò che accade poiché penso che nessuno, dopo più di cinque minuti di visione, stia ancora a vedere se la storia ha un senso…
I personaggi stessi sono profondi come pozzanghere, e non ci si preoccupa per loro nella maniera più assoluta: la protagonista stessa è l’archetipo del personaggio inutile, facendo della sua stupidità l’unico aspetto distintivo, e vincendo le battaglie sempre nello stesso modo (non a lei imputabile, dato che subentra l’anima dell’antico guerriero…).

Insomma, tutto da buttare? Beh, non me la sento di dire così. A dirla tutta qualche combattimento decente c’è (principalmente i momenti dove Hafuku perde il controllo e diventa una belva): inoltre, un paio di colpi di scena sono apprezzabili e, se messi in un contesto diverso, avrebbero potuto essere dei buoni punti di svolta.
Ogni tanto la serie riesce anche a strappare un mezzo sorriso, anche se in genere la cosa è dovuta al pensiero di “ma che tristezza”: soprattutto quando subentra la madre di Hafuku salta fuori qualche siparietto indecente che magari un pochino fa sorridere.

Il disegno, per essere del 2003, è decisamente scarso: anche l’animazione non è un granché, e questo è un bel problema per un anime d’azione.
Le musiche sono invece curiosamente ben curate, con una buona opening (fatta dagli stessi che hanno curato la quarta serie di Initial D) e un’ending apprezzabile.

Insomma, Ikkitousen è un anime che può essere apprezzato soltanto dal selezionatore dei programmi per il pomeriggio di Italia 1, oppure dai 15enni in presa a crisi ormonali. Per loro c’è infatti tutto il necessario: botte gratuite, tette, culi, scene ai limitissimi dell’hentai, battute becere e una pseudo-trama. Non posso dire che qui e là non ci sia stato qualche momento interessante: non sono però in grado di dire se fosse per qualche effettivo merito, oppure se l’eccessiva esposizione alla biancheria intima femminile mi abbia momentaneamente inabilitato l’uso delle sinapsi.

Voto: 5,5. Perlomeno fa capire subito di cosa si tratterà, e quindi è una serie onesta al 100% con lo spettatore. Questo però non basta per salvare l’anime in sé dai suoi numerosissimi difetti.

Consigliato a: chi di fanservice ne vuole sempre di più; chi di tette e culi ne vuole ancora di piu; chi di nudità gratuite ne vuole ma davvero davvero di più.

 

Real Drive 6 Marzo 2009

Archiviato in: Production I. G. — khorn3 @ 10:24
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Un anime sulle immersioni nel mare e nel cyberspazio: sarà un buco nell’acqua?

Real Drive

Nel 2012, Haru è un sommozzatore che esplora gli abissi dell’oceano, per trovare “il bioritmo della terra”: a seguito di un incidente, accaduto da parte ad un impianto per la creazione di un’isola artificiale dove lui si stava immergendo, egli cade tuttavia in coma per cinquant’anni.
Al suo risveglio si ritrova sull’isola in questione, nel frattempo ricostruita, ma con un corpo vecchio e incapace di camminare: il suo sogno di immersioni sembra infranto, e la sua speranza di trovare risposte è oramai ridotta ad un lumicino.
Nel frattempo, tuttavia, è stata ben sviluppata la tecnologia del Meta Real Network, comodamente abbreviato con Metallo, nel quale ci si può immergere come si farebbe nel mare e che contiene quantità pressoché infinite di dati, coscienze e possibilità. La tecnologia e la vita delle persone ne è oramai piena, ancor più di quanto sia presente internet ai giorni nostri: in questo nuovo oceano, Haru potrà trovare le sue risposte? Come è cambiata la civiltà del 2060 a seguito di tale permanente connessione ad un livello così intimo?

Iniziamo dalle cose buone. Sin dall’inizio ho notato delle somiglianze con tematiche e aspetti incontrati in Ghost in the Shell: dando un’occhiata agli autori, il nome di un certo qual Masamune Shirow compare come creatore della serie. In alcuni discorsi si riconosce infatti la sua mano: vengono toccati aspetti della società già trattati nel suo più grande capolavoro, ma ciò viene fatto con un approccio meno tecnologico e più umanistico. Argomenti come la dipendenza da una rete che può donare ogni sensazione, oppure delle future sfide dovute alla sovrapopolazione o a siccità/inondazioni dovute al riscaldamento globale: si rimane sempre su dei binari abbastanza semplici, ma vengono fatte delle riflessioni pertinenti.
I personaggi, inoltre, risultano genericamente simpatici: dato che non c’è un particolare cattivo non esiste nessuno da odiare: i personaggi e il modo in cui essi interagiscono tra loro è piacevole e rasserenante.

Se fin qui potrebbe parere una serie interessante, tuttavia, preparatevi a ricredervi: le cose che non vanno sono più numerose e, soprattutto, più gravi.
Partiamo dal principale problema: la totale mancanza di una trama. Per venti puntate si assiste a puntate stand-alone che affrontano vari argomenti della futura vita che i protagonisti si trovano ad affrontare: peccato che sebbene alcune puntate portino argomenti interessanti (v. sopra), la maggior parte è semplicemente noiosa e senza alcun mordente. Questo lento trascinarsi rende una vera pena guardare le puntate, che non invogliano in alcun modo a chiedersi “cosa succederà poi”: manca qualsiasi azione, manca qualsiasi motivazione, i personaggi agiscono “alla giornata” senza alcuna possibilità di sviluppo personale.
A puntata venti (su ventisei…) si inserisce una trama che, sebbene tardiva, porta qualche speranza nello spettatore: peccato che la trama stessa non abbia alcun senso e non si colleghi a quanto visto in precedenza. L’idea stessa della problematica è stupida: dopo aver fatto una ricerca per cinquant’anni (!!!), si rendono conto ad un giorno dalla sua attivazione che essa potrebbe essere pericolosa per il mondo intero? E nessuno ci ha mai pensato? E nessuno Stato ha mai detto nulla in merito ad un cambio del clima controllato da un’isola indipendente? Da Shirow uno scivolone simile non me lo sarei mai aspettato, proprio perché in genere le implicazioni geopolitiche sono un suo punto forte: qui si ignora tutto, e si va avanti su una strada assolutamente dissestata. In seguito succedono avvenimenti ancor più sconfortanti, che però eviterò di citare per motivi di spoiler. Si sappia solo che la fine segue la stessa linea di assurdità del resto…
Su questo aspetto va infine detto che non si può dare la colpa ad una cattiva trasposizione da manga a anime, perché Real Drive è nato prima come anime e poi ne è stato fatto il manga: nessuna scusante può essere addotta.

In quanto a personaggi, ho detto prima che sono simpatici: questo è innegabile, ma sono anche tremendamente piatti. I quattro protagonisti infatti chiariscono il loro comportamento dal primo secondo, e nessuno ha mai alcun dubbio o alcuna incertezza nel loro comportamento. Haru è sempre il vecchino benevolente ed esperto metal-diver; Souta è sempre il fratellone tsundere; Holon è sempre l’androide senza emozioni e Minamo è sempre la ragazzina spensierata e positiva che sa che in qualche modo le cose andranno a posto. Punto e basta: non ci si discosta mai da questi dettagli, e mai si va più in profondità.
Solo nelle ultime sei puntate (quelle con una pseudo-trama) qualcuno fa qualche passo avanti con la mente: mi pare però un po’ pochino per una serie che incentra tutto sulle azioni dei suoi personaggi, ma che intrappola gli stessi in ruoli predefiniti.

Per quanto concerne la tecnologia del Metallo, essa può essere vagamente paragonata alla Rete che si vede abbastanza in dettaglio nella serie di Ghost in the Shell: Stand Alone Complex: in Real Drive, la stessa è però più orientata alle emozioni e alle sensazioni, e meno all’informazione pura.
Questo porta tuttavia a varie problematiche: nuotare in mezzo a dei dati con un visore e a dei comandi è credibile e futuramente immaginabile. Che dire tuttavia del doversi immergere in un “mare”, con delle tute da sub virtuali, e vedere le sensazioni come bollicine d’aria colorate che arrivano dal fondo? In che modo ciò può essere immaginato e credibile? Come mai i pensieri sono bolle, ma quando i protagonisti cercano qualcuno ne trovano il corpo e non altre bollicine, come funziona per gli altri?
Ci sono mille domande non risposte (e, presumo, non rispondibili) in merito a tale tecnologia: è apprezzabile l’idea di una connessione tramite nanomacchine nel corpo, ma tutto il resto risulta molto poco credibile.

I disegni non sono malaccio, ma non mi hanno colpito. L’animazione è parecchio fluida, e le scene di combattimento (purtroppo poche) sono molto ben fatte. Le musiche durante la serie non sono quasi percettibili, e opening/ending sono estremamente rockeggianti: possono piacere, anche se a me non hanno detto nulla.

Insomma, Real Drive è stato per me una cocente delusione: un anime piatto che lascia lo spettatore alla fine con un grave senso di insoddisfazione per quello che ha visto: in definitiva, il suo difetto principale è uno: è dannatamente noioso. E questo è imperdonabile.

Voto: 5,5. Buoni alcuni discorsi e alcuni dettagli, così come la parte artistica salvabile: il resto però è da buttare.

Consigliato a: chi è un fanboy di Masamune Shirow; chi non ha paura di annoiarsi; chi vuole vedere un’adolescente grassottella, che è decisamente raro in un anime.

 

Moonlight Mile 17 Febbraio 2009

Archiviato in: Studio HIBARI — khorn3 @ 11:38
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Due scalatori di fronte al sogno di andare sempre più in alto.

Moonlight Mile

Goro e Lostman sono due alpinisti di circa 30 anni, che hanno scalato assieme praticamente tutte le vette del mondo mossi dal desiderio di andare sempre più in alto. Una volta arrivati in cima al monte Everest, quando credono di essere nel punto più alto possibile, vedono passare in cielo la stazione spaziale dell’International Space Agency: capiscono pertanto che esiste un ulteriore passo, e entrambi si fissano come obiettivo di arrivare fin sulla luna e poi, chissà, fino allo spazio siderale.
Goro e Lostman prenderanno strade diverse per cercare di arrivare al loro obiettivo: quale delle due vie sarà la più funzionale ai loro scopi?

La prima cosa che colpisce di Moonlight Mile sono i due protagonisti. Essi non sono infatti due “eroi”, ma sono per buona parte del tempo quantomeno egoisti. Lostman (che viene seguito per circa il 25% delle 12 puntate di questa prima serie) è quello che si potrebbe definire un bastardo senza cuore, mentre Goro (a cui vien dedicato il 75% del tempo) dopo la metà delle puntate migliora un po’, e da bruto semiselvaggio diventa un giocherellone sfrontato con la forza di un cinghiale. Non che sia un personaggio brillante, ma almeno lui non risulta antipatico per tutto il tempo in cui sta sullo schermo…

La storia in sé parte con una buona idea, ma viene sviluppata in modo confusionario e a singhiozzo. Da una parte il lato positivo è che i personaggi non vengono mandati nello spazio dopo tre giorni, dopo esser stati scelti per motivi oscuri: dall’altra parte, bisogna ammettere che iniziare ad allenarsi a 30 anni per diventare astronauti è in ogni caso abbastanza inusuale soprattutto se come lavoro si guidavano le gru in un cantiere!
Sorvolando però su questo dettaglio, che di principio non invalida l’intera trama, rimane però il fatto che spesso e volentieri la storia prosegue a sobbalzi e singhiozzi, stagnando e poi accelerando di anni senza che allo spettatore questo venga minimamente comunicato o fatto capire. Inoltre, qui e là la trama devia in tutt’altri problemi che nulla hanno a che vedere con il filone principale: mettere dei filler in una serie così corta non è propriamente brillante.
Va inoltre detto che, a parte le trame spinoff, nulla viene risolto: si arriva all’ultima puntata e si capisce di aver assistito a 12 episodi di preparazione per ciò che capiterà “poi”. Non c’è una singola domanda che riceve risposta, non si assiste a nessun chiaro evento rivelatore, non c’è nemmeno la parvenza di uno pseudo-finale, foss’anche estremamente parziale. Nulla di nulla.

Il taglio della serie è abbastanza adulto, sia per lo stile dei disegni che per il modo in cui vengono affrontati i discorsi: non c’è però mai una qualche discussione illuminante o profonda. Inoltre, il sesso è presente in maniera quasi fastidiosa: a me non infastidisce il sesso di per sé, ma esso deve avere un motivo per essere presente. In Moonlight Mile, i personaggi lo fanno con tutte le donne (si salva solo una 14enne, TUTTE le altre vengono inforcate) e il fatto stesso che ciò accada non apporta nemmeno un micron di trama, spessore o effetto sull’intera serie. In pratica, è un semplice mezzuccio per far vedere qualche scena semi-hentai senza molto motivo.

La grafica non è un granché per essere del 2007, anche se le parti effettuate al pc sono gradevoli. Il sonoro durante la serie è trascurabile, mentre la curiosa scelta di un’opening interamente strumentale pare in questo caso abbastanza azzeccata. Peccato che durante la sigla si vedano un bel po’ di scene che nella serie non ci sono, spoilerando probabilmente dei fatti della seconda serie che seguirà…

Insomma, Moonlight Mile mi ha parecchio deluso. Non mi aspettavo un capolavoro, ma mi pare di assistere ad un minestrone di concetti, pezzi di trama, tette e fantascienza spicciola: senza le giuste proporzioni, non può uscire un granché. Inoltre, terminare la serie con “TO BE CONTINUED” senza terminare nessuna delle problematiche in corso è una cosa che mi fa imbestialire.

Voto: 5,5. Non scendo più in basso perché, essendo solo una prima serie, potrebbe unirsi alla seconda per diventare qualcosa di decente: da sola, però, è totalmente inutile.

Consigliato a: chi non si lascia infastidire dai protagonisti antipatici; chi non si offende per nudità inutili e per una storia troncata a 1/3; chi vuol incontrare la meravigliosa navicella spaziale Döner Kebab, che ha il nome più bello della storia dei veicoli spaziali.

 

Futakoi 18 Ottobre 2008

Archiviato in: Telecom Animation Film Co., Ltd. — khorn3 @ 01:56
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Tanto amore e tante gemelle:

Futakoi

Nozomu è un ragazzo di 15 anni che, dopo aver traslocato a Tokyo per un po’ di anni, torna nella sua cittadina d’origine. Al suo ritorno ritrova gli amici di un tempo, e anche molta gente nuova. La sua città è famosa per avere un tasso incredibilmente alto di gemelle, a causa di un’antica superstizione. Anche Nozomu sarà catturato dalla “maledizione delle gemelle”?

Va detta subito una cosa: questo è un anime sentimentale per ragazzi. Punto. Non c’è alcuna storia a parte quella sopra narrata, e tutto il resto delle tredici puntate è incentrato su cinque coppie di gemelle che si innamorano tutte di Nozomu. Di certo Futakoi non fa mistero del suo genere, e quindi chi non apprezzasse tale stile saprà di tenersi alla larga.
Purtroppo, secondo me anche chi apprezza le storie d’amore farebbe meglio a guardare altrove: questa serie non è difatti brutta o terribile, ma semplicemente è una delle millemila serie tutte identiche.

La differenza in una storia d’amore, che potrebbe portare la produzione sopra la media dello standard, può essere fatta da due cose: i personaggi e le interazioni che ci sono tra di essi. Andiamo allora a vederli, questi due punti, iniziando dai personaggi.
Ci troviamo con un protagonista, Nozomu, che è l’archetipo del personaggio maschile di qualsiasi anim sentimentale/harem. Un ragazzo senza particolari qualità, a parte essere tonto, dal cuore buono e dalla forza di volontà e forza di carattere di un tovagliolo bagnato.
Le ragazze sono tante, in virtù del fatto che arrivano a due a due: peccato che anche in tale caso ci si è attenuti ai più canonici standard, senza tentare di inventare qualcosa di nuovo. Non si sono fatti mancare nulla: abbiamo
a) la coppia di gemelle amiche d’infanzia;
b) la coppia di gemelle straricche che non hanno mai visto il mondo (paragonabili a delle aliene);
c) la coppia di gemelle di cui una ha la salute cagionevole e l’altra è una tsundere;
d) la coppia di gemelle moe ultratimide con grandi occhiali.
Si potrebbero anche nominare le gemelle bambine che vivono con lui e le gemelle maestre che sono docente di classe e infermiera, ma non entrando nei “giochi amorosi” sono solo dei personaggi di supporto.
Il modo di interagire dei personaggi è, ancora una volta, esattamente quello che c’è da aspettarsi dai rispettivi caratteri: appena un personaggio nuovo compare sullo schermo si capisce il suo carattere, e si sa esattamente cosa farà per tutta la durata della serie. La prevedibilità allo stato puro.

I disegni sono abbastanza anonimi, anche se non mal fatti: d’altra parte è difficile far risaltare un buon disegno in una storia dove l’animazione ha poco da mostrare. Le ragazze sono comunque molto gradevoli alla vista.
L’audio segue il disegno: opening ed ending nella norma, non spettacolari ma nemmeno fastidiose.

In definitiva, Futakoi è un altro dei milioni di anime che popolano il genere sentimentale, realizzato con il minimo sforzo senza cercare di innovare nulla. Non ho mai fatto mistero di non essere un grande amante delle serie amoreamoreamore, ma mi ritengo in grado di poter riconoscere una buona produzione quando la incontro (5 cm al secondo, le situazioni di lui e lei,…). Purtroppo, qui si naviga nella mediocrità assoluta.

Voto: 5,5. Non è terribile, ma non c’è un vero motivo per guardarlo. Solo per appassionati del genere.

Consigliato a: chi ancora non ne ha abbastanza delle solite storie d’amore; chi vuole tredici puntate di indecisione maschile; chi vuol sentir parlare per il 70% in coro, perché le gemelle non sanno parlare una per volta.

 

Bubblegum Crisis: Tokyo 2040 5 Ottobre 2008

Archiviato in: Anime International Company, Inc. — khorn3 @ 05:04
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Pseudo-cyberpunk di dieci anni fa? Eccovi serviti!

Bubblegum Crisis: Tokyo 2040

Questa serie è il remake dell’originale “Bubblegum Crisis”, creato oramai ventun anni fa. Ripercorre praticamente un cammino molto simile alla serie originale, ma è ambientato cinque anni dopo. Infatti, nel 2040 il mondo sarà popolato dai boomers, robot umanoidi che servono le persone nei più disparati ed umili lavori. Dopo il gigantesco terremoto che nel 2032 rase al suolo Tokyo, furono tali robot a ricostruire tutto, ed ora si occupano della pulizia e del mantenimento della città.
Purtroppo non son tutte rose e fiori… ogni tanto qualche robot impazzisce, cambia forma e diventa un mostro affamato di sangue: a quel punto interviene un corpo speciale di polizia creato apposta per queste situazioni, che però sembra avere diversi problemi a mantenere l’ordine. Per loro fortuna ci sono anche le Kight Sabers, un gruppo di quattro misteriose ragazze con delle armature potenziate che possono tenere a bada tali mostruosità!
Ma cosa fa impazzire i computer? Come mai ultimamente il fenomeno sta sempre più aumentando? E cosa si nasconde dietro agli esperimenti che ebbero luogo prima del terremoto?

La prima metà della serie è abbastanza noiosetta, poiché si viene introdotti ai vari retroscena e alla formazione del gruppo di eroine, ma la cosa è fatta in maniera lenta e poco affascinante: con la seconda metà invece la storia di base, che risulta interessante, prende il sopravvento e con il procedere della stessa si assiste ad alcuni eventi inaspettati. Purtroppo questo fa comunque risultare la storia abbastanza confusionaria e, in alcuni punti, contradditoria.
Il comportamento dei personaggi (che hanno uno sviluppo davvero minimo durante tutta la serie) è abbastanza credibile, ma il problema è altrove: tutto il problema dei robot impazziti e le motivazioni che stanno dietro ad essi -che ovviamente non svelerò per evitare spoiler- è originale e carina, ma implementata male. Quando risulta che i robot possono assorbire altro materiale meccanico/elettronico le possibilità di sviluppo aumentano a dismisura, ma anche in questo caso non si riesce a capire con che logica assorbano alcune cose (anche non tecnologiche, come muri in sasso e costruzioni intere!) e altre no. La logica, anche in questo caso, risulta un po’ troppo aleatoria.

I disegni sono molto belli, ma purtroppo risultano animati male: le immagini ferme sono davvero ottime, ma quando si muovono risultano poco fluide. Questo, in un anime d’azione con molti combattimenti, è un grosso limite.
Va fatto invece un applauso alla colonna sonora: così come il primo Bubblegum Crisis attingeva a piene mani dagli anni ‘80 per la sua colonna sonora, in questo caso ci si tuffa in pieni anni ‘90. Che siano pezzi rock, elettronici o altro, sono tutti di altissima qualità. Curiosamente, le uniche canzoni cantate in maniera non eccelsa sono la opening e le canzoni di quando Priss (che è cantante nell’anime) è sul palco… per fortuna le altre recuperano ampiamente.

Insomma, con questo remake si ha l’impressione che di base ci sia stato un ottimo lavoro preparatorio (disegni di base, storia interessante, risvolti psicologici, discussioni profonde), ma che poi sia stato sviluppato da qualcun’altro con un interesse molto minore alla qualità del prodotto (animazione carente, storia confusa e contradditoria, psicologia totalmente assente, discussioni inutili). È un peccato, perché di materiale buono ce n’era ed è stato sprecato in massima parte.
Purtroppo questa serie perde in maniera plateale contro il suo predecessore: sebbene l’originale Bubblegum Crisis risale a ben undici anni prima, ha uno stile ed una forza che in questo caso sono andati totalmente perduti.

Voto: 5,5. Non posso andare più in su, avendo trascinato la fine della visione con fatica. Un anime che non appassiona non riesce a raggiungere la sufficienza, soprattutto con il potenziale che c’era.

Consigliato a: chi vuole un anime d’azione, anche se la qualità non è un granché; chi ama gli ambienti cyberpunk, anche se non realizzati in maniera impeccabile; chi vuole sentir parlare nella lingua del machine code.